MOBBING:

RACCONTA LA TUA STORIA

Lavora con noi

Quando la scuola non è maestra di vita

 


frecciaDall'insegnamento all'ufficio: una lezione… di vita

 

DIFFAMATA… IN AULA

Dopo aver lavorato per diversi anni nelle scuole superiori, avevo constatato che insegnare mi piaceva (con i ragazzi andava benissimo), ma… i colleghi erano insopportabili. Purtroppo non potevo ignorarli e andare avanti: con i colleghi dovevo lavorare gomito a gomito ogni giorno.

Con loro dovevo condividere le mie idee, oltre che il piano di lavoro, ascoltare riunioni inutili, creare progetti, cercare materiale. La perfidia spesso si nasconde in sembianze sotterranee: una collega particolarmente invidiosa (di cosa? non lo saprò mai) faceva di tutto per rendermi ogni giorno più sofferto e grigio. L'allegria dei ragazzi mi rincuorava nonostante tutto. Fin quando, un giorno, un'allieva mi ha riferito che in classe la collega parlava male di me alle mie spalle. Molto scorrettamente mi stava diffamando, reato non accettabile al lavoro. Ho deciso di parlarne con la Preside, che si mi ha sostenuto ma non ha reagito. Avrei potuto denunciarla, ma avrei coinvolto i miei alunni - e i loro genitori - in una situazione assai spiacevole.

Unica soluzione possibile: andarmene!

 

DA FREELANCE A IMPIEGATA A TEMPO PIENO

Ho lasciato la scuola senza particolari rimpianti e mi sono dedicata a lavori indipendenti da freelance, ideali per me stanca di negatività e problemi. Ho iniziato a lavorare nel campo delle traduzioni, comodamente da casa mia (oggi con Internet si può), arrotondando con lezioni nella scuola privata. Ero serena, avevo tempo per me, la mia famiglia, i miei hobby. Unico neo: le entrate erano poche. In termini economici non potevo sopravvivere tranquillamente come prima.

Sono ritornata alla carica e ho inviato centinaia di domande di lavoro per mail. Dopo alcuni mesi ho ricevuto l'invito a presentarmi a un colloquio presso un'agenzia privata di traduzioni, che in breve mi ha assunto. Ho iniziato a lavorare in ufficio: una piccola stanza soffocante, otto ore al computer, anche se con le pause che volevo per mangiare o bere qualcosa. Miei collaboratori due giovani ragazzi, un romano e un goriziano: loro traducevano, io li correggevo.

 

GRAZIE AI "CARI" COLLEGHI, LICENZIATA!

All'inizio grandi chiacchiere, grandi risate, troppo di tutto: resto dubbiosa e spaesata. Poi siamo ricoperti da un mare di testi a scadenze brevi e i colleghi, da amiconi, si trasformano  in serpi velenose. Il romano usa parolacce con estrema disinvoltura, citando in continuazione il membro maschile; il goriziano commenta a voce alta, sputa cattiverie, mi controlla, guarda quello che scrivo, invia lettere al capo contro di me! Mi sembra di aver a che fare con bambini a cui è caduto per terra il leccalecca o è volato via il palloncino. Ancora una volta mi trovo coinvolta in una situazione paradossale, di cui non capisco la ragione né il fine. Le critiche, poi, sono ingiuste. Qualche amica ha suggerito che forse, per orgoglio maschile, non sopportavano di esser corretti da me, donna; ma non avevo mai commentato i loro errori, comunque gravi. Cambio tattica: resto in silenzio, li ignoro, non li guardo. Loro continuano con le cattiverie. Non reggo più: chiedo un colloquio al capo. Lui non mi appoggia, anzi mi chiede di scrivergli un resoconto del mio lavoro. Gli richiedo un colloquio, lo inseguo nella sua stanza e, ormai nauseata dagli avvenimenti in ufficio, lo prego di darmi la possibilità di farmi lavorare da casa.

Dopo alcuni giorni la risposta: licenziata!

 

RICOMINCIO DA ME

Accetto con eleganza il licenziamento: dico al capo che mi libero di una quotidianità volgare e dentro di me penso che sto riconquistando la libertà: non dovrò più andare nella piccola stanza senza ossigeno e veder facce a me contrarie. Il capo mi prende per mano (!?!), mi invita nel suo ufficio per un saluto ufficiale e pare che ora sia io a volermene andare… "È stata un'esperienza terribile", dico, "inoltre le vostre traduzioni non erano buone e neppure il vostro italiano. Mi serve come esperienza per una prossima volta Addio!". Esco, esclamando "Wow, sono libera". Libera ma senza soldi. Non demordo.

Ho ricominciato a inviare lettere e tra le mani ho un'altra traduzione passatami da un'amica. Dall'ultima situazione ho imparato due leggi fondamentali:

1) Non pensare mai che il capo voglia ascoltare le tue lamentele, anche se hai ragione.

2) Non dare mai troppa confidenza ai colleghi, soprattutto non da subito. Meglio tenere il mondo del lavoro completamente separato da quello personale.

Infine, un mio suggerimento molto sentito: se al lavoro soffri, hai già provato inutilmente a cambiare strategia, ti svegli la mattina con l'angoscia e lo stomaco tirato, non continuare a farti del male. Cercati altro da fare, anche se devi rinunciare ai tuoi titoli e alle tue esperienze.

Un lavoro onesto è sempre nobile, non disprezzarlo. Mai.

Eda

 


frecciaA scuola, il bullo è l'insegnante

 

NON CI RESTA CHE (FAR) PIANGERE (GLI ALUNNI)

Faccio l'insegnante e ogni giorno imparo molto dai ragazzi. Ciò che amo di più è la spontaneità che li rende reali, non contaminati da pregiudizi o ipocrisie. Mi è capitato così di voler intervenire per difendere un'alunna che subiva dei maltrattamenti dalla sua insegnante durante una prova musicale, in presenza di altri due miei colleghi e degli allievi. Ho cercato di riportare in sè la collega, che stava sbraitando contro la dodicenne, che tremava e piangeva. Per tutta risposta la cara collega dice con stizza: "I ragazzi devono piangere!"

 

LA DIRIGENTE INDAGA: TUTTO NORMALE!

L'episodio finisce lì, ma dopo due giorni ho un'altro scontro per cause simili e, con voce alta, vengo invitato a uscire fuori e vengo definito "cafone", con la motivazione di aver offeso la dignità (sic!) della collega, riprendendola in presenza dei ragazzi.

Comunico alla Dirigente Scolastica l'accaduto, in una lettera. Lei mi convoca e io ribadisco ciò che avevo già scritto. Aggiungo però che anche altro fradiciume si ripercuote su di me da ben nove anni: falsità, critiche denigratorie, sfruttamento del mio lavoro di docente...
La Dirigente si reca nelle classi a"indagare". Dopo pochi giorni, mi viene recapitata la risposta scritta, in cui afferma: "Da indagini svolte non risulta che la prof.ssa X abbia maltrattato l'alunna Y." Ciò è ovviamente falso.

I miei colleghi adulti, chissà perchè, non mi salutano più.

 

FUGGIRE DALLA 'CUPOLA'?

Ora è scattata in me la rabbia, la delusione, la voglia di scappare da un ambiente così dannoso e le mie condizioni psico-fisiche stanno peggiorando. In passato sono stato già vittima della 'Cupola': sono stato emarginato, deriso, offeso (alle mie spalle), sfruttato, discriminato, ripreso senza motivo.

Posso fare qualcosa che non sia violenza contro me stesso?

Daniele

 


Vai alla Homepage

Racconta la tua storia: verrà pubblicata.

Vai all'indice di "Mobbing: racconta la tua storia"

Vai alla pagina "Guida al mobbing"

Vai alla sezione "lavor@ con noi"

Stampa questa pagina

 

Valid HTML 4.01 TransitionalValid CSS