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Quando il Capo (uomo) fa a pezzi la tua vita

 


Una storia kafkiana di "malagiustizia"

 

UN PALAZZO DI GIUSTIZIA, O LA SEDE DEL SANT'UFFIZIO?

Ci sono persone che entrano ed escono dalla tua vita, eppure non ne conservi alcun ricordo. Altre, invece, le ricordi, perché le hai amate o perché hanno ucciso la tua anima.
Non riconosci subito il tuo assassino. Lui ti dà sempre la precedenza per meglio pugnalarti alle spalle. Sleale come una medusa, viscido come un’anguilla, versipelle come un camaleonte, ma furbo come una faina. Lo riconosci solo quando il suo pugnale affonda la lama nella tua vita.
Io conosco il mio assassino. Un orco che ha graffito una parola nella mia esistenza: mobbing.
La mia è una storia che ha il sapore inquietante dell’inchiostro di Kafka, una storia surreale, maturata fra le mura della Procura della Repubblica di un Comune in provincia di Napoli, dove, per molti anni, ho ricoperto il ruolo di cancelliere. Un Palazzo di Giustizia che diventa di colpo sede del Sant’Uffizio. Ma non c’è Torquemada o Jiménez de Cisneros, ma un Procuratore Capo con la sua consorteria mafiosa, che metterà in atto, contro di me, esiziali azioni che anticiperanno le pene dell’inferno.

 

RIFIUTO LE AVANCES, INIZIA LA PERSECUZIONE

Fino al 2008 sono stata apprezzata per le mie competenze. Ho ricoperto incarichi delicati e ho avuto funzioni di responsabilità. Ho diretto il settore indagini e sono stata responsabile del servizio intercettazioni. Ho collaborato nelle attività del Procuratore e di alcuni Pubblici Ministeri.
Dal 2008, purtroppo, ho conosciuto il volto persecutorio della magistratura, trovandomi in balia dei suoi umori. Accusata per partito preso da taluni magistrati, che hanno utilizzato nei miei confronti la particolare giurisdizione sperimentata su Enzo Tortora, al solo fine di generare in me un senso di inferiorità, di disagio e di vergogna, mettendo in atto accanimenti giudiziari che quasi rimandano col pensiero al piano di eliminazione dei "kulaki".
E ciò, per aver rifiutato le avances del Procuratore.

Ed è proprio dal 2008 che cominciai a collezionare richiami e diffide senza motivi specifici. Il pettegolezzo e la facile ironia divennero subito il passatempo più goduto di quella parte di colleghi che provava gusto per le sferzate che mi venivano date. Ma ciò è anche concepibile, perché fa parte dell’ordinaria miserabilità umana.

 

INDAGATA IN MANCANZA DI REATO

Nel 2010 faccio progressi. Un procedimento disciplinare, per un’ipotetica divulgazione di notizia riservata, arricchirà la mia collezione. Richiamo scritto il verdetto. Pensavo di essere stata punita abbastanza, ma mi sbagliavo. Fui iscritta nel registro degli indagati. Titolare del procedimento, nientepopodimeno che il Procuratore Capo in persona. Prima mi iscrisse nel registro degli indagati e poi andò alla ricerca del reato. Forse al Procuratore era sfuggita la risibile circostanza che il reato deve prima essere commesso per individuarne poi il responsabile. Ma in questo Palazzo di Giustizia il codice di procedura penale pare sia completamente ignorato. Mi vengono in mente le parole di Leonardo Sciascia: "Si suol dire che l’Italia è la culla del diritto, quando evidentemente ne è la bara." Ed io stavo in quella bara.
Il Procuratore condusse un’accurata indagine. Tutte le forze dell’ordine (Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza) ricadenti nel circondario della Procura furono delegate alla ricerca del reato. Centinaia le persone interrogate dal Procuratore Capo. È ovvio che nulla emerse dalla preclara indagine, perché non avevo commesso alcun reato. Ma l’orco non si diede per vinto e dispose un’ulteriore iscrizione nel registro degli indagati a mio carico per truffa aggravata ai danni dello Stato. Nella sua senile follia, sosteneva che, durante le ore di straordinario, mi intrattenevo in piacevoli chiacchiere con un’amica. Il procedimento, anche questo, fu definito con un decreto di archiviazione emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari.

 

LAVORARE È IMPOSSIBILE, TRASFERIRSI ANCHE

Intanto la mia vita cominciava ad essere scandita da visite mediche presso le strutture pubbliche di salute mentale, diagnosi: stato depressivo reattivo. Stato aggravato anche dalla circostanza che tutte le istanze di trasferimento o applicazione ad altro ufficio giudiziario, ben sei in due anni, mi venivano puntualmente rigettate, grazie al personale e accorato intervento del Procuratore Capo e all’accondiscendenza del Procuratore Generale.
Dovevo essere il suo bersaglio, mi doveva far pagare le iniziative giudiziarie da me intraprese contro di lui e i suoi con denunce penali, esposti agli organi superiori e ricorsi davanti al Giudice del lavoro.

E così, fluttuavo tra le onde dei suoi capricci, ora un ufficio, dopo poco un altro. Raccoglievo le mie carte qua e là come gli avanzi di un naufragio.
Ma tutto questo era solo il preambolo del dramma. Come diceva Socrate, "il dileggio è la base preparatoria del linciaggio finale." E quello che mi aspettava era il più grave degli arrocchi che avrei dovuto subire.

 

ARRESTI DOMICILIARI. E INIZIA LO SHOW

Mai e poi mai avrei potuto immaginare che un funzionario onesto e che ha sempre dimostrato professionalità e riservatezza nel lavoro potesse essere raggiunta da una misura cautelare. Arresti domiciliari per divulgazione di notizie riservate e accesso abusivo nel registro informatico della Procura, dove io svolgevo le funzioni di cancelliere e non di donna delle pulizie.

Ma per i cari magistrati, accecati dal totem dell’onnipotenza, reginetta incontrastata del cybercrime. In sostanza era sotto accusa il mio lavoro di cancelliere. E le modalità di esecuzione? Pilotata ovviamente dal Procuratore e dai suoi degni allievi. Un vero show.

È il 3 febbraio 2012. Quella mattina sarei andata in ufficio e nel primo pomeriggio sarei partita per la settimana bianca in Trentino. Quindi valigie pronte. Alle 6,30 ricevo la telefonata del tenente dei Carabinieri del nucleo operativo, che mi anticipa la sua venuta e mi chiede il mio esatto indirizzo.

Certo non per portarmi caffè e cornetto.

Dopo circa trenta minuti mi ritrovo la casa invasa da otto carabinieri: tenente, marescialli, appuntati. E solo per comunicarmi di seguirli al Comando per procedere alla notifica dell’ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari. Stranamente nessuno dei carabinieri mi chiese delle valigie. Sapevano che sarei partita quel giorno? D’altra parte l’Ufficio ne era a conoscenza.

 

AUTO BLU, LAMPEGGIANTI, FOTO SEGNALETICHE: SONO IO?

Era una mattina algida e piovosa. L’uragano si piazzò con furia sotto la pelle e nelle ossa. Guardavo l’orologio senza la minima intenzione di sapere l’ora esatta, per la semplice ragione che non m’importava.
Quattro automobili dell’Arma con i lampeggianti blu, motori accesi, sostavano nel parco della mia abitazione. Mi invitarono a salire in una delle auto con il lampeggiante blu. Il sedile posteriore di materiale plastico. È scomodo. È duro.
Ripartono le quattro auto con i lampeggianti blu. I vicini hanno visto. Le mie figlie hanno visto. Mio marito ha visto. Sento il dolore della lama che mi trafigge. All’improvviso tutto scorre davanti ai miei occhi come una pellicola di un film ormai consumata dal tempo. Immagini sbiadite, voci snaturate, ovattate.
Durante il tragitto chiedo al tenente il perché di quello schieramento di forze. Mi zittisce. Ognuno resta in silenzio. Nella mente il mio corteo di concetti quali onestà, morale, universo di relazioni andava via per lasciare il vuoto, unicamente il vuoto.
Mi trattengono al comando per molte ore. Rilevano le impronte, mi fanno fotografie: frontale e dei due profili, destro e sinistro. Terrorismo.
Terminate le procedure mi riaccompagnano a casa due carabinieri con una macchina civetta. Non ha il lampeggiante blu. Non ha la sirena e il sedile posteriore, non è di materiale plastico e non è duro. Lo spettacolo è ormai finito, il sipario è calato.
Sono sola. No, non sono sola, c’è il cane con me. Mi guarda. Forse vuole sapere cosa è successo. No, lui l’ha capito, ne sono sicura. Mio marito e le mie figlie partono per la loro settimana bianca.

 

LA COINCIDENZA DI UN "UTENTE ABILITATO"...

Dopo qualche giorno viene fissato l’interrogatorio. Sarò interrogata per sette ore. Sette lunghissime ore. Non so dove mi trovo. Forse immersa in una bolla spazio-temporale e un continuo spasmo al petto mi rende difficile il respiro. Parlo, parlo, mi interrompono. Mi accusano. Non mi guardano, ma parlano e mi fanno domande. E ancora le stesse domande. Ad un certo punto il pubblico ministero mi fa visionare una relazione peritale. Mi indica accessi fatti in un tempo in cui non ero titolare della chiave di accesso al registro informatico. Le faccio notare che probabilmente si tratta di eventi del server e che la voce “utente abilitato” non si riferisce alla mia persona ma a un utente abilitato all’accesso. Lei finge di non capire. Cambia tono, ricomincia ad attaccarmi.
Solo a maggio, il tecnico, presenterà un chiarimento alla relazione, specificando la natura di quegli eventi informatici: gli accessi a me addebitati erano errori generati dal server in automatico e quindi non attribuibili a nessun utente e a nessuna password.

 

LIBERA E INNOCENTE, MA SENZA LA MIA VITA

Il Giudice per le indagini preliminari che aveva emesso la misura emette un provvedimento di revoca e dopo otto giorni sono di nuovo libera. Il Pubblico Ministero, una donna, propone appello alla revoca della misura al Tribunale del riesame, sostenendo tartufescamente un impianto accusatorio dai contorni grotteschi e soggetto allo stesso fenomeno della palla di neve che diventa valanga. Il Tribunale rigetta l’appello del P.M. e io resto libera.
Libera, ma ormai qualcosa è andato storto nell’alchimia della mia vita.
Ora ho lasciato quella Procura, anzi quella bara. Sono docente di italiano.
Voglio riprendermi la mia vita. Quella vita portata via sottobraccio dai carabinieri.

Carla Abilitato

 


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