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Quando il trasferimento non è un avanzamento

 

Il Brasile può attendere. Per sempre

 

IL SOGNO BRASILIANO...

Sono Ivan, dipendente di una multinazionale bolognese. Anni fa, in fase di crescita, l’impresa sviluppò il progetto di aprire un filiale in un paese emergente, il Brasile.
Mi proposero un trasferimento, un contratto di lavoro con distacco in territorio brasiliano. Venivo inviato spesso in questo paese e la possibilità rappresentava una crescita professionale, inoltre costituiva una gradita attestazione di stima da parte dell’azienda.
La data del trasferimento, fissata per gennaio 2008, mi consentiva un graduale dismissione dei miei contratti e dei miei beni fino al giorno dell’espatrio. A tal proposito, nell’agosto del 2007, l’impresa mi offriva in comodato d’uso gratuito un appartamento aziendale e un’autovettura ad uso promiscuo. Davo quindi disdetta al mio contratto di affitto, vendevo mobili, elettrodomestici e auto.
Nel dispormi alla preparazione dei documenti per le pratiche dell’ottenimento del visto permanente brasiliano, l’azienda mi indicava l’iter facilitato del ricongiungimento familiare, usando mia moglie che beneficiava della doppia cittadinanza italo - brasiliana.

 

... SI TRASFORMA IN UN INCUBO

Nel 2007 ottenni il visto permanente, ma mia moglie, acquisendo la residenza brasiliana, fu costretta a rinunciare a quella italiana perdendo il diritto al Servizio Sanitario Nazionale.
Nel gennaio 2008, il Dirigente responsabile capo del progetto, mi informava di un rallentamento del programma poi, nel mese successivo, i rapporti con lui e tutti i referenti responsabili del progetto subivano una brusca interruzione.
Nel giugno 2008 mi formalizzarono l’abbandono del progetto con me, motivando l’affidamento della filiale a due manager brasiliani, già collaboratori dell’azienda in passato.
Mi venne immediatamente ordinato, essendone venuti a meno i presupposti che ne avevano giustificato la concessione, la restituzione dell’appartamento e dell’auto aziendale.
Mi rivolsi ad un avvocato esperto in diritto del lavoro promuovendo un’azione legale.

 

ADDIO TRASFERTE E CLIENTI: VENGO MESSO "FACCIA AL MURO"

Oggi, da quel giorno, sono vittima di una inaudita tortura psicologica. Di riflesso, viene attaccata pure mia moglie convivente con me nell’appartamento aziendale e reduce dalla lotta burocratica per l’ottenimento del mio visto permanente, quindi vista come scomoda.
Così, a poco a poco, vengo estromesso dal ciclo produttivo dell’azienda.
Mi tolgono tutti i contatti con la clientela, non mi inviandomi più in trasferta.
Inizio a ricevere lettere di contestazioni di addebito generiche e pretestuose.
Vengo sottoposto a repentini cambi di attività dequalificanti e impossibili.
Fatto oggetto di insensate sfuriate al solo tentativo di farmi perdere l’autocontrollo.
Richiamato addirittura dal medico aziendale che mi riporta negligenze sul lavoro. Depauperato della mia immagine professionale e personale, escluso da tutti i corsi.
Negli ultimi due anni ho collezionato due provvedimenti disciplinari, uno a sei mesi di distanza dall’altro, il primo ritirato grazie all’intervento di colleghi “con gli attributi” che hanno testimoniato, l’altro è impugnato in attesa di giudizio presso il Tribunale del Lavoro.
Ricevo ancora lettere di intimazioni, lettere offensive che mi danno dell’abusivo, lettere di azioni disciplinari senza fondamento pervenute anche nei periodi di malattia.
In questo momento la mia postazione di lavoro è davanti ad un muro, sulla mia destra ad appena un metro c’è la porta di ingresso dei capi e più avanti ci sono le macchinette del caffè dove i colleghi si ritrovano per fare commenti del tipo: “oh, sfigato, ti hanno messo in castigo? Come mai sei finito contro il muro? Hai fatto il cattivo?”

 

VIVO NELLA CASA AZIENDALE. CON LA MIA AZIENDA CONTRO

Oggi, vivo ancora insieme a mia moglie nella casa aziendale, non ci possiamo permettere altro perché senza le trasferte lo stipendio è da operaio.
L’auto aziendale sono riusciti a togliermela con l’inganno, in compenso mi ritrovo in mano una sentenza del Tribunale Civile di Bologna, che ordina all’azienda il reintegro dell’auto accusandola di spoglio violento e ordinando il pagamento delle spese processuali.
Addirittura ho in mano una delle prime raccomandate scritta, firmata e spedita personalmente dal Direttore dell’Ufficio Personale al mio avvocato che dice: “deve sapere che abbiamo concesso al lavoratore l’uso dell’appartamento e dell’auto solamente perché ci aveva prospettato serie difficoltà economiche… Volevamo aiutarlo…
Provo un brivido di piacere nel dare del filo da torcere a quei dirigenti ben vestiti che vanno in giro pieni vanità, ai miei stessi superiori gerarchici e referenti del progetto, quelli che hanno tentato maldestramente di sottrarsi alle loro responsabilità ma che ora, davanti alle carte processuali, dovranno rispondere dei loro comportamenti davanti ai giudici.
Li ho visti atterriti alle udienze, li ho sentiti negare tutto, riportare ai Giudici ogni sorta di falsità proprio come fanno le persone false, li ho visti diversi in aula, camminano e si siedono pacatamente, con le spalle incurvate e con lo sguardo conveniente. Assomigliano più a imbroglioni che a uomini capitani d’azienda.
A tutte le vittime di mobbing dico: non mollate mai!

Ivan


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