Missione a Manhattan

Missione a Manhattan

Missione a Manhattan
Chiara Santoianni
Cento Autori, “A cuor leggero”, 2016
Pagg. 176, € 7,50

Penelope Pinto è tornata, ed è più in forma che mai! In questo secondo volume delle sue avventure, sequel di Cocktail di cuori e sesta uscita nella collana “A cuor leggero” di Cento Autori, Penelope – coronato il suo sogno di pubblicare finalmente il suo primo romanzo – è ormai ben inserita nel mondo dell’editoria: lavora infatti nell’Ufficio Marketing della casa editrice londinese Martin & Cooper, dividendosi tra l’open space dell’ufficio e i prestigiosi party letterari con note celebrità della narrativa. Al suo fianco, come sempre, l’alternativa ereditiera e “it-girl” Olivia Parker-Kensington, oltre al nuovo fidanzato Robin, space clearer dal carattere non sempre facile ma ormai addolcito dalla relazione con Penny. Che, però, non ha perso il vizio di mettere il naso dove non dovrebbe… E così, dopo una ‘intrusione’ informatica nel computer del collega Edy Thor, rispettatissimo editor dall’ego smisurato, si trova in una situazione davvero imbarazzante: dal pc sono spariti alcuni documenti importanti, da cui dipende il futuro della casa editrice e, con esso, la promozione tanto agognata da Penelope. Non resta che rimboccarsi le maniche e, con l’aiuto di Robin e l’incoraggiamento di Olivia, partire, attraversando l’Atlantico, alla volta di New York, mettendo insieme i pochi indizi raccolti per venire a capo del mistero, che, a quanto pare, ha le sue radici nel cuore di Manhattan. Tra stagiste arriviste, scrittori del Bronx e politici rampanti, sullo sfondo di una New York da Cercasi Susan disperatamente e Colazione da Tiffany, riuscirà Penelope a riportare a casa il manoscritto scomparso, a salvare le sorti della casa editrice e a scongiurare il licenziamento dei colleghi, riuscendo infine ad arrivare puntuale a Sorrento al matrimonio della sorella Carmela, che sta per essere finalmente impalmata dall’eterno fidanzato Vincenzo? Con verve e brio, uno sguardo al mondo dell’informatica e a quello del cinema e molta ironia, Chiara Santoianni fa rivivere sulla carta, quasi come sul grande schermo, i personaggi ormai collaudati che abbiamo conosciuto in Cocktail di cuori, costruendo con sicurezza la trama complessa di un’avventura in cui nulla può essere dato per scontato.

Robin era appena uscito per impacchettare la casa dei Wilkinson e stavo finendo di mettere a posto i resti della colazione ? plum-cake al ribes rosso e lamponi con spremuta d’arancia ? quando il mio cellulare suonò di nuovo. I miei contatti stavano diventando mattinieri.
Interruppi le note della suoneria di Torna a Surriento e risposi a mia sorella.
«È un po’ che non ti fai sentire» le dissi. «Tutto bene lì da voi?»
«Più che bene, Pené. Sto da Dio. Devo darti una bella notizia.»
«Hai finalmente trovato lavoro?» L’allergia di Carmela per qualsiasi attività che non si svolgesse tra le quattro mura domestiche era proverbiale, ma ancora ci speravo.
«Ma che lavoro e lavoro, ho detto “una bella notizia”! Mi sposo.»
«Hai lasciato Vincenzo? E chi è il fortunato?»
«Pené, ma che hai capito? Mi sposo con Vincenzo. Si è convinto.»
Restai senza parole. Il fidanzamento di mia sorella andava avanti da dieci anni con alti e bassi, ma con una costante: per quanto Carmela si sforzasse di dimostrarsi il prototipo della moglie ideale, sviluppando ogni virtù casalinga, dalla preparazione del soufflé al ricamo a tombolo, Vincenzo faceva orecchie da mercante. In famiglia, eravamo ormai rassegnati al fatto che Carmela sarebbe rimasta single. Anzi, come dicevano i miei, “zitella”. E invece ora si sarebbe sposata.
«Sono felicissima per te!» le dissi. «E come sei riuscita a operare il miracolo?»
«Non sono stata io. Il miracolo l’ha fatto nostro Signore. Certo, un piccolo aiuto gliel’ho dato, bucando il… Vabbé, Pené, hai capito. Insomma, siamo incinti! Tra sei mesi sarai zia. Ma non dirlo a papà, eh? Lui crede che io e Vincenzo non abbiamo mai…»
«Certo, certo!» mi affrettai a rispondere, ben conoscendo le idee poco moderne di nostro padre. «E quando sarebbe il matrimonio, verso Natale?»
«No, Penelope. Tra quindici giorni. Il 6 ottobre alle 11, nella cattedrale di Sorrento. E tu devi essere la mia testimone.»
Se, fino a poco prima, la partenza per New York mi era sembrata piuttosto azzardata, adesso, con il matrimonio di Carmela alle porte, si presentava decisamente come una follia. Eppure, ero ben decisa a portarla avanti. Salutai mia sorella, raccomandandole di riguardarsi e promettendole che sarei stata da lei al più presto, e iniziai a fare le valigie. Per gli Stati Uniti.

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Cocktail di cuori

Cocktail di cuori - Chiara Santoianni
Cocktail di cuori
Chiara Santoianni
Cento Autori, “A cuor leggero”, 2015
pp. 160, € 7,50, ISBN 978-88-6872-038-4

Penelope Pinto ha un problema. Per sei anni, ha fatto credere ai suoi tradizionalissimi genitori meridionali di essere la figlia modello che hanno sempre desiderato, impegnata tra gli studi in Medicina nel prestigioso University College di Londra, insieme all’amica Gelsomina, e il casto fidanzamento con un giovane medico di origini italiane. Peccato, però, che tutto ciò non sia mai esistito! Penelope è a Londra per realizzare il suo sogno di diventare scrittrice di successo per una delle maggiori case editrici britanniche e nel frattempo si mantiene, nell’appartamentino bohémienne che condivide con Gelsomina e con l’alternativa ereditiera Olivia Parker-Kensington, come lei incallita socialite, preparando mojito e daiquiri al London Cocktail Club di Soho. Ora che il giorno della laurea – almeno secondo i calcoli dei suoi familiari – si avvicina, il castello di carte sta per crollare: mamma, papà e sua sorella Carmela sono in arrivo in Inghilterra dal Sud Italia per assistere alla cerimonia in cui Penelope, con tocco e toga, diventerà ufficialmente dottoressa. E, per di più, sono ansiosi di conoscere Angelo, il loro futuro genero.
Cavarsela è quasi impossibile. A meno che…
Con il suo terzo romanzo di chick lit, Chiara Santoianni, già autrice de Il diario di Lara e di Provaci ancora, Lara! (vincitori del concorso ChickCult di ARPANet), oltre che di articoli, saggi, manuali, guide turistiche e racconti, ritorna alle edizioni CentoAutori – per cui aveva già pubblicato Il lavoro più (in)adatto a una donna – come scrittrice e curatrice della collana letteraria ‘in rosa’ “A cuor leggero”.
Con un occhio alla commedia degli equivoci e a quella americana (il riferimento, esplicito, è ad Angeli con la pistola di Frank Capra), e un omaggio alla Sophie Kinsella de La regina della casa nella tematica della cura domestica, Chiara Santoianni ambienta, tra le stradine di Soho, St. James’s Park e i locali notturni del West End, tra cui il mitico Ronnie Scott’s, una storia avvincente e ben costruita, in cui niente è ciò che sembra, tutto può cambiare da un momento all’altro e in cui persino l’amore è una cartina di tornasole pronta a rivelare sorprese. Nell’incontro-scontro tra la cultura meridionale patriarcale e quella londinese cosmopolita, come se la caverà Penelope? Riuscirà a mantenere in piedi la sua vita virtuale e a realizzare la carriera che desidera? Tra tanti interrogativi, che per il lettore si scioglieranno solo nel finale, un’unica certezza: che non dobbiamo rinunciare mai ai nostri sogni, soprattutto quando corrispondono alla nostra più profonda identità. ACQUISTA IL LIBRO

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Mosaico Napoletano

Mosaico NapoletanoMosaico Napoletano
Daniela Carelli
Segmenti editore, 2018, Pagg. 236, € 14

Il rosso passione che colora le labbra di una donna, il rosso ciliegia dei frutti maturi colti dall’albero, il rosso sangue della disperazione di chi ha perduto il bene più caro. Il giallo ocra in un dipinto a olio, il giallo caldo del sole che scalda il cuore al primo bacio, e si tramuta nel giallo Positano di una Cinquecento in cui si fanno promesse, vere, d’amore. Il blu di una notte senza stelle resa più scura dal tormento dell’anima, malinconico blues che ritrova la speranza in un cielo blu polvere. Il verde intenso di uno sguardo che incanta, mentre un profumo di shampoo alla mela verde annienta i sensi in attesa del prossimo incontro, per mordere la mela, verde, non del peccato ma della felicità. E il grigio cenere di un mondo senza più colori, il grigio argento vivo di un’anima inquieta, il grigio perla leggero prima che il bianco abbagliante torni a esplodere di nuovo.
Ci sono tutti, i colori, nel Mosaico Napoletano di Daniela Carelli, e ognuno segna un capitolo della storia del protagonista; ma ci sono anche tutti i profumi, tutti i sensi, tutte le emozioni, tutti i suoni.
A cominciare dalle sonorità celebri del nero a metà Pino Daniele, le cui canzoni sono leit motiv del libro e contrappunto delle vicende del protagonista, Giuseppe, che attraversa una vita intera al ritmo del neapolitan sound, adolescente degli anni ‘80 prima e poi adulto, ma sempre in bilico tra rabbia e riscatto: con le sue canzoni, Pino gli racconta “che Napoli è altro: è rinnovamento, alchimia, senso di rivalsa. Napul’è na carta sporca e nisciuno se ne ‘mporta. Napoli è chi fotte e chi è fottuto, è il ladro e il derubato, è tanto lo stuprato quanto lo stupratore.”
È un libro forte, questo di Daniela Carelli, senza compromessi né nei temi né nel linguaggio: racconta che si può amare da morire e morire d’amore; che la famiglia è gioia e sicurezza, rifugio e conforto ma a volte tradimento; che il sesso è emozionante scoperta e anche irragionevole ossessione; che quando si attraversa il dolore prima o poi si ritorna alla felicità. È un romanzo bello, commovente, appassionante come la vita vera, e della vita parla: attraverso Giuseppe (personaggio maschile per scelta, ma uomo-ànthr?pos in cui ciascuno potrà riconoscersi) riviviamo l’adolescenza di tutti noi, la timidezza della prima cotta, la solidità del gruppo dei pari, il gioco della seduzione, la sicurezza del Grande Amore, il dolore della perdita, inclusa quella della spensieratezza. Le emozioni di Giuseppe diventano le nostre – maestria dell’autrice che, racconta, è molto connessa con le proprie; e giriamo le pagine con la speranza che tutto finisca bene, perché in quella storia un po’ ci siamo pure noi. La Napoli sullo sfondo delle vicende, vivida nella sua lingua colorita, nella divertente ironia e nelle tradizioni, è una Napoli reale, che oggi in parte non esiste più: è la città degli anni ’80 e del “nuovo rinascimento” dei ‘90, che l’autrice dipinge con l’affetto di chi si è trasferito per scelta lontano dal suo mare, ma ha la certezza di tornarvi un giorno, e intanto sfoglia l’album delle istantanee migliori.
Nella sua città, Daniela ha ambientato anche i suoi primi due romanzi: Volevo fare la segretaria e Vado a Napoli e poi… Muoio!; e, in questo Mosaico Napoletano, sembra voler confermare che da Napoli si può pur partire, ma è impossibile non continuare ad amarla.

E in quel momento inizio a capire: tutti quei colori, quelle sfumature, ognuna legata a un ricordo, a un frammento della mia vita. Quei colori che come in un mosaico si ricompongono. Piccole tessere che si uniscono per formare un disegno: siamo io… e la mia città… intrecciati indissolubilmente, in un modo tale da non riuscire a distinguere la fine dell’uno e l’inizio dell’altra…; lei le radici, io la pianta. E non si sfugge alle proprie radici, altrimenti ci si perde irrimediabilmente.

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Ritorno in Egitto

Ritorno in Egitto
Giovanna Mozzillo
Marlin Editore, 2017, pp. 276, € 15

Se la narrazione contemporanea, secondo la ‘pop-filosofa’ Lucrezia Ercoli, costruisce mondi che il lettore può abitare, più facile dev’essere la creazione di un universo immaginario, in cui a dettare le regole è la fantasia dello scrittore, rispetto al ri-costruire, con la massima fedeltà possibile, un mondo che in passato è stato già abitato e di cui ora restano solo le tracce. Riesce magistralmente nell’impresa Giovanna Mozzillo, autrice di eccellenza già amata per La signorina e l’amore e molte altre opere, nel suo Ritorno in Egitto, ambientato nell’antica Roma al tempo – e sarà un elemento fondamentale – della prima cristianizzazione.
Claudio ama (moltissimo) Ligdo, che è il suo concubino. E Ligdo ama (follemente e al di sopra di chiunque) Claudio, che, di poco più grande di lui che è ancora un ragazzo, è il suo protettore, il suo maestro, colui che gli ha insegnato tutto della vita. In quest’amore autosufficiente si va però a inserire il matrimonio di Claudio con Porzia, non bella né in grado “di ospitare un sentimento così forte”, ma privilegiata perché deputata a dargli un erede. Il che scatena la gelosia e scardina le sicurezze di Ligdo che, complice il destino che porta all’improvviso il suo amato in missione in Asia per conto di Cesare, si trova irrequieto e disorientato. Anche perché, nel frattempo, la dottrina cristiana del Nazareno sta prendendo piede e tenta di permeare di sé ogni aspetto della vita umana, dalla religiosità che mira ad annientare la credenza negli dèi falsi e bugiardi alla sessualità, persino coniugale. Figurarsi quella ‘diversa’ di Ligdo e Claudio, fino a quel momento considerata più che naturale, tutt’a un tratto passaporto per le fiamme dell’inferno, da cui solo con la conversione e l’espiazione ci si può salvare.
Grazie a studi accuratissimi della realtà dell’epoca (“l’idea del libro mi è venuta dopo aver trovato alcuni documenti”, spiega l’autrice), Giovanna Mozzillo rende viva e palpitante l’antica Roma, e i luoghi teatro delle avventure dei protagonisti, in una mescolanza di colori, odori, sapori, suoni, sessi, razze, culture e gerarchie sociali, queste spesso portatrici di ingiustizie e di crudeltà. Ma le maggiori efferatezze, realmente accadute – l’autrice ha scelto di risparmiarci le peggiori – vengono dallo scontro tra la fervente, intollerante, intransigente dottrina cristiana delle origini e il paganesimo politeista, a farci scoprire che le persecuzioni, magari non si sa, non hanno riguardato solo i cristiani. Nel libro, un turbinio di eventi travolge, e sconvolge, la vita dei protagonisti, coinvolgendo il lettore e rendendolo ansioso delle loro sorti, e in particolare di quelle di Ligdo: personaggio che, nella sua incantevole e scultorea bellezza che lo fa desiderare da uomini e donne, e nonostante le sue pratiche amorose “contro natura”, rappresenta la purezza dell’amore e la necessità, per gli esseri umani, di vivere i sentimenti nel modo in cui desiderano. Perché, pare che l’autrice voglia dirci, nessuno può essere felice se non è libero di essere se stesso.

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La felicità vuole essere vissuta

La felicità vuole essere vissutaLa felicità vuole essere vissuta
Loredana Limone, Salani, 2017
Pagg. 468, € 18, Ean 9788869188978

A Borgo Propizio si è aperta una nuova scuola intitolata a Maria Montessori, il viottolo Scuro ha assunto il meno tenebroso nome di via dell’Ombreggio e una nuova boutique fuori le mura, specializzata nello stile animalier, promette abiti seducenti già dall’insegna: Amandissima. Dopo il terremoto che ne ha danneggiato lo storico simbolo del Castelluccio, il pavé a coda di pavone e ha mietuto sette vittime (una delle quali pare aleggi ancora, fantasma, nella sua casa), il borgo – orgogliosamente ricostruito dai suoi abitanti, guidati dal sindaco Felice Rondinella – è risorto a nuova vita, si è aperto al turismo ed è decisamente in fermento. Tanto che, dall’America, un regista dal curioso nome letterario di Joyce Joy è venuto a trasformarne le origini in materia da film. Il quarto romanzo della saga di Borgo Propizio, che conclude la quadrilogia, ci sorprende sin dall’inizio per l’entrata in gioco di molti nuovi e variegati personaggi, che si affiancano agli abitanti che già avevamo iniziato a conoscere e ad amare, per creare altri intrecci e portare a compimento i destini incrociatisi nei volumi precedenti. Come quello del sindaco Rondinella: dopo essersi congiunto, ma non carnalmente, con l’amica Marietta, riuscirà a dichiarare ai suoi concittadini che la sua vera metà è… Leon? Il maresciallo Bartolomeo Saltalamacchia, dopo aver sublimato il tradimento amicale della sua gioventù nel romanzo Le lancette dell’amicizia, cosa farà quando il passato si ripresenterà all’improvviso? E Claudia, dopo aver sostenuto per anni la famiglia (a cominciare dalla figlia Belinda che, con l’apertura di una latteria in paese, nel primo volume aveva dato l’avvio alla rinascita del borgo), saprà fare i conti con la realtà di un matrimonio ormai finito? A Borgo Propizio la vita scorre in apparenza tranquilla; ma, a ben guardare (anzi, a ben informarsi dalla giornalaia Dora, o dalla signora Elvira), sentimenti e passioni ribolliscono al suo interno come il magma sotto la crosta terrestre, pronti a esplodere, o a raffreddarsi come lava in superficie. È un mondo, quello di Borgo Propizio #4, fatto di donne sempre più in grado di bastare a se stesse e di uomini poco ‘duri’, salvo qualche eccezione, e molto fedifraghi, come il “celebratissimo e internazionale” giallista Rocco Rubino, “nell’immancabile camicia lugubre, che con tutta la buona volontà non riusciva a snellirlo”, che continua a far battere a distanza il cuore della scrittrice Antonia, dopo averlo spezzato. E non è un caso che l’uomo più ‘vero’ sia proprio quello che si sente una donna.
In una girandola di eventi e in una moltitudine di personaggi – che riesce a gestire sempre con disinvoltura, distribuendo a ciascuno, anche alle figure minori, l’attenzione e la partecipazione che ogni scrittore dovrebbe tributare alle sue creature – Loredana Limone ci conduce alla fine della ‘saga’ del borgo, attraverso una prosa che è insieme casta e sensuale e che si fa, con il tempo, più raffinata, sorprendente e musicale. E il lettore spera, giunto alle ultime parole, che almeno qualche personaggio possa sopravvivere alle pagine chiuse rivivendo in una nuova storia, per ricominciare un’altra serie che possa entrare nel nostro cuore.

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Le ali di Eli

Le ali di Eli

Le ali di Eli
Clara Fiorillo
Giannini Editore, 2017
pp. 118, € 10

Nella perfezione della sua ordinata cameretta, la piccola Eli si interessa al soffitto. La realtà, pensa, non può essere fatta soltanto di “libri e quaderni ben allineati sul tavolino per studiare; giocattoli ordinatamente raccolti nel grande cesto di vimini”, né può limitarsi al suo “lettuccio con le lenzuola sempre rimboccate e il cuscino sprimacciato a dovere”, o ai “quadretti tutti uguali” con “graziose tavole di botanica, perfettamente messi in fila sulla parete”. Al di là delle mura domestiche, ne è convinta, dev’esserci un mondo fantastico da scoprire, e per farlo bisognerà iniziare a guardare in alto, rivolgendo lo sguardo prima al soffitto di casa, poi alla chioma spettinata degli alberi in giardino, poi ancora più su verso le nuvole sfilacciate… Aprendosi con stupore a sempre nuove prospettive, la piccola Eli osserva il dondolio dell’altalena, la capacità di librarsi in aria di uccellini, farfalle e insetti, le potenzialità di un salto con la corda, l’istinto dei rami degli alberi di tendere verso il cielo. A furia di studiare la natura e di giocare, invece che con marionette e cavallucci a dondolo, con aeroplanini, aquiloni, palloncini gonfiati e palle da giocoliere, Eli riesce a sfidare la forza di gravità e a volteggiare, di nascosto dagli adulti, a mezzo metro da terra. Il più è fatto, ed è la dimostrazione che, come le hanno insegnato, tutto si può fare. Ora non resta che raggiungere le stelle, tentando con una scala a pioli. Perché, se il mezzo non è del tutto adatto, a furia di credere nei propri sogni succederà qualcosa che permetterà di realizzarli.
In questo piccolo libro, illustrato con i suoi bei disegni (33, proposti nel corso della storia in bianco e nero e infine abbinati, a colori, ai brani a cui si riferiscono), Clara Fiorillo – docente universitaria di Scenografia e Architettura degli interni, autrice di numerosissimi saggi, giornalista, autrice RAI e artista – usa la formula del racconto fantastico per farci riflettere, in “milleottocentocinquanta parole”, su come, se crediamo in noi stessi, sia possibile realizzare qualsiasi sogno; e sulla nostra capacità di librarci, metaforicamente, sempre più in alto. I mezzi, infatti, li abbiamo. La piccola Eli caparbiamente si cimenta in ogni genere di tentativo di volo, ma soprattutto osserva e impara: e scoprirà alla fine che, per volare, alla fantasia deve abbinare l’unico mezzo per elevarsi davvero: lo studio.

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Britt-Marie è stata qui

Britt-Marie è stata quiBritt-Marie è stata qui
Fredrik Backman,
“Scrittori italiani e stranieri”, Mondadori, 2017
Pagg. 330, € 19

Fino all’età di 63 anni, Britt-Marie ha vissuto nel suo piccolo mondo fatto di certezze: che i vetri di casa, piova o nevichi, vanno puliti ogni giorno, e non con un detergente qualsiasi; che il bicarbonato è la migliore panacea contro qualsiasi tipo di sporco, in particolare quello dei materassi; che il matrimonio è un pacifico sodalizio in cui, più che diritti, ogni moglie ha dei ben precisi doveri, come lavare ogni sera la camicia del proprio marito, soprattutto quando ritorna a casa ‘contaminata’ da rossetto e profumo – altrui. Le certezze di Britt-Marie vacillano, però, il giorno in cui Kent la lascia nel più classico e umiliante dei modi: per una donna più giovane. Da un momento all’altro, Britt-Marie (non provate a chiamarla Britt: vi ricorderà che solo sua sorella poteva farlo) si ritrova così con un’altra, incrollabile, certezza: lei ha bisogno di un lavoro. Subito. E, con la ferrea logica che governa tutte le sue azioni, non abbandona il centro per l’impiego della sua città finché non le viene assegnato. Pazienza che si tratti di un lavoro di sole tre settimane, dalle incerte mansioni e scarsamente pagato, nel luogo più desolato che ci sia: il paesino di Borg, dove tutte le attività hanno già chiuso, tranne quelle che stanno per chiudere, e dove gli unici abitanti rimasti sono bambini dai jeans strappati, Qualcuno (verrà chiamata così per tutto il romanzo) in sedia a rotelle e qualche uomo poco affidabile. E, per giunta, non pare esserci il Faxin, il detergente per i vetri essenziale per il benessere di Britt-Marie almeno quanto il bicarbonato! I presupposti perché la nostra protagonista ritorni sui suoi passi ci sono tutti… Eppure, proprio ora che il gioco si fa duro, sottraendole la sua zona di confort domestica, igienica, familiare, Britt-Marie decide di “cominciare a ballare”. In fondo, non lo ha mai fatto in vita sua.
Mostrando uno spirito di adattamento insospettabile, Britt-Marie si inserisce nella nuova realtà di provincia, affronta/ si confronta con gli abitanti di Borg (la multitasking Qualcuno, che si è adattata a fare da barista, da tabaccaia, da meccanico; l’ipovedente e scontrosa Bank; i bambini Vega, Omar, Pirata, Rospo), e pur senza rinunciare alle sue pulizie compulsive, fa del brusco cambiamento di vita, di abitudini, di comodità e di frequentazioni sociali l’occasione per rivedere le sue priorità e sperimentare, non senza difficoltà, emozioni nuove. Come quelle che offre il calcio, unico divertimento, pur in mancanza di un campo, per i ragazzini di Borg; o i sentimenti che sbocciano, come i tulipani che le offre, per il poliziotto Sven. L’affetto per i nuovi amici prevarrà sul senso del dovere verso il suo Kent? La vita a Borg potrà rinascere, e Britt-Marie ne farà parte? Fredrik Backman (scrittore svedese tradotto, meritatamente, in 32 Paesi) ci lascia in sospeso fino alla fine di questo romanzo sorprendente, che il lettore attraversa prima con divertimento, poi con emozione, infine con commozione, e ci offre un ritratto indimenticabile di un personaggio ‘diverso’ e di una diversità ‘normale’, per trasmetterci un messaggio: al di là della particolarità di ciascuno, ciò che conta è la capacità di comprendere, di tollerare, di amare.

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Ragazzi, voglio raccontarvi una storia jazz!

Ragazzi, voglio raccontarvi una storia jazz!Ragazzi, voglio raccontarvi una storia jazz!
Daniela Vellani
“iRobin&sons/ un saggio”, Robin Edizioni, 2017
Pagg. 240, € 12, ISBN 978-88-7274-086-6

«Mio padre tornava a casa con i dischi e ci chiamava a raccolta: “Venite, c’è la musica!”, diceva, e io smettevo di studiare e, insieme ai miei familiari, ascoltavo per ore le canzoni e ballavo.»
Così Daniela Vellani spiega la nascita della sua passione per la musica, e dunque la motivazione che, dopo alcune opere di diverso genere – tra cui il testo per una canzone, premiato in un concorso – la ha spinta a scrivere Ragazzi, voglio raccontarvi una storia jazz! I ragazzi sono, naturalmente, gli alunni della scuola in cui insegna Lettere, ma anche i giovani lettori curiosi del mondo, non solo di quello dei suoni: proprio per contagiarli con il suo stesso amore per un genere musicale complesso e insieme semplice, dietro alle cui improvvisazioni c’è sempre attenzione, conoscenza e studio, Daniela ha scritto questo libro, che è al tempo stesso un testo teatrale (già rappresentato per la scuola) e una breve storia del jazz dalle origini ai giorni nostri, oltre che un manuale di riferimento per tutti gli amanti della musica, jazz e non solo. Il libro esplora infatti, in quindici tappe corrispondenti ai capitoli e introdotte dai bei disegni di Roberta Goglia, il percorso del jazz con i suoi antenati, le sue commistioni e le sue derivazioni, dalle work song afroamericane al sound di New Orleans, dal ragtime all’hot jazz, dallo swing al bebop, fino ad arrivare alla frammentazione degli stili iniziata negli anni Cinquanta, che vede il jazz tradizionale prendere strade diverse attraverso le influenze sonore cool, hard bop, soul, modal, free, fusion, elettronica… E lo fa in maniera originalissima, abbinando, per ogni tappa, una parte descrittiva (in cui l’autrice racconta le origini, lo sviluppo, il successo del jazz e dei suoi interpreti nel contesto storico, politico, geografico ed etnico) a un vero e proprio testo teatrale, ricco di battute e pronto per essere recitato. Alla fine del volume, una serie di risorse utili a chi voglia approfondire l’argomento (e tutti, dopo la lettura, avranno voglia di farlo): un dizionario degli strumenti musicali più usati nel jazz, dall’armonica allo xilofono, l’indice alfabetico dei tantissimi personaggi nominati e brani musicali citati e una bibliografia. Mancano solo le note, naturalmente quelle musicali: le aggiungerà ogni lettore che, incuriosito e stimolato dalla lettura, ascolterà un nostalgico vinile, un cd, un mp3 e ballerà, come Daniela con suo padre, al ritmo di Besame mucho, Take five, Chattanooga Choo Choo o Stomping at the Savoy.

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Tango al buio

Tango al buio - Iacobelli editoreTango al buio. Dai primi passi al palcoscenico
Bruna Zarini
“Parliamone” n° 15, Iacobelli Editore, 2017, Pagg. 112, € 12,90.

Tutto inizia con una telefonata: «Sono cieco e vorrei imparare il tango, pensa che sia possibile?» Bruna Zarini balla il tango argentino dal 1995 e lo insegna da tanto, ma una richiesta così non le è mai capitata. E, in attesa di poter trovare una risposta, non solo per il suo interlocutore ma soprattutto per se stessa, prende tempo, mentre le emozioni si fanno strada dentro di lei. È possibile, si chiede, trasformare una disciplina prevalentemente ‘visiva’, che si apprende attraverso l’osservazione della postura del corpo, della posizione dei piedi, dell’abbraccio e naturalmente dei passi, in un’arte che si trasmetta senza l’uso della vista? La sfida sarebbe forse troppo difficile da raccogliere, se non fosse che di telefonata ne arriva un’altra. E a questo punto Bruna, insieme all’amica e collega Gaby Mann, decide di dare una risposta ai suoi interrogativi. Come far sentire a proprio agio persone cieche e ipovedenti negli spazi adibiti all’insegnamento? Come ‘mostrare’ in maniera alternativa i movimenti? Mentre l’entusiasmo per una nuova, insolita, avventura professionale cresce in loro, Bruna e Gaby – con l’aiuto di un musicista non vedente e del presidente dell’Unione Italiana Ciechi di Bologna – iniziano a esplorare quello che per loro è ancora un mondo nuovo e che, a uno sguardo esterno, appare “così strano e nello stesso tempo così naturale” da avere ben poco “della tristezza che suscita un handicap”. Superando i cliché che le fanno immaginare dipendenti da cani guida e bastoni bianchi, le persone con disabilità visiva mostrano infatti una grande dignità e una straordinaria capacità di orientarsi e dunque di essere autonome. E, mentre la voce che i non vedenti possano imparare il tango si diffonde e arrivano nuove telefonate, Bruna e Gaby (con l’aiuto di “assistenti” e di “cavie” bendate) progettano e perfezionano un innovativo metodo didattico destinato a cambiare per sempre le loro vite professionali – e anche quelle dei loro allievi. Senza trascurare di provare in prima persona cosa significhi non poter vedere, attraverso l’esperienza ‘illuminante’ e destabilizzante di una “cena al buio”. Dopo tanti preparativi, arriverà finalmente il giorno di inizio dei corsi: sarà il primo passo per confrontarsi con una sfida entusiasmante, destinata a ribaltare tutti i luoghi comuni, e a insegnare più ai maestri che agli allievi.
In questo piccolo e intenso libro, corredato da 27 fotografie in bianco e nero scattate da Gaby Mann durante il lavoro preparatorio, il corso e l’apparizione del gruppo in uno show televisivo, Bruna Zarini riesce a trasmetterci tutta la sua passione per il tango ma soprattutto per la pratica del ballo, inteso come incontro di corpi e di anime al di là dei labili confini, perfettamente superabili, dei limiti fisici. Sorpresa finale, il dvd allegato, registrato all’Istituto per Ciechi Francesco Cavazza di Bologna, che permette di ascoltare, dalla voce dell’attrice Simona Dottori, il testo del libro.

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L’omicidio Carosino. Le prime indagini del commissario Ricciardi

L'omicidio CarosinoL’omicidio Carosino. Le prime indagini del commissario Ricciardi
Maurizio de Giovanni
“Tracce misteriose Gold”, Edizioni CentoAutori, 2012
Pagg. 112, € 9,00.

Con i sottili baffetti neri sul viso scuro, i capelli impomatati e la camicia inamidata, ma soprattutto con la sua capacità unica di vedere ancor vivi e parlanti i morti ammazzati con violenza e di percepire le loro ultime emozioni, il commissario Luigi Alfredo Ricciardi è entrato a far parte, già da anni, dell’immaginario collettivo dei lettori di gialli, consacrando il suo creatore, Maurizio de Giovanni, come uno degli autori di maggior successo nel panorama letterario italiano. Ad alcuni anni di distanza dalle edizioni iniziali del primo volume dedicato al ciclo del commissario (quella di Graus nel 2006 e, l’anno dopo, quella di Fandango, con il titolo definitivo Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi), la casa editrice Cento Autori pubblica un volumetto prezioso per tutti coloro che vogliano sapere di più sulle origini del ‘dono’ che permette all’ex delegato di polizia, commissario di pubblica sicurezza presso la squadra mobile della Regia Questura di Napoli, di risolvere con successo ogni caso, o per chi si avvicini solo adesso al suo personaggio.
Nell’accurata introduzione di Aldo Putignano sui suoi esordi, scopriamo che Ricciardi, prima di comparire nel volume che apre la tetralogia a lui dedicata, appare, un anno prima, nell’inedito L’omicidio Carosino, che Cento Autori pubblica qui con altri due racconti: I vivi e i morti e Mammarella. Ed è de Giovanni, a chiusura del libro, a raccontarci la ‘nascita’ del suo personaggio, una mattina di giugno del 2005 al Gran Caffè Gambrinus, quando, “con un computer davanti a cercare ispirazione per scrivere un racconto evitando una figuraccia”, il suo sguardo si incrocia con quello di una piccola zingara che lo fissa dalla strada attraverso il vetro del locale storico. Diventerà la lazzarella, martoriata da una carrozza, dell’avventura iniziale del commissario, e lo spunto per creare un protagonista che possa riportare l’ordine e la giustizia laddove sembrano prevalere il caos del male, l’oscurità del delitto, gli insondabili percorsi della malvagità. Pazienza se Ricciardi, per risolvere i casi, usa il suo talento soprannaturale (pesante eredità materna, che lo rende diverso da tutti e gli impedisce di crearsi una famiglia e finanche di amare): l’importante è assicurare la giustizia, che non sempre coincide con la cattura del vero colpevole, ma che garantisce comunque che il bene prevalga.
Sfondo degli efferati delitti, e delle rapide indagini del commissario, la Napoli del Centro Storico, dove vive il fido brigadiere Maione, dove si consumano atroci delitti nelle case di tolleranza con le signorine giovani dal trucco colato e le orgogliose maîtresse, dove “la nobiltà, la borghesia e il popolino” si mescolano senza “demarcazioni territoriali”, e dove si può morire poche ore dopo il ritorno da un palco al San Carlo, solo perché si è troppo belle e desiderate. A fare da contorno storico alle vicende, senza mai appesantirle, l’epoca del fascismo (come non darsi da fare quando “il Duce in persona… capite… il Duce!” è interessato a un certo caso?), la cui limitata libertà spiega come mai Ricciardi tenga ancor di più a non far conoscere il suo particolare potere. Mentre invece al lettore è chiarissimo un altro potere, quello dell’autore: de Giovanni sa come catturare il suo interesse e poco importa se, almeno in questo volume, scoprire il colpevole non è poi così difficile. Dopo aver letto L’omicidio Carosino, sarà impossibile non voler sapere come continuano le indagini del commissario. Scrive l’autore: “Non è simpatico, Ricciardi. Non è comunicativo, né allegro. Non affascina, non incanta. Ma sapete una cosa? Quando se ne va mi manca. E aspetto il suo ritorno con una gran voglia di ascoltare di nuovo quella voce bassa, e il ricordo del suo dolore.”

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Alla pari

Alla pari

Alla pari
Claudia De Lillo alias Elasti
Einaudi, 2016, Pagg. 242, € 17,50

Ecco. Hai fatto ciao con la mano e te ne sei andato. E mi hai mollato qui, in questo stupido aeroporto, senza nemmeno chiedere: «Sei sicura? […]»

Si apre così, con un interrogativo (e per la protagonista ce ne saranno tanti altri), il primo romanzo di Claudia De Lillo, in arte (letteraria e radiofonica) Elasti, già giornalista finanziaria per Reuters e oggi autrice di una rubrica su “D” di Repubblica, conduttrice radiofonica per Caterpillar AM di Rai Radio 2 e, soprattutto, genitrice più famosa del Web – e influencer – con il suo seguitissimo blog nonsolomamma.com. A digitarlo, forse dallo schermo di uno smartphone, forse da un notebook, è la ventenne Alice, che dagli States sta per affrontare una trasvolata oceanica verso l’Italia che sarà, come scopriremo leggendo, molto più di un semplice viaggio. Ad aspettarla lì, come ragazza alla pari, ci sono i Ranieri: in apparenza una normale famiglia milanese, agli occhi di Alice la porta per un nuovo mondo spesso incomprensibile. A cominciare dall’esuberante Emilio, “gentile, festoso e accogliente”, che “È come gli italiani dei film. Allegro, cerimonioso e sopra le righe.” Se il padre incarna il cliché dell’italiano ultra-socievole, la madre, “Vittoria, è un androide. Alta, magra, bionda, algida, altera, forse priva di anima.”
Meno male che a ristabilire la normalità (ma sarà poi così?) ci sono i figli: la preadolescente Emma, “un androide in miniatura in cui si sono dimenticati di inserire la funzione «sorriso»”; Tommaso, 9 anni, “lo sguardo rotondo e stralunato di chi abita in un’altra dimensione”; Matteo, 3 anni, “un fungo che cresce apparentemente da solo.” Dulcis in fundo, la signora Tonia: “grande, solida, dittatoriale”, spalle smisurate e voce da baritono, più che da colf ha un piglio da militare, anche se si fa amare cucinando specialità pugliesi.
Il primo impatto con la famiglia Ranieri per Alice è piuttosto destabilizzante: ma ormai si è in ballo e bisogna ballare (non metaforicamente, a occhi chiusi con Matteo) e imparare a destreggiarsi tra le esigenze alimentari di Emma, che si nutre di beveroni zenzero e limone, i dubbi esistenziali e religiosi di Tommaso e i personaggi di fantasia di Matteo, come il mitico Gogolagno. Per poi confidarsi con il colorito gruppo di nuove amiche italiane e anglosassoni (trovate naturalmente su Facebook) e raccontare ogni cosa via e-mail a chi aspetta dall’altra parte dell’Atlantico: il fratello Michael, aspirante collaboratore di archistar attualmente impiegato nel fast food; la nonna Sarah, che vive una nuova giovinezza tra fidanzati ottuagenari e tutorial di tango argentino postati su YouTube; l’amica del cuore Karen, persa dietro a un amore impossibile (ma non sarà per caso l’Italia il posto adatto in cui trovare un nuovo amore?).
Con la consueta leggerezza, e profondità, che la contraddistingue, e che ce la rende blogger e scrittrice molto amata, Claudia de Lillo, in questa prima prova narrativa “in lungo” (i volumi Nonsolomamma e Nonsolodue raccoglievano i post del suo blog), mette nella trama, nella scrittura, nei personaggi, tutta se stessa e i luoghi, le esperienze, le situazioni che i suoi affezionati lettori hanno imparato a conoscere, negli anni, dal suo blog. Immaginiamo così Alice/ Elasti scrivere agli amici della città di A, fare jogging lungo i navigli, interpretare i silenzi adolescenziali e le follie hobbit, tifare alle gare di nuoto… Ma anche chi non abbia ancora familiarità con il mondo di nonsolomamma potrà apprezzare questo libro, che è un inno alla vita, bella e godibile nella sua semplice quotidianità, punteggiata da difficoltà che però, insieme, si superano, e soprattutto arricchita dall’energia vitale di tanti piccoli ‘mostri’/ hobbit. Tanto che averne uno in più non farà che bene.

LEGGI L’INTERVISTA A CLAUDIA DE LILLO

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La squola puzza

La squola puzza - Luca Strazzullo

La squola puzza
Luca Strazzullo
“Edificare Universi”, Europa Edizioni, 2016
Pagg. 152, € 13.90

“Mia nonna mi ha sempre detto – Devi amare la scuola! – La scuola, è vero, io non la amo, ma non ho mai incontrato qualcuno che me l’abbia fatta amare”. Questo lo scrissi in un tema di terza elementare! La maestra mi mise “Malissimo” e aggiunge un commento: sei un insolente.

Si apre così, con una sorta di manifesto programmatico di una carriera scolastica ‘alternativa’ (ancora in corso: l’autore ha 16 anni), il libro di Luca Strazzullo, studente liceale generazione 2000 e autore di un libro autobiografico che, sin dal titolo, si mostra irriverente e ironico nei confronti delle istituzioni scolastiche – in verità, anche di quelle familiari. A cominciare dall’accoglienza il primo giorno d’asilo: mollato “in mezzo ad altri 2374854543789 genitori assieme ai loro pargoli” dalla sua “UGP [Unità-Genitoriale-Padre]”, Luca ha il primo impatto con il mondo scolastico, per niente ovattato, attraverso il richiamo imperioso, al profumo di Marlboro, della “famigerata ‘AGNESE LA BIDELLA’”, che diventa seduta stante una dei suoi primi nemici. E non va meglio con le maestre della classe Blu, dove Luca conosce Klaus e Tonx, che diventeranno i suoi migliori amici, ma riceve sul diario la “PRIMA nota nel PRIMISSIMO giorno assoluto di squola”, per essersi, a detta dell’insegnante, rifiutato di colorare una mela. Luca ha così un primo assaggio delle ingiustizie della vita: lui la mela l’aveva colorata, ma non di rosso: di blu. In estate, la gioia infantile di Luca viene turbata da una spiacevole scoperta: la squola continua! Le sue peripezie – descritte dall’autore con un divertentissimo linguaggio giovanile fatto di invenzioni, neologismi ed emoticon – proseguono dunque alle elementari, dove, ritrovata la mitica bidella Agnese, bisogna affrontare tre nuovi nemici: le maestre Gabriella, Filomena e Giuseppina, capaci di passare in un lampo, senza apparente ragione, dalla dolcezza al comportamento di “un malvagio drago alato sputasentenze mortificanti”. E sempre pronte a colpire con le loro punizioni gli alunni, anche quando sono innocenti. A sorpresa, però, a squola un alleato c’è: il temutissimo preside si rivela in realtà un paterno salvatore. Tra compiti in quantità industriale, minacciate sottrazioni di PlayStation, trucchi per cavarsela quando non si è preparati, fiumi di lacrime (quelle dei compagni) e di parole (quelle di Luca, che ogni tanto sfodera tutto il suo coraggio per perorare una giusta causa), anche le scuole elementari si concludono, lasciando Luca con un nuovo terribile interrogativo: che la squola non sia finita lì!

Io la guardai incredulo… – E ora che sono le medie? – Per poi sentirmi dire da Klaus – come??? Non lo sai?!??? ._.

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Filosofia in giardino

Filosofia in giardino - Iacobelli editore

Filosofia in giardino
Damon Young
Iacobelli Editore, 2015
Pagg. 192, € 16

George Orwell si dedicava alacremente alla terra, nonostante l’assai precaria salute: armato di falcetto e piccone, dava vita a un paesaggio di “frutti di bosco, azalee, mele, rododendri, fucsie, campanule e iris selvatici”, dove prima c’erano solo “le zolle pietrose e ossificate di polvere e cardi dell’isola di Jura”, nelle Ebridi scozzesi. A partire anche lui da pietre, quelle del tempio buddista di Ryoan-Ji a Kyioto, assemblate secondo l’arte giapponese del karesansui, il giardino di roccia, il drammaturgo Nikos Kazantzakis rifletteva, a occhi semichiusi, su quanto un insieme di sassolini inanimati e di muschio potesse trasmettergli energia, quell’élan vital di cui aveva scritto il filosofo Bergson e che il poeta greco decise di far suo nelle sue opere.
Come Orwell, anche Leonard Woolf, marito della più celebre Virginia, lavorava incessantemente al giardino di Monk’s House nonostante il freddo implacabile del Sussex, pur di ottenere, nella giusta stagione, “file e file di alberi da frutta, piselli, carciofi, patate e lamponi”. “Lo perdo continuamente in giardino”, scriveva sua moglie, ammirandone la tempra che lo spingeva a piantare e potare anche dopo tempeste e grandinate. Ma per qualcun altro la natura non era un conforto, bensì il termine di paragone con la sua imperfezione di uomo: per l’esistenzialista Sartre, la bellezza del mondo vegetale andava negata e, mentre la compagna Simone de Beauvoir passeggiava in luoghi pittoreschi, Jean Paul anelava a un appartamento cittadino. Il giardino di Homestead ad Amherst era invece l’unico luogo per il quale Emily Dickinson rinunciava a restar chiusa nella sua stanza a scrivere: “allevata in giardino”, come ammetteva lei stessa, alle superiori aveva studiato botanica, raccolto e catalogato in un erbario cinquecento specie di fiori e ne coltivava di comuni e tropicali anche in serra, sporcandosi le mani personalmente.
Anche Jane Austen, seduta al suo tavolinetto di noce a dodici lati, scriveva in solitudine opere immortali; ma, quando desiderava fare una pausa, usciva all’aria fresca e luminosa del giardino di Chawton Cottage, ritrovando energia nei “petali lussureggianti del fiore d’angelo” dal profumo dolcissimo, nelle peonie, nei pruni e nei lillà. E Marcel Proust, pur apparentemente disprezzando i “tre orribili, tristi alberelli giapponesi” che gli tenevano compagnia nella stanza da letto polverosa e buia dove lavorava, non si faceva ispirare solo dalla madeleine, ma anche dai bonsai. Per gli illuministi, l’uomo doveva ridurre all’ordine il caos del mondo naturale, ma la razionalità aveva qualche eccezione: per Jean-Jacques Rousseau, la botanica costituiva “una pausa dall’ansia e dai salon parigini, ma contribuiva anche a riscoprire la parte migliore di sé stesso”; per Voltaire, l’unico rimedio a una vita “irta di spine” era coltivare un giardino. Friedrich Nietzsche elaborava le sue teorie filosofiche passeggiando in un limoneto di Sorrento, e in ogni caso sempre in giardini, parchi e boschi; ma le idee migliori gli venivano sotto il cosiddetto “albero-dei-pensieri”. E persino lo “scandalo vivente” Colette, la scrittrice più spregiudicata della Francia di fine 1800, quando l’età ormai avanza non può fare a meno di ammirare “le nitide geometrie del Jardin du Palais Royal” dal suo appartamento parigino, al quale arrivano “ profumi di glicini, portati lì dalla casa dell’infanzia, le api che si posano sul davanzale e il chiasso dei bambini che giocano”. Ed è proprio qui che desidera affrontare la fine: “sotto la protezione di un pergolato che un tempo dava ombra a delle suore”.
Filosofia in giardino, del poeta, filosofo, giornalista e scrittore australiano Damon Young, Honorary Fellow del Dipartimento di Filosofia di Melbourne, nella splendida traduzione di Marina Vitale con illustrazioni di Mariella Biglino, è, come si annuncia in copertina, “un gioiello di libro”. Forse, però, non “da leggere tutto di un fiato”. È un libro prezioso, perché l’attento lavoro di ricerca dell’autore ci permette di scoprire i lati più intimi e nascosti> della personalità di undici tra gli autori più amati della letteratura e della filosofia mondiale. È un libro da assaporare lentamente, magari immersi nella natura di cui si parla, per poter godere della prosa bella e artistica di Young, per approfondirne le citazioni culturali, per cercare sulla mappa geografica i luoghi incantati di cui scrive, per iniziare a scoprire il lato migliore della filosofia, se non la si è amata, o riscoprire la letteratura, osservando gli scrittori che si è abituati a leggere in una luce nuova. Ed è anche il libro a cui ispirarsi se, nel movimento incessante della vita quotidiana, sentiamo il bisogno di qualcuno che ci indichi come trovare la serenità. In un giardino.

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Abbracci per Zanf

Abbracci per Zanf - Progetto Abbracci Onlus

Abbracci per Zanf
AA.VV.
Idelson-Gnocchi, “Abbracci”, 2014
Pagg. 144, € 10

E oggi la vita mi ha insegnato questo: è quando anteponi il bene altrui al TUO, è quando decidi di rimanere quando tutto ti induce a scappare che scopri quanto sia potente l’amore (Zanf).

Quando una persona a cui si vuol bene scompare improvvisamente, magari per un incidente come è successo ad Andrea, si tende a ricordarla nei suoi momenti migliori e a descriverla come unica e speciale. È quanto succede in questo libro, in cui però niente è retorica o celebrazione: leggendo i racconti attraverso i quali gli amici di Andrea Zanfagna, scomparso prematuramente nel fiore degli anni, hanno voluto farcelo conoscere, si scopre che Andrea era veramente speciale. Era veramente bello, buono, bravo, ma soprattutto generoso, a cominciare dai suoi sentimenti: era capace di elargire amore a tutti quelli che incontrava, che fossero gli amici con cui si divertiva sulle spiagge del Cilento o una cugina in difficoltà, i bambini che accompagnava a Lourdes con la divisa dell’Unitalsi o un pellegrino con cui divideva la strada polverosa lungo gli 800 km del cammino di Santiago. A tutti, Andrea faceva sentire la potenza del suo affetto e della sua amicizia attraverso il suo abbraccio: “caloroso e pieno di forza quando ne avevi veramente bisogno”, “talmente forte da farmi mancare l’aria”, “ di quelli che ti levano il respiro, che arrivano quasi a farti male. Ma che importanza ha, quando ti regalano una gioia così grande?”. È per questo che i suoi genitori, Claudio e Giovanna, proprio agli abbracci di Andrea hanno dedicato l’associazione nata per ricordarlo: Progetto Abbracci Onlus. Quando una persona scompare, si tende a creare qualcosa che trasformi il dolore in un progetto di vita che possa fare del bene. Ma, anche in questo caso, senza retorica e senza celebrazioni: poche parole e molti fatti per aiutare chi ha veramente bisogno, con la certezza che tutti gli sforzi impiegati, da fondatori e sostenitori, andranno a buon fine. Ed ecco nascere, nel nome di Andrea, una vera scuola nel villaggio di Lulamba in Tanzania, o un pozzo in Africa, o, senza bisogno di andare troppo lontano, la ristrutturazione della medicheria oncologica pediatrica in un policlinico universitario. Ma non è di questo che si parla nel libro: Abbracci per Zanf (il soprannome di Andrea), curato da Maria Rosaria Selo con la collaborazione di tanti amici, non è solo un tributo a un giovane che sapeva amare il prossimo e per questo era tanto amato. È un libro che si legge tutto d’un fiato, anche se non conoscevi Andrea; è un libro che ti indica quale sia il cammino per la felicità, pienamente sperimentata nella breve ma intensa esistenza di Andrea. “Tu non ti limiti ad amare, tu adori!”, scrive Diego, ed è forse la chiave per capire “Zanf”: che viveva con entusiasmo indistruttibile da Ironman, che non si fermava a Santiago ma voleva arrivare a Finisterre, che quando il gioco si faceva duro dava fondo a tutte le sue riserve di pazienza, umiltà, forza d’animo, trasmettendo la sua energia agli altri. È un libro bello perché sorprende: ci si aspetta una serie di commoventi ricordi e ci si trova invece la vita, la speranza, la gioia, la ricchezza dell’amicizia, i ricordi delle bravate più divertenti, le estati sulle isole greche o sulle spiagge del nostro Sud, le notti in discoteca, le bevute, ma anche la preghiera, la compassione, la solidarietà. Ci si aspettano lacrime e invece ci si trovano sorrisi, tutti quelli degli amici e delle amiche: nonostante il carisma da rubacuori, Andrea per le donne riusciva a essere anche un fratello, un padre, un compagno di avventure e di scherzi goliardici. Questo è un libro nato per pochi, ma che può diventare per molti. Chi vuole leggerlo, o farlo leggere, può scrivere a info@progettoabbracci.org, o comprarlo online.

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Scherzi del destino

Scherzi del destino - Chiara Gily

Scherzi del destino
Chiara Gily
Cento Autori, “A cuor leggero”, 2016
Pagg. 192, € 7,50

Bianca, 27 anni, milanese, ha tutto ciò che ha sempre desiderato: un lavoro in una società di consulenza aziendale che la gratifica, un gruppo di care amiche e, soprattutto, l’uomo dei suoi sogni: Pietro, elegante avvocato in carriera. Maria Loretta, per tutti Marilori, 25 anni, amministra a Taranto l’impresa familiare Le Banquet, la ditta di catering ereditata dalla nonna Ninì, in cui lavora con suo padre e i suoi cugini. Quando Bianca, per prepararsi a diventare una brava moglie per il suo “Avvocato Principe”, crea un blog dove condivide – prima con le amiche, poi con il pubblico – la sua nuova passione per la gastronomia e inizia a postare fantasiose ricette, Marilori entra a far parte dei suoi lettori e a scriverle. E, complice l’intimità che solo il Web sa creare, la sua corrispondenza con la “commercialista in cucina” diventa in breve un’amicizia reale. Così, quando Marilori riceve la fatidica proposta di matrimonio dal suo Max, è Bianca che vuole al suo fianco, in Puglia, come damigella d’onore. Ma il destino ha in serbo molte sorprese: e, tra ex fidanzati che ritornano alla ribalta, messaggi che arrivano da chi non c’è più e scoperte destinate a cambiare per sempre il corso degli avvenimenti, le due ragazze dovranno superare molti dubbi e avversità per realizzare i propri sogni. O meglio, per capire cosa desiderano realmente dalle loro vite.
In questo libro, quinto volume della collana “A cuor leggero” di Cento Autori, Chiara Gily (commercialista, blogger d’autore su Repubblica con Una napoletana a Trieste e già wedding planner e autrice del “manuale di eleganza nuziale” L’abito da sposa) trasmette nella scrittura la sua passione per i matrimoni, ma anche la sua profonda convinzione – per chi pratica il Web, largamente condivisibile – che su Internet possano nascere amicizie forti e bellissime, in un certo senso ‘destinate’, capaci di offrirci affetto e aiuto più di chi ci conosce da sempre.

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Vado a Napoli e poi… muoio!

Vado a Napoli e poi... muoio!

Vado a Napoli e poi… muoio!
Daniela Carelli
“AcquaFragile”, Sensoinverso Edizioni, 2013
Pagg. 209, € 16,00

Fabrizio Castiglioni, 32 anni, lombardo doc della provincia di Varese, viene da una famiglia che più padana non si può: gaviratesi da generazioni e irriducibilmente leghisti, i genitori di Fabrizio sono convinti che il civile Nord finisca a Rimini. Tutto il resto, per loro, è “‘il Sud’, o il nemico che dir si voglia.” E così, in attesa che un bel terremoto spacchi l’Italia in due, impedendo ai temuti ‘terroni’ di risalire lo stivale in cerca di lavoro, a casa Castiglioni, dove il massimo lusso è un piatto di penne al burro e una vacanza a Trepalle in provincia di Livigno, si indottrina il figlio affinché, come fidanzata, trovi una bella tusa de i nòster part, in base al detto “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Fabrizio, però, si rende ben presto conto che, per soddisfare le esigenze della sua ragazza ideale (“bionda, snella, magari con gli occhi chiari, l’incrocio perfetto tra una modella e una velina”), occorrono un bel po’ di soldi. Ma, quando si sono interrotti gli studi perché con la cultura non si può comprare un motorino, le offerte di impiego disponibili sembrano riguardare soltanto muratori o friggitori di patatine. Così, a Fabrizio non resta che ‘emigrare’ da Gavirate a Milano, dopo aver seguito un corso per web developer, e riconvertirsi in esperto di informatica nella città tentacolare, ricca di occasioni di lavoro e di nuove conoscenze. Come fare, però, quando in ufficio la nuova collega, con cui il Fabri dovrà collaborare a stretto contatto, è ? orrore!? napoletana? E che napoletana, poi! Mora, una cascata di capelli ricci, tacchi dodici e il resto… curve. Dopo le prime schermaglie tra i due, le ostilità si rompono e, complice un dolce roccocò, Fabrizio comprende finalmente che, in fondo, le ‘terrone’ non sono poi tanto male. Soprattutto se hanno le fattezze di Linda. Che, però, ha un difetto insormontabile: viene da una città dove assolutamente Fabrizio non vuol mettere piede. Ma mai dire mai…
Con uno stile provocatorio e brioso, Daniela Carelli, cantante e scrittrice napoletana trapiantata al Nord, già autrice del romanzo autobiografico Volevo fare la segretaria, ci racconta la conversione di un leghista alla cultura meridionale, descrivendoci, con amore e con passione per la sua città, una Napoli che spesso neppure i suoi abitanti conoscono fino in fondo: quella delle meraviglie artistiche da scoprire, delle passeggiate nel centro storico tra viuzze popolari, palazzi meravigliosi e sfogliatelle, delle mozzarelle giganti decorate con pomodorini e basilico, della pizza con il lievito madre, dei sotterranei-museo. La Napoli leggendaria sorta sull’isolotto del Castel dell’Ovo, sotto le cui fondamenta la protegge il magico uovo di Virgilio; la città dell’abete natalizio in Galleria, a cui si appendono biglietti di auguri e di pensierini (non tutti aulici: “A quel cornuto che mi ha bucato le ruote della macchina (in attesa di acchiapparlo) dedico il seguente augurio. A sera d’‘a Viggilia s’anna schiattà tutte ‘e ppalle ‘e Natale ‘ncopp’ all’albero”). Una Napoli diversa dagli stereotipi diffusi dai media, che relega i fatti di camorra in uno spazio assai piccolo rispetto al mare di generosità, di solarità, di cultura che rende i suoi abitanti felici, tutto sommato, di abitarvi. Il testo include le mappe degli itinerari citati.

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La fata supina

La fata supina

La fata supina
Daniela Fusco
La bottega delle parole, 2016
Pagg. 128, € 8

A 38 anni, Gabriella si ritrova giocoforza single: ha infatti scoperto che la sua storia d’amore, che credeva essere “un villino unifamiliare”, si è trasformata, a sua insaputa, “in un condominio di quattro appartamenti, con quattro coinquiline inconsapevoli di abitare nello stesso palazzo”. E così, non resta che cambiare casa, non solo abbandonando il sovraffollato ‘stabile’ del fedifrago Luca, ma trasferendosi addirittura in un’altra città: Roma. Sì, perché qui Gabriella può contare sull’appoggio incondizionato dell’affettuosa zia Maria, napoletana come lei ma trasferitasi nell’urbe negli anni ‘50, che gira in Cinquecento rosa shocking e indossa abiti da pin-up; e, naturalmente, su quello del suo ruspante compagno, romano de Roma che più non si può: Ivo, detto er mutanda. Arrivata nella capitale, Gabriella viene dunque sistemata nell’appartamento, vuoto, del figlio di Ivo, il mitico Terenzio, con annessa Smart rosso fuoco, cerchi in lega, marmittone modificato, interni argento. Giusto il tempo di ambientarsi, di conoscere un paio di inquietanti vicini di casa, ed ecco che la tranquilla periferia romana, zona Eur, si trasforma nel set di un telefilm poliziesco, con tanto di cadavere e commissario dall’accento meridionale. Ma Gabriella è a Roma per rifarsi una vita e non può perdere tempo con i delitti: ottenuto un lavoro dalla “copia spiccicata di Enzo Miccio” in cravatta di Marinella, si divide tra il nuovo impiego, i pranzetti di zia Maria (“sartù di riso, parmigiana di melanzane, zucchine alla scapece, casatiello come antipasto”) e i casuali incontri con un simpatico giovanotto, portiere nei pressi del suo ufficio: Matteo. Ma il misterioso serial killer continua a colpire, e, guarda caso, proprio giovani donne come lei…
Con una prosa vivace e ricca di ‘colore’ locale (divertentissime le descrizioni dei personaggi e i dialoghi in dialetto napoletano o in romanesco), Daniela Fusco – vincitrice, con questo romanzo, del Premio Letterario Idea Bellezza “Tacco Matto”  e già autrice di I miei primi… 30. Irriverente manuale sul maschio moderno – ci offre un esempio di chick lit intelligente, priva degli stereotipi del genere, ma in grado di scherzare su quelli nazionali. E di coinvolgere il lettore fino alla conclusione del plot giallo, forse non troppo difficile da intuire, ma comunque in grado di riportare le cose all’ordine precostituito. Nel quale, naturalmente, Gabriella troverà l’amore…

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Tra le stelle e le onde

Tra le stelle e le onde

Tra le stelle e le onde
Luce Loi
CentoAutori, “A cuor leggero”, 2016
Pagg. 139, € 7,50

Cristina, studentessa ventiduenne di Psicologia, passa le sue giornate sui libri, incurante delle opportunità di divertimento che la vita potrebbe offrirle, ma soprattutto di quelle di… fidanzamento! Con grande cruccio di nonna Elsa, che la vorrebbe vedere sistemata, possibilmente con un buon partito. Quando, però, il destino, per il tramite dell’amica cartomante Dora, fa sapere che l’uomo giusto per Cristina esiste eccome, ha gli occhi chiari e si troverà su una nave, le speranze di Elsa sembrano potersi realizzare: basterà convincere la nipote a seguire lei e Dora in crociera e l’atmosfera da Love Boat farà il resto. Ma sulla nave, secondo ciò che hanno predetto i tarocchi, non ci sarà soltanto l’uomo dei sogni: bisognerà guardarsi dal pericolo rappresentato dal misterioso “Nero”. E non sarà facile riconoscerlo a prima vista, perché, appena messo piede a bordo, Cristina sarà attorniata – e corteggiata – da una serie di aitanti e fascinosi giovanotti dallo sguardo di ghiaccio, ciascuno con il suo asso nella manica per conquistarla. Mentre viaggia dalle insenature del Mediterraneo ai fiordi del Mare del Nord, in compagnia di nuovi amici (in primis il giovane assistente mago Hiresh e il nuotatore tedesco Zyprian), Cristina si troverà ad affrontare situazioni rocambolesche e imbarazzanti, equivoci e divertimenti, imprevisti e pericoli, fino alla sospirata meta, che non sarà soltanto lo scalo finale del gran tour in nave, ma il raggiungimento di un traguardo molto più importante: l’amore.
Con questo romanzo, quarta uscita nella collana “A cuor leggero” della casa editrice Cento Autori, Luce Loi – autrice già conosciuta per i suoi romance e per gli e-book nella collana “YouFeel” della Rizzoli – ci consegna il ritratto di una ragazza dei nostri giorni, in bilico tra la realizzazione personale e la scoperta del futuro, con tutte le sorprese che può riservarci. Checché ne dicano i tarocchi…

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Lie4Me. Professione bugiarda

Lie4Me Professione bugiarda

Lie4Me. Professione bugiarda
Mariachiara Cabrini
“Elite”, Harlequin Mondadori, 2015
Pagg. 105, € 3,49, e-book

Alice Schiano, 33 anni, di mestiere fa l’“accomodatrice di vite”. Dotata di un’irrefrenabile fantasia, ha deciso infatti di metterla a frutto per migliorare la sua quotidianità (gestendo, grazie a una serie di ‘mancate verità’, il rapporto con un fidanzato tanto affezionato quanto problematico e soffocante), ma anche quella degli altri. Sì, perché, quando si è in grado di inventare bugie a ripetizione, la faccia tosta torna senz’altro utile: ad esempio, per aprire un’agenzia di successo, il cui scopo è mentire – naturalmente a fin di bene! – per tirar fuori i clienti dagli impicci: compito ingrato, ma certo remunerativo. Coadiuvata dall’impeccabile segretaria Giulia, molto meno incline di lei alla menzogna, Alice lavora come professionista della bugia, impegnandosi in prima persona, a costo di rischiosi travestimenti, ad aiutare coniugi infedeli a mollare il partner senza troppa sofferenza, o impiegati carrieristi a farsi strada in ufficio. Finché qualcuno non fa saltare in aria la sua auto, dimostrando che, forse, qualche bugia di troppo è stata detta. Sì, ma a sfavore di chi? Dribblando la protettiva sorveglianza della Polizia, nella (affascinante) persona dell’Ispettore Donati della Questura di Milano, Alice lascia da parte i suoi fantasiosi intrecci per calarsi, realmente, nei panni dell’investigatrice (ovviamente non autorizzata) e mettersi, sprezzante del pericolo, alla ricerca della verità.
Con questo divertente romanzo Mariachiara Cabrini, blogger su L’arte dello scrivere… forse con il nickname di Weirde e già autrice di romanzi (per 011, Harlequin Mondadori e altri), in Lie4Me ritorna al chick lit venato di giallo – già sperimentato con Imprinting love – per intrattenerci, e per dimostrare che le bugie non sempre hanno le gambe corte…

Come si permette?! Solo perché mi ha trovata di notte, sul ciglio della strada, truccata pesantemente, con una parrucca rossa, abiti succinti e biancheria sexy, come può saltarle in mente che mi stia prostituendo? Non ha il minimo senso logico. È proprio vero che gli uomini pensano a una cosa sola…

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Indipendenza emotiva

Indipendenza emotiva

Indipendenza emotiva. Imparare a essere felici
Giacomo Papasidero
Tempovissuto Edizioni
libro € 13, e-book € 8.99

Questo è un libro che tutti dovrebbero leggere. Perché affronta, con un linguaggio semplice e immediato, il problema più comune di tutti gli esseri umani: riuscire a essere felici. Ma soprattutto perché, con esempi tratti dall’esperienza personale e facili esercizi, ci insegna a realizzare, giorno per giorno, questo obiettivo. La felicità quotidiana, insomma, a portata di tutti: perché ce la meritiamo e perché siamo in grado di conquistarla. A patto di essere disposti a lavorare sulle nostre emozioni e a raggiungere quella che l’autore, nel titolo del libro, definisce indipendenza emotiva. Sì, perché, alla fine, il segreto è tutto lì: liberarsi dalla schiavitù dei legami e delle emozioni. E amare incondizionatamente, sia gli altri che noi stessi. Molto più facile a dirsi che a farsi, potrebbe pensare il lettore. Non se un mental coach come Giacomo Papasidero ci prende per mano e ci accompagna, capitolo per capitolo (ogni sezione del libro corrisponde a una lezione dei suoi corsi) nel cammino verso la scoperta di ciò che conta veramente nella vita. Scopriremo così, attraverso una logica stringente, che siamo noi a generare le emozioni in risposta agli avvenimenti che ci accadono, e dunque siamo anche in grado di dominarle; che, per quanto il nostro passato sia stato difficile, c’è sempre un modo di ridefinirlo in positivo; che le nostre sensazioni possono essere ingannevoli, allontanandoci dalla realtà; che ciò che proviamo è sempre un segnale, e anche le emozioni negative, che secondo meccanismi ancestrali ci avvisano dei pericoli, sono utili per indurci ad affrontare i problemi e spingerci al cambiamento.
Come riuscire a far sì che le emozioni, determinate dalle nostre convinzioni, non condizionino la nostra vita? Con i consigli e gli esercizi che Giacomo Papasidero, esperto di crescita personale e ‘allenatore mentale’ da anni, ha messo a punto attraverso l’esperienza personale: primo fra tutti il “diario emotivo”, in cui annotare seduta stante le nostre emozioni negative e positive, descrivendo ciò che proviamo, senza collegare in un rapporto di causa-effetto la rabbia, la paura, la gioia con l’episodio che, solo apparentemente, l’ha suscitata. O con la tecnica del “vedo positivo”, che ci spinge a potenziare lo sguardo notando, in ciò che ci circonda, i piccoli doni che possono renderci più felici. O ancora come il “trovare l’oro”, che, senza bisogno di cercarlo lontano, è già nelle persone intorno a noi. Alla fine, esercitarci in “lati positivi” a fine giornata ci diventerà naturale. Ma Indipendenza emotiva non si limita a spiegare come dominare la nostra emotività. Ci spiega anche come essere più felici: rinunciando a pretese e aspettative, in modo da non essere mai delusi; e amando il nostro prossimo incondizionatamente, sia che ci tratti bene, sia che non lo faccia. Perché, scrive l’autore, se la nostra felicità consistesse nel donare una piccola cosa a qualcuno, non lo faremmo forse anche con chi ci ha fatto del male, pur di rallegrarci? Con il vantaggio non solo di non aver portato rancore, ma anche di essere liberi (e qui si ritorna all’indipendenza emotiva):

“Ora che sai che niente di quello che dicono o fanno gli altri ha il potere di umiliarti, farti soffrire o deluderti, perché tutto questo dipende solo dalle tue pretese e dalla paura di amare, perché dovresti negarti la felicità con le tue stesse mani? Se dai amore, sei felice.”

Provare per credere.

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Un anno di Gloria

Un anno di Gloria

Un anno di Gloria
Alessandra Casella
Salani, “Femminili”, 2001
Pagg. 202, € 10.33

Un po’ Bridget Jones, un po’ la ragazza che tutte noi siamo, Gloria, single poco più che 30enne romantica e pasticciona, lavora come segretaria in un’agenzia di pubblicità e passa le serate sul divano, tra film, barattoli di Nutella, bizzarri manuali di auto-aiuto per donne e telefonate consolatorie con le amiche del cuore, sostituti indispensabili di una mamma Sissy (“Al secolo il suo nome è Assunta, ma fa poco principessa”) svampita e assente, agli Antipodi, con un nuovo marito australiano. Finché non le viene predetto che l’uomo giusto è all’orizzonte. E allora – sorretta dal suo Quadrato Magico di amici (Anna, Cinzia, Daniela e il ‘Divino’ Dario, saltuariamente fidanzato con Mario) – inizierà la sua personale lotta contro i chili di troppo, la collega arrivista Olivia, le rivali in amore e naturalmente la singletudine… Fino a trovare, in tutti i sensi, la vera Gloria, che forse non è quella che gli altri (e lei stessa) si aspettano… Attraverso il diario di un anno di (dis)avventure, con uno stile che interpreta in maniera straordinaria l’autoironia della protagonista e il genere letterario iniziato da Helen Fielding, Alessandra Casella si ricollega, in questo suo primo esperimento di scrittura che apre la strada alla chick lit italiana, alla comicità espressa ne La tv delle ragazze, per regalarci appassionanti momenti di pura evasione.

Sono stata tutto il giorno con una mise da Lola Falana e le antenne al massino, e neanche l’ombra di un uomo bruno all’orizzonte. […] Nada de nada de nada. L’unico uomo bruno che ho incontrato era il vigile che stava per darmi la multa. Multa che, peraltro, sono riuscita a farmi togliere fingendo di essere incinta al secondo mese con una gravidanza a rischio. Alla fine s’è impietosito, e guardandomi la pancia ha detto: «Eh, sì, è già bella grossa!» Forse avrei preferito la multa.

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Vedi Napoli e poi niente

Vedi Napoli e poi niente

Vedi Napoli e poi niente
Corrado Castiglione
“Pesci rossi”, GoWare, 2014

Da ragazzo sognava di fare l’archeologo, ma, complice un’allergia alla polvere, è diventato un giornalista. Corrado Castiglione, cronista politico per “Il Mattino”, con cui collabora da quasi un trentennio, sul ‘suo’ quotidiano ha imparato a leggere da bambino e oggi scrive articoli sulla sua città. Una città bellissima e insieme difficile, sia da vivere che da raccontare. Ma Castiglione riesce benissimo, in queste dieci storie di Vedi Napoli e poi niente, a far conoscere, ed amare, la sua Partenope. Che, nella sua narrazione, non è mai cliché fatto di luoghi comuni, ma luogo non comune dove sconfessare tutti i cliché. A cominciare dall’ipotetico tour che l’autore – con il pretesto di aiutare José, un collega uruguaiano in cerca di notizie per un reportage – propone al lettore, e che non passa per Castel dell’Ovo o per la fenestella di Marechiaro, ma comincia dall’Albergo dei Poveri fresco di ritinteggiatura “(sebbene all’interno e sui tetti ci sia un intero villaggio)” e si dirige verso la Sanità, non per visitare il cimitero delle Fontanelle ma per conoscere la leggendaria storia dell’inventore dei maccheroni. E, a San Gregorio Armeno, si farà tappa per ammirare le statuine del presepe, ma anche per ascoltare la storia di Renato, il ragazzo autistico che sognava i Re Magi. E della sua mamma Evelina che ha imparato a sognare con lui. Ai Quartieri Spagnoli, cercheremo invano la trattoria di Maria, che mentre serviva vivande affittava il suo corpo per far nascere i bambini di chi non poteva averne; e, poco distante, nella sede del Comune a Palazzo San Giacomo sarà meglio non entrare: c’è un’indagine in corso e il vicequestore Di Branco è impegnato nell’arduo compito di scoprire chi ha ucciso il Sindaco (ogni riferimento è puramente casuale!). Se poi – ipotesi non troppo remota – ci troveremo sotto la pioggia, imbottigliati nel traffico dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, può darsi che la mente vaghi a ricordare il leggendario Cola Pesce e ci faccia deviare verso Posillipo, per andare a cercarlo tra le onde. Un itinerario che tocchi i luoghi di ‘culto’ di Napoli non può non far tappa allo Stadio San Paolo, dove l’autore porta suo figlio, spinto dalla passione calcistica ma ugualmente da quella per il Caffè Borghetti, mitico per i tifosi quasi quanto Maradona. A Coroglio, alle pendici del mostro in disarmo Italsider che domina ancora l’enorme spazio che potrebbe essere, in un futuro felice e per questo utopistico, un’oasi dedicata alla natura o alla cultura, la narrazione si fa documentario: riemerge il Castiglione giornalista, che dà voce all’incertezza e alla rassegnazione degli abitanti. L’itinerario si conclude a Positano, non per ammirare i panorami della perla della Costiera Amalfitana, ma per osservare la curiosa scena che si svolge al cimitero Li Parlati, dove il dialogo unilaterale davanti alla tomba del defunto si trasforma in un match tra due opposte passioni tennistiche, simbolo di due vite diverse destinate però a riunirsi.
Allora, “vedi Napoli e poi…”? No, non “niente”, come titola l’e-book. Forse “tutto”, ma un tutto così ineffabile che ci voleva proprio la penna (digitale) di un giornalista napoletano per poterlo raccontare.

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Non voglio essere famosa!

Non voglio essere famosa

Non voglio essere famosa!
Elena Depaoli
“A cuor leggero”, Cento Autori, 2015
pp. 176, € 7,50

Victoria Sanders lavora in quello che considera “l’ultimo gradino sociale del giornalismo”: scrive articoli per Notizie!, il quotidiano distribuito gratuitamente nella metro, nella speranza di diventare un giorno reporter. Finché la fortuna non sembra girare dalla sua parte, offrendole l’opportunità della sua carriera: dovrà intervistare il divo del momento, Mike LoSanto, attore di telenovelas adorato dal pubblico femminile. Ma il destino ha in serbo qualche sorpresa e, grazie un imprevisto, l’intervista si tramuta in un’arma a doppio taglio: ora, Victoria è in possesso di informazioni compromettenti su Mike. Ma potrà usarle?
A farle riflettere su cosa sia meglio per lei, e soprattutto per l’immagine di Mike, interviene Staff, il manager dell’attore, con una proposta, almeno all’apparenza, di quelle che non si possono rifiutare. E Victoria, infatti, accetta: per un compenso stratosferico e con un contratto capestro, impersonerà la nuova fidanzata di Mike.
‘Rapita’ in senso letterale dai meccanismi dello show business e costretta a lunghe sessioni di trucco e depilazione, a diete ipocaloriche forzate e ad apparizioni televisive tanto improvvisate quanto goffe, per non parlare dei party tra vip e dei tè di beneficenza, Victoria impara a sue spese che la vita delle celebrities non è luccicante come sembra, anche se le guadagna l’ammirazione dei fan e il sostegno di sua madre, convinta di aver allevato una novella Kate Middleton. E allora, come far ritornare le cose come prima?
Dopo Come posso farcela, Elena Depaoli ? già nota al pubblico del Web per il blog Fantastiche avventure – ritorna alla chick lit con lo stile fantasioso e paradossale che la contraddistingue. Esplorando a tutto tondo, attraverso le (dis)avventure di Victoria, le leggi impietose del mondo dello star-system (non più Eden da raggiungere, ma ‘gabbia dorata’ da cui fuggire), tratteggia un ritratto del jet set dal crudo iperrealismo.
Siamo tutti Victoria Sanders, la ragazza della porta accanto che crede possibile che un colpo di fortuna possa cambiarle la vita. Ma riusciremmo tutti, come Victoria, a dire: Non voglio essere famosa?

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Un terremoto a Borgo Propizio

Un terremoto a Borgo Propizio

Un terremoto a Borgo Propizio
Loredana Limone
Salani
Pagg. 387, € 15,90 (libro), € 9,99 (e-book).

A Borgo Propizio la vita scorre operosa e serena come sempre, soprattutto da quando il nuovo sindaco Felice Rondinella, dall’identità sessuale molto chiacchierata ma dall’amore indiscusso per il suo paesino, l’ha reso ancora più bello con una rispettosa ristrutturazione del centro storico. E, grazie alla costruzione di una biblioteca e alla promozione di attività letterarie, come il festival Sotto Stelle Propizie, la vita culturale ferve. A dare uno scossone, letteralmente, a questo quadro quasi perfetto arriva però un evento improvviso e imprevedibile: il terremoto. Con il Castelluccio diruto, le viuzze del centro inagibili, una parte degli abitanti ospitata alla meglio nei tendoni a fondovalle e sette morti da seppellire, non c’è da stare tanto allegri. Soprattutto quando la Viottola Scura rivela il cadavere dell’Assessore alla Cultura Tranquillo Conforti, che, a dispetto del nome, in vita non è stato troppo benvoluto. Chi può averlo ucciso? A condurre le indagini sarà il Maresciallo capo Saltalamacchia, “militare per mestiere, scrittore per hobby, padre di due coppie di gemelle”, indefessamente alla ricerca della verità. Ma le mura del borgo non nascondono soltanto il segreto dell’assassino: all’ombra delle rovine, nelle cucine del ristorante Rimembranze, nelle case si consumano amori clandestini, come mai era successo a Borgo Propizio. Dal panico e dalla morte seminati dal terremoto, infatti, sembra nascere nuova linfa vitale: l’istinto di sopravvivenza ha la meglio sulla distruzione (inclusa quella della latteria di Belinda, che aveva dato il “la” alla rinascita del paese) e le passioni e i sentimenti sbocciano più forti che mai. Cosa prova Mariolina, fedele sposa di Ruggero, per l’affascinante assessore Mirko Mezzanotte? Sua sorella Marietta riuscirà a convolare a nozze con il sindaco, per il bene del borgo? Per scoprirlo, non resta che leggere il terzo volume della trilogia di Loredana Limone, in cui si riaffacciano tutti i personaggi ai quali ci siamo affezionati in Borgo Propizio e in E le stelle (non) stanno a guardare ? alcuni dei quali, da comprimari, ora promossi con successo a protagonisti. Ma c’è anche chi dal borgo va via e sappiamo che non tonerà più. Con questa prova letteraria, Loredana Limone si conferma scrittrice in grado di alternare il registro dell’umorismo con quello della passionalità, sempre in maniera delicata e lieve, strappandoci alternativamente il sorriso e la commozione. Gli affezionati ‘follower’ possono stare tranquilli: l’autrice è già all’opera sul quarto ‘episodio’ della serie…

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Una nuvola nera minaccia Napoli

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Donatella de Crescenzo e Vincenzo Lamberti
Graus, 2014
Pagg. 24, € 10

“Una nuvola nera minaccia la città, come fuliggine nell’alba rossa…”

Inizia con queste parole, anzi con questi versi (il testo, proseguendo nella lettura, è in rime alternate) un’originale opera artistico-letteraria a quattro mani, o meglio a sei – la prefazione è di Violetta Lamberti, figlia degli autori – che unisce i versi della scrittrice Donatella de Crescenzo ai disegni di suo marito Vincenzo Lamberti, medico di professione (“Perché volevo fare il mago”) e pittore per passione.
La città è Napoli, ritratta in tutte le dieci tavole nel suo panorama più bello e più emblematico – il Vesuvio e Castel dell’Ovo – in colori sempre diversi, quasi sempre accesi: il mare turchese, verde, vermiglio; il cielo porpora, giallo, bluette; il vulcano dorato, verde, rosso fuoco… A rifinire “il golfo mozzafiato”, un Castel dell’Ovo in tutte le sfumature dell’arancio, così stilizzato che la fantasia del lettore potrebbe trasformarlo in una “imbarcazione che risale le onde”, cosciente dell’incertezza del suo navigare, ma anche consapevole di essere un prodotto della mano dell’artista (“delineato a matita, rifinisco le sponde”). Nulla di oleografico, però: un senso di drammaticità, di pericolo incombente, domina il paesaggio grazie alla nuvola, enorme e nerissima, che quasi si appoggia sul triangolo del Vesuvio, metafora della forza della Natura ma anche delle difficoltà di una città “spesso fortemente criticata oppure osannata, senza vie di mezzo”. Una città di contraddizioni e contrasti, che però non si può fare a meno di amare e di continuare ad abitare.
È vero, una nuvola nera minaccia Napoli. “Ma io non ho paura”.

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Il viaggio di Felicia

Il viaggio di Felicia

Il viaggio di Felicia
William Trevor
Guanda, 1995
Pagg. 232, € 9

“Perfetto e al tempo stesso agghiacciante”. “Il thriller diventa arte”. Di recensioni entusiastiche da parte della stampa angloamericana (queste ed altre, citate in copertina) Il Viaqgio di Felicia ne ha avute in abbondanza. Meritate: quando il Philadelphia Inquirer scrive che “la suspence psicologica costringe a leggerlo tutto d’ un fiato” effettivamente non mente.
Felicia, la protagonista creata da William Trevor (irlandese della contea di Cork, sei libri al suo attivo dal 1964, di cui uno finalista al Booker Prize) è una ragazza irlandese dall’animo e dalle abitudini semplici, ingenua ed inesperta; ma quando decide di intraprendere il viaggio – probabilmente il primo della sua vita – attraverso l’Inghilterra, alla ricerca del ragazzo che ama e di cui, per un disguido, non ha l’indirizzo, le cose cambiano. Soprattutto quando incontra il Signor Hilditch, un ometto grasso e abitudinario che trascorre la sua vita tra il cibo (anche al lavoro, perché è addetto al servizio catering di una ditta) e ambigue amicizie con ragazze giovani e sole, cui presta volentieri il suo aiuto perché alleviano la sua solitudine.
Non è solo compagnia che il signor Hilditch vuole da Felicia, e dalle altre che l’hanno preceduta. Ma non si affrettino le conclusioni: per conoscere la verità (o meglio per intuirla, grazie agli indizi sparsi nel testo, che trasformano pian piano i dubbi in certezze) bisognerà arrivare alle ultime pagine del libro: ed anche la sua parziale e catartica confessione non scioglierà subito tutti i nodi.
Trevor si sofferma sul personaggio di Hilditch più di quanto faccia con Felicia, che sembra a tratti assumere un ruolo di secondo piano. È lei, però, a chiudere il libro. Se il viaggio dall’Irlanda è stato breve, quello che la attende è sicuramente più lungo: il viaggio alla ricerca di una sè stessa nuova e disincantata, molto diversa dalla fiduciosa ragazza di un tempo. Un viaggio che, lo si capisce, non facilmente avrà termine.

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Mi vuoi sposare? Una wedding planner alla ricerca del marito perfetto

Mi vuoi sposare?Mi vuoi sposare?
Una wedding planner alla ricerca del marito perfetto

Elisabetta Belotti
“A cuor leggero”, Cento Autori, 2015
Pagg. 176, € 7,50

Lisa è appena ritornata da un romantico viaggio in Polinesia con Andrea: sole, mare, tramonti, daiquiri e niente e-mail. Ma, ancora in aereo, scopre che il suo fidanzato ? con cui ha condiviso dieci anni di vita e il suo appartamento ? la ha tradita. Un brutto colpo per chiunque, ma soprattutto per una wedding planner di successo come Lisa, che, insieme alla socia e amica Bea, gestisce l’agenzia Il matrimonio perfetto! Decisa a non lasciarsi ingrigire nella solitudine, in quella che, senza uomini, si prospetta una vita confortata solo dai gatti e dall’enigmistica, con temperamento manageriale Lisa decide subito di rimettersi in pista: se organizza matrimoni per gli altri, perché non dovrebbe essere in grado di trovare uno sposo per sé? Certo che l’impresa non è semplice e, benché i candidati siano molti (e a volte in concorrenza tra loro), tra il cuoco, il musicista, il chirurgo, l’ingegnere e il maestro di sci selezionare l’uomo ideale sembra impossibile. Soprattutto se ci si ritrova spesso tra i piedi, nei momenti più inopportuni, l’ex…
Incrociando le disavventure sentimentali di Lisa con l’organizzazione di matrimoni ‘da favola’ in location improbabili, e con la solo apparentemente monotona quotidianità della vita matrimoniale della sorella Silvia, mamma di tre figli (un’adolescente in piena fioritura ormonale e due pestiferi gemellini), Elisabetta Belotti – già autrice del divertente Il Manuale del perfetto marito (Sesat Edizioni, 2012) – tocca un tema a lei caro: la ricerca dell’uomo ideale. Che forse non esiste… O invece sì? Lo scoprirà a sue spese la protagonista di questo spumeggiante romanzo di chick lit, che apre la collana “A cuor leggero” delle edizioni Cento Autori e che farà riflettere tutte noi: per cercare l’uomo dei nostri sogni, è proprio vero che dobbiamo andare lontano?

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La signorina e l’amore

La signorina e l'amoreLa signorina e l’amore
Giovanna Mozzillo
“Pesci rossi”, GoWare, 2014
Pagg. 408, € 3,74 (Kindle), € 4,99 (e-book), € 14,99 (libro)

È una prosa tutta da ‘assaporare’ quella di Giovanna Mozzillo: una scrittura mediterranea antica e insieme nuova, potente come quella di un classico, che con maestria difficilmente eguagliabile (la scrittrice Loredana Limone l’ha definita, a ragione, “alta letteratura”) sollecita tutti i sensi del lettore, e va gustata piano. Ne è uno dei migliori esempi il romanzo La signorina e l’amore, già edito con successo da Avagliano nel 2001 e oggi riproposto al pubblico per i tipi virtuali e cartacei delle Edizioni GoWare, in versione e-book e stampata.
La signorina è Rosella Benevento, fanciulla napoletana di buona famiglia che vive, con la madre e la sorella Teresa, specchio di ogni virtù, in un antico palazzo nel centro storico di Napoli. Siamo nei primi anni Venti, sotto il fascismo (il racconto si apre nel 1925) e Rosella è solo una ragazzina. Un’adolescente beneducata che sa che nella sua vita, prima o poi, arriverà l’amore. Ma ora no, è troppo presto. Ora Rosella si limita a sognare questo sentimento che, non ha dubbi, sarà potente, devastante, ma soprattutto certo: perché, quando verrà il momento giusto, senza alcun dubbio ne sarà toccata anche lei. Nel frattempo, Rosella vive una quotidianità serena, fatta di piccole cose: aiutare la madre nelle faccende di casa; confidarsi con le domestiche e con le amiche di sempre, Maria Iole e Carolina; cercare, se non di eguagliare, almeno di avvicinarsi alla bravissima sorella Teresa, per cui nutre affetto e ammirazione. Così, nessuno si aspetterebbe da lei che l’amore, una volta che arrivi improvviso, casuale e inaspettato, prenda le sembianze di Leonardo Pavoncelli: medico giovane ? ma molto più grande di lei ? che abita, con due figlie e la ricca moglie Iris, suo passepartout per la carriera e l’alta società, proprio nel palazzo della ragazza. Un amore impossibile solo sulla carta; perché, nella realtà, nasce e si sviluppa come Rosella aveva sempre immaginato, in maniera così naturale che le pare sia sempre stato lì per lei: “sarà stata un’illuminazione, ma ha capito, capito veramente: ha capito che si tratta di un fatto immenso, ineffabile, meraviglioso”.
Un sentimento, naturalmente, da tenere segreto ai più, tranne quando Rosella e Leonardo si ritrovano nell’‘oasi’ dei Vergini e, protetti dalle memorie dell’antica casa, si concedono il lusso di amarsi come due veri sposi. Anche quando fuori gli aerei inglesi stanno bombardando la città.
Ed è proprio la Napoli dell’anteguerra, insieme a Rosella, la co-protagonista del romanzo: una città bella, “intatta, assoluta, sublime”, fatta di edifici storici che resistono imperterriti al tempo e spesso alle bombe, di “gradinate sdrucciole delle rampe” che collegano i due amanti perché riescano a incontrarsi il più presto possibile, anche di notte; di umidi rifugi sotterranei che li separano; di campagne collinari che forniscono verdure abbondanti quando il cibo scarseggia; una Napoli solcata dai tram e dalle automobili Balilla, in cui si ossequia o si combatte in silenzio Mussolini, in cui però ogni evento, per Rosella, ha un senso solo se la unisce, o la separa, da Leonardo.
È la città in cui vediamo muoversi i protagonisti, ma anche quella raccontata, viva testimonianza dell’epoca, da una ‘voce fuori campo’, che si alterna ai capitoli della narrazione: è Giovanna, detta Giovannella, figlia di Teresa e nipote della protagonista. E più di una traccia, nel libro, ci fa pensare che i personaggi non siano soltanto il frutto della fantasia dell’autrice…
Sicuramente reali sono i luoghi: e da Napoli, si va, o meglio si sfolla, a Gragnano, nell’interno della Costiera Sorrentina, dove Giovannella osserva, affascinata alla stessa maniera, l’incanto della natura e le luci dei bombardamenti, quasi fossero stelle comete. Il suo sguardo puro e incantato di bambina è in fondo lo stesso della zia Rosella: uno sguardo rivolto alla vita con la serena accettazione di ciò che può portare, che siano immense gioie o grandi dolori; perché l’importante è viverla, e viverla come si desidera.

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Canoni e contrappunti

Canoni e contrappunti

Canoni e contrappunti
Marisa Giaroli
Corsiero Editore, 2014
Pagg. 187, € 12

Carmen si chiama così perché ai suoi genitori piace l’opera. Tutto quello, però, che i suoi familiari vorrebbero che fosse finisce qui. Anche se ha preso le redini dell’azienda di termoidraulica fondata dal padre e se vive accanto ai suoi nella proprietà agricola di cui un tempo i suoi nonni erano mezzadri, nella pianura Padana, Carmen sente che la sua strada non può essere quella che è stata tracciata per lei. L’occasione per capirlo è il matrimonio – più amicizia che passione – con il ragazzo che tutti reputano “giusto”, ma che in realtà non può esserlo. Perché, per Carmen, nessun uomo può essere giusto.
Una donna, però, forse sì.
Lasciandosi dunque alle spalle Massimiliano, Carmen intraprende, dapprima con timidezza ed esitazione, poi con sempre maggior coraggio, un percorso alla scoperta della sua vera identità. Che, attraverso le necessarie tappe, la porta a un incontro, casuale come sempre sono gli eventi destinati a cambiare una vita, che dovrà segnare il suo futuro. Gilda ha quarant’anni, un posto di responsabilità come presidente di una banca e, in apparenza, nessuno spazio nel suo cuore per una relazione. Ma l’amore che Carmen le offre, con spontaneità ed estrema sincerità, può bastare per entrambe. Divorata da questo sentimento fortissimo, devastante, oscuro perché sembra non ricambiato, Carmen si annulla fin quasi a perdere interesse per la vita. Ma mai per Gilda: che, se ha spezzato il “soffitto di cristallo” sul lavoro, sembra avere dentro di sé un blocco ben più difficile da infrangere. Carmen, però, non si arrende…
In questo romanzo, l’ultimo di una lunga serie per l’autrice reggiana, ma non il solo dedicato a una storia al femminile (ricordiamo Perché non lei?), Marisa Giaroli – ex insegnante, 4 figli e altrettanti nipoti – tratteggia con maestria un sentimento difficile a rappresentarsi sulla carta: la scoperta dell’amore e il suo alimentarsi di piccole cose, quasi di niente, restando ciò nonostante passione bruciante, il motore più forte della vita umana. E, nello stesso tempo, un oggetto molto delicato da maneggiare. Come dice a Carmen l’amica psicologa Lara,

“Non t’imporre niente. Sarà il tuo cuore a dirti quando cercarla e allora dovrai muoverti senza paura. Con fiducia e coraggio. Perché una storia d’amore non è mai come noi la vorremmo ma segue dei percorsi sconosciuti, imprevedibili a volte.”

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Il mio nome è Patty Boom Boom

Il mio nome è Patty Boom Boom

Il mio nome è Patty Boom Boom
Silvia Mango
“YouFeel”, Rizzoli, 2014, Pagg. 119, € 2,49, e-book

“Com’era la storia dei due poliziotti? C’erano il poliziotto buono e il poliziotto cattivo. Un connubio di malvagità. Fatto sta che il poliziotto buono, che poi è sempre più cattivo del cattivo, con le sue mani bianche da damerino era quasi sul punto di sollevarla di peso dalla brandina, e nel contempo le stringeva i polsi così forte da farle rimpiangere le manette.”

Inizia così, con un coinvolgente incipit noir alla Cornell Woolrich, il nuovo romanzo di Silvia Mango per la collana “YouFeel” di Rizzoli, che fa seguito ai divertenti Lovangeles (2014) e 3 cuori e un bebè (2012), vincitore del concorso ChickCult di ARPANet. Sì, perché la vicenda di Patty Boom Boom che Silvia ci sta per raccontare non è per niente, nonostante la serialità ‘in rosa’ della collana, una semplice storia d’amore. A cominciare dalla sua protagonista, Patty, che per vivere fa la ballerina di lap dance in un night club molto in voga a Los Angeles, almeno finché non si imbatte, come purtroppo prima o poi capita ad ogni donna, in qualcosa che non si può accettare, nemmeno se una si esibisce ogni sera seminuda in perizoma e piume: la violenza maschile. E infatti Patty si ribella. E per questo, come a volte accade paradossalmente nella realtà, da vittima diventa carnefice, meritevole di punizione. Nonostante l’intervento del fratello Bill Clinton (ogni omonimia è puramente casuale!), l’affascinante avvocato che abbiamo già conosciuto in Lovangeles, Patty viene infatti destinata all’azione ‘correttiva’ dei servizi sociali. Sarà qui che le si aprirà un nuovo mondo: a farle da guida sarà Andre Miller, il tutor che per ordine del giudice dovrà affiancarla. Al loro si incrocia e si collega il destino di un’altra giovane donna, la sedicenne Gia, le cui aspirazioni si dividono tra il desiderio di ritornare con il suo ex e il sogno di affermarsi nella carriera teatrale. Peccato che Peter non sia davvero la persona che Gia spera; ma anche dalla brutalità ci si può imparare a difendere con dignità. E con la forza dell’amore, che purifica e libera e che, anche in questo romanzo, omnia vincit
Con uno stile che avvince il lettore, dialoghi serrati e personaggi ‘veri’, che delle avversità della vita fanno la loro forza, Silvia Mango, avvocato specializzato in diritto delle donne e dei minori, trasporta nelle pagine scritte la sua passione per la giustizia e la sua convinzione che i sogni si possono, con il nostro impegno, realizzare.

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Momenti di insopprimibile fastidio

Momenti di insopprimibile fastidio
Momenti di insopprimibile fastidio
Federica Bernardo
Feltrinelli, 2014
Pagg. 108, € 9,50

“Sono felice, indiscutibilmente. Ho una vita sentimentale, lavorativa e familiare soddisfacente; ho avuto un’infanzia serena e un’adolescenza orrenda nel mio bagaglio di ricordi (quindi, ho anche un bagaglio di ricordi)…”

Comincia così, con garbo e autoironia, il primo libro di Federica Bernardo, classe 1985, una passione per l’enogastronomia (è food blogger su La gustoteca) ed una, altrettanto forte, per la letteratura.
Insegnante di Italiano alle superiori (in calce ai temi, gli alunni le scrivono “Prof TVB”), nel suo libro Federica cita con disinvoltura Shakespeare e Omero, Jane Austin e Machiavelli, la tragedia greca e i romanzi russi. Ma non fraintendete: è solo per ricordare a noi lettori che non dobbiamo prendere troppo sul serio nemmeno i capisaldi della letteratura. E allora, “che fastidio…” se qualcuno scrive Machiavelli con due C, se ci ingarbugliamo tra nomi e soprannomi dei personaggi di Tolstoj e se ci areniamo a immaginare una nuova versione di Romeo e Giulietta a lieto fine.
Momenti di insopprimibile fastidio è, appunto, una raccolta di tutte le situazioni, quotidiane o improbabili, che ci provocano un sottile senso di turbamento, ci rendono più complicata ? ma anche più interessante ? la vita e ci fanno dire sospirando: “E se…?”
Ecco al volante il temporeggiatore, quello che tiene in caldo il parcheggio d’oro che stiamo aspettando e si decide a liberarlo solo dopo che abbiamo percorso una decina di giri dell’isolato ? per cederlo però a un altro. O ancora la fila interminabile alla posta, in banca o al Carrefour, quando non c’è un bagno nei paraggi; o le indicazioni stradali che ti assistono fino al bivio, per poi sparire improvvisamente. E che dire della carta argentata della Nutella, quando cede all’improvviso e il dito ci sprofonda dentro (per Federica, però, non è un problema!), o dei tappi anti-bimbo che sono ostili solo agli adulti; e che delusione, poi, quando la prima Fruit Joy del pacchetto è sempre verde!
Con uno stile ironico e brioso, Federica Bernardo ci fa riflettere sulla realtà che ci circonda, alla quale ci dobbiamo adattare, anche quando proprio non vorremmo. Ma con un pizzico di resistenza: nel nostro vocabolario, accettiamo happy hour e briefing, ma lasciamo fuori feedback… E, quando ci illustrano gli sbocchi occupazionali dei corsi di laurea umanistici, iniziamo a farci venire qualche dubbio.
Tra le righe di questo che l’autrice stessa definisce un divertissement letterario, anche qualche accenno a temi seri: la violenza sulle donne (“Tu ami una bestia e non è poi così romantico”), la disoccupazione giovanile (“Rispondi a un annuncio sul web in cui si cercano candidati per un posto da ‘responsabile web marketing’. Al colloquio, un soggetto losco ti propone di vendere lenzuola damascate porta a porta”), il razzismo (il T9 leghista che riconosce subito la parola Padania, il ‘complimento’ “non sembri proprio di Napoli”), la politica, (“la Destra e la Sinistra […] Che fastidio il cane che si morde la coda. E, soprattutto, l’Italia governata da cani”).
In mezzo al mare di incertezze, e ai fastidi, del mondo contemporaneo, una sola cosa è sicura: in questo libro ciascuno potrà ritrovare un pezzetto della sua vita quotidiana, e affrontarla con un sorriso.

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Tu mi fai volare (cadere, rompere)

Tu mi fai volare (cadere, rompere)

Tu mi fai volare (cadere, rompere)
Sabrina Sasso
“Lego”, NullaDie edizioni, 2014
pagg. 100, € 12,00

Un matrimonio in apparenza perfetto: una vita serena dedita alla casa e alla famiglia in una città ridente, una figlia, la tranquillità economica… Un’avventura nata su Internet, fatta di emozioni forti, di romanticismo, di incontri pieni di desiderio. Un uomo affascinante e passionale verso cui provare adorazione, pronto a fare mille promesse, come se si fosse sempre in luna di miele.
Le tre storie d’amore raccontate da Sabrina Sasso nel suo secondo romanzo sembrano diverse, ma hanno qualcosa di molto importante in comune. La protagonista è sempre la stessa donna. E, ogni volta che sceglie un uomo, dietro l’apparente scoperta di una nuova felicità c’è anche quella, triste e buia, della violenza fisica e psicologica. Non ha un nome, perché potrebbe essere una qualsiasi di noi, la ragazza che ci racconta le sue storie di dipendenza affettiva. Lo hanno, invece, i suoi amori-persecutori: Giovanni, Tommaso, Marcello. Nomi comuni, di uomini che potremmo incontrare tutti giorni, nella nostra vita o in quella delle nostre amiche, sorelle, madri. Parte proprio dalla famiglia d’origine la storia della protagonista, che, come ci spiega l’autrice del prologo, “potrebbe essere lo specchio di molte donne vittime di violenza”:

“Mio padre non voleva che frequentassi i ragazzi, che uscissi, che avessi le prime simpatie, che mi vestissi in un certo modo. Non sto qui a elencare le volte in cui mi ha fatto vergognare davanti ai miei coetanei richiamandomi all’ordine in maniera cruda e brutale. Un background fondamentale perché la donna vada a cercare l’uomo sbagliato fin da adolescente”.

Ma l’errore non è subito evidente. Occorrono anni, alla protagonista, per rendersi conto che una vita fatta di silenzi, solitudine e commenti sprezzanti, di un effimero senso di appartenenza a qualcuno a cui non si potrà mai appartenere o dell’impossibilità di staccarsi da chi ci tratta senza rispetto e ci fa del male, anche fisico ma soprattutto morale, giorno dopo giorno, non è una vera vita. E, soprattutto, che quelle che ha vissuto fino a quel momento non si possono chiamare storie d’amore. Per uscirne fuori, però, bisogna toccare il fondo: solo allora, attraverso un percorso di recupero tanto doloroso quanto indispensabile, la “donna che ama troppo” riuscirà finalmente a riscattarsi, e a trovare non solo un vero amore, ma anche se stessa.
Sabrina Sasso, impiegata, milanese cosmopolita (ha vissuto in Venezuela, in Sicilia, in Emilia Romagna e in Lombardia), volontaria in un centro antiviolenza, ha già affrontato il tema delle relazioni di coppia nel suo primo romanzo Voglio capire se ne è valsa la pena (NullaDie, 2012). Qui, lo fa con un linguaggio crudo e senza fronzoli, che non lascia nulla di non detto e che non teme di raccontare il ‘non raccontabile’: è il modo necessario per dire le cose come stanno, per far capire alle altre donne, con la lucida razionalità di chi ha affrontato l’argomento ? non ci è dato sapere se in prima persona o indirettamente ? per risolverlo definitivamente. Sabrina quindi, alla fine della storia, si rivolge alle donne vittime della violenza maschile:

“Prendete il telefono e chiamate, subito, chi può darvi una mano senza giudicarvi. Non preoccupatevi se non avete un lavoro, se i vostri genitori vi criticheranno, se il paese è piccolo. Queste cose, piano piano, si risolvono. Nulla ha importanza se non voi e la vostra vita di donna, spesso anche di mamma”.

Ed elenca in appendice gli indirizzi e telefoni dei centri antiviolenza in Italia. Perché le donne non abbiano più scuse per non ritrovare il rispetto di se stesse.

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Marta nelle onde

Marta nelle onde - Barbara GarlaschelliMarta nelle onde
Barbara Garlaschelli
“Frontiere”, Edizioni EL, 1999, pp. 96

Marta e Monica hanno 19 e15 anni, un’età in cui il presente dovrebbe essere bello, gioioso, tutto da godere e da scoprire. La loro vita, però, è triste e grigia, proprio come il paesaggio sulla copertina del romanzo. In casa delle due ragazze e della madre Irene l’atmosfera è di piombo, la felicità è sconosciuta: a dettare le regole, le sue, è un padre padrone che, anche con la violenza, annichilisce ogni possibile azione ed emozione. Unica oasi per Marta è la storia d’amore con Luca, che è costretta a tenere nascosta, mentre Monica trova rifugio soltanto in se stessa, chiudendosi in un mutismo assoluto. Ma la salvezza non è affatto impossibile: basta crederci e fare i bagagli da un giorno all’altro, prendendo poche cose per trasferirsi più lontano, in un posto dove il Male non può arrivare. È la casa di Tea, bella e particolare come lei, in cui si offre rifugio senza chiedere niente. Sarà il luogo dove ricominciare, così come lo è stata per la sua proprietaria, anche lei vittima, in passato, di violenza; e sarà il punto di partenza per trovare il coraggio di affrontare chi, spogliato delle sue donne-proprietà, non è più tanto temibile come un tempo.
In questo libro, che vale la pena (ri)scoprire, Barbara Garlaschelli ci offre una delle sue prime, già mature, prove letterarie, affrontando in maniera propositiva il tema della violenza domestica. Leggerlo potrebbe far nascere una speranza in chi ancora non è riuscita a riprendersi la sua vita.

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Ballata per violino e pianoforte

Ballata per violino e pianoforteBallata per violino e pianoforte
Anna Mainardi
Iacobelli, “Frammenti di memoria”, 2013
pp. 168, €14,00

“[…] questo giovanotto appena conosciuto la stava confondendo, la faceva sentire un po’ inquieta, anche. E come mai si erano ritrovati insieme per strada, poi? Milli si sentiva turbata.”
Il primo incontro tra Milli, pianista, e Attilio, violinista, avviene nel 1938 al Conservatorio di La Spezia, complice il Concerto per pianoforte e orchestra opera 16 di Grieg. In breve tempo, dal colpo di fulmine nasce un amore intenso, costante, appassionato, fatto di cose semplici, di condivisione e di musica. L’intesa tra Milli e Attilio è totale, nonostante lui dimostri già un carattere fin troppo serio e possessivo, poco incline a godere delle libertà e a concederne. Milli, però, è completamente affascinata da lui: “A lei piaceva, quel bel moretto. Aveva mani eleganti, dite energiche e virili. Aveva occhi così neri che sembravano pungere come spilli e marcate e folte le sopracciglia. […] E poi era scattante, atletico, vitale. Doveva possedere un temperamento nervoso e passionale, da vero artista, ma anche profondamente buono e sensibile nonostante l’aria vagamente tenebrosa.”
A interrompere i progetti per il futuro arriva però la guerra, pronta a rendere instabile ogni certezza. E allora, non resta che darsene una da soli: ed ecco che Milli e Attilio si sposano, nel giugno del 1940. La loro prima casa è a Genova: qui concepiscono due gemelli. La preannunciata guerra-lampo dura però un’eternità e solo dopo quattro anni Attilio può tornare a casa a riabbracciare la sua Milli e i figli Carlo e Giuseppe, che non ha mai visto. Ritrova una famiglia ancora unita, ma provata dalle sofferenze: Milli ha perso la madre e, per sfuggire ai bombardamenti, è stata costretta a vivere, con altri sfollati, in una galleria ferroviaria. Ma l’amore è intatto e così pure l’intesa fisica. Resta solo da trovare un lavoro: abbandonati i suoi sogni di violinista, Attilio è pronto a qualsiasi cosa, pur di mantenere la sua famiglia (che Milli lavori, per lui, non è proprio concepibile). Inizia così una lunga odissea fatta di cambi di lavoro e di responsabilità, di città e di case, che vede i due sposi attraversare l’Italia dal Nord, al Centro, alle isole (in Sardegna Milli e Attilio sono allietati dalla nascita di una bambina), nella speranza di trovare una relativa stabilità. Unica certezza, però, tra alti e bassi è quella del loro amore, che resterà fedele e immutato per tutta la vita.
In questo libro, Anna Mainardi (che, come la piccola Teresa del racconto, è nata a Cagliari…), già autrice di racconti pubblicati e di articoli sulla rivista Leggendaria, ci racconta la storia vera dei suoi genitori, presentata anche nel 2002 al Premio Pieve S. Stefano dell’Archivio Diaristico Nazionale, in cui ha ottenuto la Menzione d’onore. E lo fa attraverso un racconto avvincente, ricco di testimonianze storiche e soprattutto universale, come universale è il sentimento che lo attraversa dalla prima all’ultima pagina, nelle sue varie connotazioni: quello dell’amore.

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S.O.S Amore

SOS Amore
S.O.S Amore
Federica Bosco
“Newton Pocket”, Newton Compton Editori, 2011
Pagg. 384, € 4,90.

Chi conosce Federica Bosco attraverso le avventure di Monica, la protagonista dei suoi primi romanzi, leggendo S.O.S Amore resterà sorpreso. E chi pensa che la chick lit sia soltanto un leggero genere di intrattenimento dovrà ricredersi. Sì, gli ingredienti per un romanzo di pura “letteratura per pollastrelle” ci sono tutti: una single (o quasi) trentenne e un po’ sfigata, sempre a caccia dell’uomo ideale, circondata da amiche più o meno (in)sincere, da una madre e da una sorella sull’orlo della crisi di nervi e da un amico gay – che non ha ancora fatto coming out… E una schiera di fidanzati, ex e attuali, aspiranti e scaricati, che si alternano, spezzando a turno il cuore della protagonista. Un cuore campeggia infatti sulla copertina rosa… su un lettino da psicanalista. È proprio qui il punto: per una volta, in un romanzo di chick lit, entra la psicoterapia, quella vera. E non soltanto per far sorridere i lettori delle paranoie sentimentali di Chiara, l’eroina di S.O.S Amore, che non riesce a farne una giusta nel suo perenne tentativo di essere amata.
Federica Bosco, con questo suo settimo libro, trova una strada per parlare alle donne dei temi che le coinvolgono, a volte inconsapevolmente, e le fanno soffrire: la dipendenza affettiva, l’ansia, la mancanza di autostima, il rapporto con il proprio corpo (Chiara ha una sorta di amore-odio per il suo ‘davanzale’ troppo abbondante), le difficoltà nei rapporti di coppia e nei legami familiari. Alla scrivania del suo psicologo, il dottor Folli, Chiara racconta, per 21 sedute, il suo multiforme passato sentimentale e il suo presente, diviso tra la relazione clandestina con l’affascinante ed egoista avvocato Andrea e l’homo novus Riccardo, che potrebbe rappresentare la soluzione ai suoi problemi, se non fosse che… Attraverso il dialogo con il terapeuta, Chiara, esponendosi in prima persona, affronta le paure di ogni donna, mostrandoci come si svolge una vera seduta di psicoterapia (per scrivere il libro, l’autrice si è documentata ‘sul campo’ grazie alla consulenza di uno psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale), e in che modo, soprattutto, possa essere utile per affrontare e risolvere i propri problemi. Come in ogni romanzo di chick lit, il lieto fine è garantito. Ma, per le lettrici, chiudere le pagine del libro – dopo averlo divorato, coinvolte dalle avventure di Chiara – significa aprire spunti di riflessione e aprirsi alla speranza che, quand’anche le cose non vadano per il verso giusto, con un lavoro guidato su se stesse le si può sempre migliorare. E chissà che, insieme all’assertività, non si possa conquistare anche l’uomo dei propri sogni!

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Tutto tranne l’amore

Tutto tranne l'amoreTutto tranne l’amore
Giuseppe Di Costanzo
“I virus”, ad est dell’equatore, 2013
pp. 144, € 12

Scrivere un romanzo fatto di soli dialoghi è impresa certamente difficile, ma ci riesce benissimo Giuseppe Di Costanzo, docente universitario di Storia della filosofia e Filosofia della comunicazione e della narrazione, già autore di numerosi titoli, che con Tutto tranne l’amore rivisita il genere del giallo a tinte noir in maniera originale.
Pochi, anzi pochissimi, personaggi: tre protagonisti e qualche comparsa. Nessuna descrizione di luoghi e di ambienti: solo una notazione, all’inizio di ciascun capitolo, che ci informa, quasi come in una sceneggiatura, che siamo, ad esempio, a Zurigo, in un club, o a Milano, in strada. E nessuna azione, se non quelle ricordate attraverso i dialoghi, sempre a due, tra i personaggi. Eppure, grazie al sapiente uso che Di Costanzo fa della tecnica narrativa dello show, don’t tell (qui portata all’estremo, quasi come in un esperimento di letteratura potenziale) e dell’esempio di una maestra di romanzi composti esclusivamente di dialogo come Ivy Compton-Burnett, il lettore entro subito nello spirito della storia.
Che è quella dell’incontro di due corpi di donna, che poi sono due anime, nello squallore di un night-club in Svizzera, pretesto per un’esplorazione della psicologia femminile, anche in questo caso portata all’estremo: le donne, dice a un certo punto un personaggio, sono tutte un po’ bisessuali.
Certamente lo è Christina, che per sfuggire alla miseria della Romania vende il suo corpo prima agli uomini, poi alle donne, continuando almeno un po’ ad amare Mirko (che per tutto il tempo del romanzo sosterrà che non è stato lui a costringerla alla prostituzione, perché “lei è libera di fare quello che vuole”). A togliere Christina dalla strada sarà però Eva, ricca e potente businesswoman dalle decise inclinazioni per il sesso femminile. E sarà proprio questa svolta nella vita delle due donne a far raggiungere il punto di rottura, in cui, finalmente tutti e tre insieme, i protagonisti porteranno anche questa volta alle estreme conseguenze il loro rapporto.
Di Costanzo, attraverso i dialoghi, si cala con molta abilità nei panni di Eva e Christina, dimostrando una capacità di introspezione dell’animo femminile fuori dal comune per un uomo e affrontando nello stesso tempo temi forti – come forte è tutto il romanzo, nelle situazioni e nelle espressioni dei personaggi – di cui non sempre si ha il coraggio di parlare o di scrivere. Temi che sono il pretesto, agli occhi delle lettrici, per sottolineare senza falsi pudori i lati oscuri del mondo femminile: le violenze, le difficoltà, la disperazione, le gelosie, ma anche le ingenuità e la capacità di sacrificio. Come gli argomenti che affronta è crudo e sincero anche il linguaggio, che a volte diventa addirittura disarmante: a Christina, che sottolinea come Eva si “presenti come una donna”, Eva risponde: “Io sono una donna”.

Il 13 ottobre 2013, qualche mese dopo questo post, Giuseppe Di Costanzo ci ha lasciati. A lui, ormai nel Paradiso degli Scrittori, va il nostro pensiero.

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3 cuori e un bebè

3 cuori e un bebé

3 cuori e un bebè
Silvia Mango
“ChickCult VI”, ARPANet
pagg. 396, € 14

In tre minuti, il tempo che basta perché una sottile linea si colori di viola annunciando inequivocabilmente l’inizio di una gravidanza, la vita di Giada – trent’anni, un lavoro precario in una galleria d’arte di Nizza e il ‘sogno proibito’ di diventare l’assistente personale del noto chef Anthony Bourdain – subisce uno scossone.
Non tanto per l’inatteso arrivo di un bebè, quanto per un dettaglio non proprio trascurabile: dopo sette anni di fidanzamento con Sandro… il/la bambino/a è di Paolo.
L’unica, decide Giada, è dire tutta la verità a Sandro. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… Se poi si tratta del mare della Riviera francese, complice, con i suoi tramonti infuocati, le spiagge dorate, i ristorantini di pesce sul porto e le viuzze pittoresche, di una storia clandestina, ecco che le cose si fanno più difficili. Soprattutto perché Paolo lavora anche lui nel mondo dell’arte, nel delicato ruolo di assistente personale del mitico Fuciletto (ogni riferimento ad artisti noti è puramente casuale! :-), e le occasioni d’incontro si moltiplicano! Destreggiandosi alla meglio tra il “lui” ufficiale e quello alternativo e supportata dalla sua migliore amica new age Micaela, Giada cerca come può di difendersi dalle domande inquisitorie di una mamma troppo presente, dalle pretese degli inquietanti datori di lavoro Profondo Rosso e Suspiria e di sottrarre il suo Paolo dalle grinfie della collega Penelope, biondo clone di Gwyneth Paltrow. Cercando, nel contempo, di trovare il modo di organizzare l’evento d’arte più cool dell’anno e di passare le selezioni gastronomiche del mitico Bourdain.
Gli ingredienti ci sono tutti per un romanzo avvincente dalla prima all’ultima pagina, che con leggerezza e ritmo serrato, senza risparmiare i colpi di scena, ci cattura fino all’epilogo finale.
3 cuori e un bebè è stato selezionato, insieme a Provaci ancora, Lara!, al concorso Chick Cult 2012 di ARPANet ed è l’opera prima di Silvia Bardesono Mango, avvocato impegnato nella difesa dei diritti della famiglia e delle donne.

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Oltre il respiro

Oltre il respiro

Oltre il respiro. Massimo Troisi, mio fratello
Rosaria Trosi, Lilly Ippoliti
“Frammenti di memoria n° 37”, Iacobelli Edizioni, 2012
Pagg. 126, € 12

Quando Massimo Troisi se ne andò, addormentandosi per sempre in un caldo pomeriggio di giugno di quasi vent’anni fa in casa di sua sorella ad Ostia, a Napoli, la sua città, la notizia arrivò immediatamente. Si sparse sul mare, ancor prima che attraverso i media, con un passaparola sussurrato che univa tutti in un corale sconcerto. Se n’era andato, a soli quarant’anni, non l’artista, il divo, il mito, ma il comico che aveva fatto della timidezza la sua arma vincente; il ragazzo del Sud che aveva portato con garbo la napoletanità al successo, facendo “irruzione con un napoletano diverso: inibito, umile, goffo, timoroso di sbagliare e senza mai una risposta pronta”; l’attore premiato, che alle luci della ribalta aveva sempre preferito gli affetti familiari.
Proprio per sottolineare l’importanza che la famiglia aveva per Massimo, e per far conoscere al pubblico ? che ancor oggi lo ama come allora: basti pensare a una pagina Facebook con oltre 1 milione di fan ? il ‘vero’ Troisi, nasce questo libro, scritto dalla sorella Rosaria, autrice teatrale, in tandem con la scrittrice per ragazzi Lilly Ippoliti. Dalle pagine patinate dell’accuratissima edizione di Iacobelli (che comprende anche 71 fotografie in bianco e nero) emerge sin dall’inizio la figura di un divo niente affatto patinato, che raggiunge il successo quasi inconsapevolmente, ma che dalla celebrità non si fa mai trascinare.
Attraverso i primi capitoli ? preceduti dal ricordo di Renato Scarpa, il “Robertino” di Ricomincio da tre ? Rosaria ci svela il Massimo Troisi ragazzo, studente pigro ma affascinato dall’arte della recitazione, pieno di infantile entusiasmo per il ruolo da protagonista ottenuto nella recita scolastica. Ma anche il Massimo figlio, fratello e zio affettuosissimo, profondamente legato alla famiglia, agli amici, anche a qualche donna. Come la giovane Anna Moretti, amore vero e impossibile insieme, che in un certo senso durerà fino alla morte di entrambi, avvenuta a un solo giorno di distanza.
Dall’infanzia a San Giorgio a Cremano, ai primi successi di pubblico con il trio comico La Smorfia (Arena – De Caro – Troisi), alla fama di divo del grande schermo (“‘O cinema è ‘o cinema”, diceva Massimo), il libro ci permette di percorrere le tappe fondamentali di un viaggio all’interno dell’universo Troisi. Che scopriamo anche costellato dall’impegno civile, mostrato sia attraverso i film che nelle numerose manifestazioni di solidarietà sociale o di indignazione politica: “Ormai tutti dicono tutto su questo Paese, con la scusa che tanto simm’ democratici, invece questo è un paese sudamericano, travestito da democrazia, siamo alla dittatura con la convinzione di poter parlare. Parlare sì, ma poi non si può far nulla”.
La seconda parte del libro, con uno stacco di tono solo apparente, racconta una favola moderna: quella di Massimo novello Piccolo principe che trova, in un aldilà alla de Saint-Exupéry, il vero senso delle cose. Per una vita, insomma, che continua ben oltre il respiro.
I ricavati di questo piccolo, prezioso, libro sono stati devoluti dalle autrici all’associazione Italia Solidale per le adozioni a distanza.

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Preso nella Rete

Preso nella Rete - Chiara Santoianni
Preso nella Rete
Chiara Santoianni
Sesat Edizioni
Pagg. 94, € 8
ISBN: 978-88-97822-08-0 – e-book e 0.99, eISBN: 978-88-97822-09-7

Matteo, 14 anni, ha appena ricevuto in regalo il suo primo computer. Che, ben presto, diventa il suo ‘miglior amico’: è sulla tastiera del pc che Matteo digita un diario, a cui confida la sua vita, tra la famiglia che non lo capisce, la scuola con le sue difficoltà e la cotta per la compagna Pamela. È il computer, però, lo strumento attraverso cui Matteo si sente ‘grande’: attraverso il pc, può scaricare film ed mp3 illegalmente, assumere le sembianze di personaggi con superpoteri nei giochi di ruolo, procurarsi su eBay la ‘merce’ di scambio per migliorare i suoi voti e provare il brivido dei giochi d’azzardo online.
Finché non sviluppa una vera e propria Internet-dipendenza.
Ma poi entra in gioco un misterioso cyberbullo, il pc si guasta, e…
Attraverso le avventure di Matteo, Chiara Santoianni (già autrice dei due volumi di Sicurezza informatica a 360°, Edizioni Master, 2003) si rivolge per la prima volta al mondo dei giovani, per coinvolgerli, insieme ai loro educatori, nel delicato tema dell’educazione informatica. “Il libro costituisce un ponte tra le generazioni“, spiega l’autrice: “nella prima parte, la storia di Matteo, scritta nel linguaggio dei giovani, consente loro di immedesimarsi nel protagonista, simbolo di tutti gli adolescenti alle prese con le difficoltà della crescita e facili prede delle dipendenze, in primis di quella informatica. La seconda parte può invece essere letta insieme agli adulti, per approfondire le tematiche della sicurezza su Internet e scoprire come utilizzare al meglio quello che può essere un mezzo straordinario, purché lo si usi con consapevolezza”.
Nel libro, infatti, alla parte di narrativa segue un piccolo manuale, di facile comprensione e adatto a tutti, che affronta in maniera sintetica le tematiche della sicurezza in Rete: i tipi di virus e come difendersene, il filtro parentale per i minori, lo spamming, i vari tipi di software, il cyberbullismo. Il volume si chiude con il glossario dei termini legati alla sicurezza e ai social network: genitori e figli potranno scoprire così, finalmente, il significato di termini ‘misteriosi’ come adware, phishing o backdoor, ma anche imparare che, quando cliccano un “Mi piace” su Facebook, stanno attribuendo un kudos…

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Volevo fare la casalinga

Volevo fare la casalinga. E invece sono una donna in carriera

Volevo fare la casalinga (e invece sono una donna in carriera)
AA.VV. (a cura di Chiara Santoianni)
Albus Edizioni, 2012, Pagg. 105,
€ 5, e-book

Chiara voleva fare la casalinga, ma finisce con l’essere una donna in carriera. Emma è un’ex grafica che sogna una Cinquecento color avio, ma che la crisi costringe a spolverare scatole del tè in casa di signore ‘bene’. Elisabetta si trasforma in mamma multitasking per conciliare lavoro, marito, vita sociale e figlioletta in età prescolare, tanto che le ore di lezione in classe sono “le uniche rilassanti della giornata”. Ed Elena, a trent’anni, conclude che l’uomo giusto dev’essersi perso per strada, e lo cerca con lo speed dating.
Queste, e tante altre, le protagoniste della raccolta di racconti Volevo fare la casalinga (e invece sono una donna in carriera), che nasce dalla sinergia tra la sezione concorsi letterari di Chiara’s Angels e la casa editrice Albus Edizioni, che con questo volume si apre alla chick lit in formato e book.
Ma non è per niente “letteratura per pollastrelle” quella raccolta nel libro; che, se della narrativa al femminile dei giorni nostri ha lo stile brioso, l’umorismo, l’autoironia, oltre che l’ambientazione (il setting è la vita quotidiana), di veramente leggero ha solo il tono.
In ogni racconto, infatti, si lascia scoprire un tema profondo, che ? come scrive la curatrice nell’introduzione ? lascia “la sensazione di non aver osservato la semplice cronaca della giornata di una ‘casalinga disperata’”, ma di averci avvicinato alla comprensione di un mondo al quale non sempre si presta sufficiente attenzione: il mondo delle donne ‘normali’, divise tra famiglia e lavoro, “in un turbinio di impegni più adatto a Superwoman che non alla ragazza della porta accanto”.
Un po’ speciali sono però le scrittrici raccolte in volume: dalla fondatrice di Chiara’s Angels, curatrice e autrice del racconto introduttivo, a Lucia Resta, ben nota alle lettrici di Abbasso Cenerentola, ad Elena Depaoli, blogger su Fantastiche Avventure, ad Emma Travet, pseudonimo di una giornalista che si è fatta personaggio tra il Web e la carta stampata. E poi le scrittrici Anna Tasinato, autrice di trilogie urban fantasy, e Maria Michela Di Lieto, autrice ARPANet pubblicata anche da Mondadori. Poi, le mamme: Elisa Staderini, creatrice di poesie, favole, filastrocche come del sito web fiorentinisicresce; Mathilda Stillday, ex guida di pedagogia di SuperEva, organizzatrice su Facebook di Ioleggo, scrittrice di fantasy e paranormal romance; Silvia Giovannini, giornalista, blogger e autrice di Effetto Lifting; Elisabetta Belotti, labiondaprof che ha decostruito il mito del principe azzurro con Il manuale del Perfetto Marito; o Antonella Musardo, che racconta online su Capelli e parole la vita nel suo negozio di parrucchiera; Annalisa Puglielli, che passa con disinvoltura dal marketing alla scrittura di romanzi (I malamanager) e fiabe; Lorella Fanotti, autrice di short stories. O ancora Rossella Martielli, editor e scrittrice di romanzi, recensioni, racconti; Emilia Ancarani, insegnante scrittrice, Anna Maria Stabile, poetessa premiata, autrice di racconti e ideatrice dell’associazione TraccePerLaMeta. Il volume ospita anche un maschietto: Alfonso Spagnolo, “casalingo disperato”, che scrive racconti a sfondo psicologico.

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Passi affrettati

Passi affrettati - Dacia MarainiPassi affrettati
Dacia Maraini,
“I quaderni di Gioia”, Ianieri Editore, 2008
pp. 64, ISBN 9788888302300

“Una testimonianza, una denuncia, ma anche un atto di simpatia e di attenzione, verso tutte quelle donne che sono ancora prigioniere di un matrimonio non voluto, di una famiglia violenta, di uno sfruttatore, di una tradizione e di una discriminazione storica difficile da superare”.
Con queste parole, sintesi perfetta di un problema gigantesco e ancora in gran parte sottovalutato, la scrittrice Dacia Maraini firma il volume Passi affrettati, che raccoglie, come evidenzia il sottotitolo, testimonianze di donne ancora prigioniere della discriminazione storica e famigliare. Sono i passi affrettati – posati già sul palcoscenico: il testo deriva infatti da un’opera teatrale – di Lhakpa, Aisha, Civita, Juliette, Amina, Teresa e Viollca: sette donne giovani o giovanissime (in molti casi poco più che bambine) vittime in vari modi, tutti gravissimi, della violenza maschile.
Dalla Cina al mondo arabo, dalla Ciociaria al Belgio, dall’Africa alla California, all’Albania, sottolineando la trasversalità del fenomeno che non conosce frontiere, si levano sommesse le voci delle donne abusate: chi da un marito, chi da un familiare, chi da un cliente, chi da un ‘innamorato’.
In ogni situazione, una via d’uscita ci sarebbe: Lhakpa potrebbe far nascere il suo bambino, la famiglia di Aisha potrebbe perdonarla… Ma, nelle storie narrate da Dacia Maraini, per le donne vittime di violenza, come troppo spesso accade nella realtà, non c’è remissione, non c’è speranza: tutto finisce nello scontro con una società patriarcale e maschilista, che attraverso i secoli e le culture non ha mai avuto voglia di rinnovarsi.
A chiedere un cambiamento sono invece le associazioni antiviolenza, Amnesty International (che apre il libro con il logo della sua campagna “Mai più violenza sulle donne”) e Unicoop Tirreno, che, dopo aver promosso il volume nell’anno delle Pari Opportunità, porta avanti i suoi progetti di Responsabilità Sociale per valorizzare le differenze di genere.
Perché, tra qualche anno, i passi affrettati della paura e della sottomissione possano trasformarsi in una corsa libera verso un futuro senza oppressioni.

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Concorso Letterario “TraccePerLaMeta”

Tracceperlameta 2012
1° Concorso Letterario Nazionale TraccePerLaMeta
Autori Vari (a cura di Lorenzo Spurio)
TraccePerLaMeta Edizioni, 2012
Collana “Arancione – Antologie di Concorsi”
Pagg. 200, € 10
ISBN 978-88-907190-0-4

Nel vasto panorama delle opere che nascono dai concorsi letterari diffusi sul Web, questa antologia delle Edizioni TraccePerLaMeta, risultato del loro primo concorso di poesia e narrativa, si distingue per la cura minuziosa e la professionalità con cui il progetto è stato portato a termine.
Ed anche l’associazione culturale TraccePerLaMeta, nata qualche mese prima di questo libro dal felice incontro di artisti e scrittori che si erano conosciuti grazie a Internet, ha un suo percorso originale, che ha portato i suoi componenti a unire i loro intenti letterari prima a distanza, poi anche nella realtà.
Dal loro impegno viene fuori questo volume, che, partendo dai tre versi finali delle cantiche della Divina Commedia (tema del concorso, pur seguito liberamente), raccoglie le poesie e i racconti di 60 autori italiani, accompagnandoli con i disegni degli artisti Antonio De Blasi e Valeriano Dalzini.
In apertura, i vincitori della sezione poesia: le “nuvole bianche di vita” di Cettina Lascia Cirinnà, l’“ultimo bacio” di Liborio Rinaldi e il cuore rubato di Alessandro Moschini fanno da apripista a componimenti altrettanto intensi, come “Eco” di Marilisa Cavion: “Sento la mia eco che risuona e mi rasserena l’anima”.
È la narrativa, però, che lascia il segno più profondo nel lettore, che rivive, con i protagonisti, la pioggia nel deserto di Alberto Arecchi, il dramma di un padre perduto e ritrovato di Salvo Di Pietro in “Paso”, gli insoliti ricordi di guerra di Enrico Rigamonti. Ma anche le altre storie catturano il lettore, immergendolo in atmosfere quasi sempre passate, in situazioni di vita che coinvolgono e che si è tentati di immaginare reali ? e forse, chissà, lo sono state veramente.
Introduce il volume la prefazione del critico Lorenzo Spurio; lo chiude la postfazione della Presidente di TraccePerLaMeta, Anna Maria Folchini Stabile. Che sottolinea come il Web, a volte, possa diventare ‘collante’ tra le persone, unite dalla finalità comune del concorso. Le opere in questa antologia sono le prime “tracce per la meta”: una scrittura nata nel mondo virtuale, in grado di creare legami reali.

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Mamme, manager, mogli e amanti

Mamme, manager, mogli e amanti - Carla Ferguson Barberini
Mamme, manager, mogli e amanti
Carla Ferguson Barberini
Aliberti Edizioni, “Freestyle”, 2012
Pagg. 112, € 12

Mentre il pupo piange, il cellulare squilla, la vicina bussa con un problema urgente e il marito vuole stirate due camicie. Nel frattempo, l’arrosto nel forno rischia di bruciarsi. O forse no, perché intanto è mancata la corrente. Roba da fare impazzire Wonder Woman? No, solo normale amministrazione. La Superdonna che dovrà affrontare tutto questo non sbuca da un fumetto, dotata di superpoteri: è semplicemente in ogni casa. Sei tu, siamo noi. Divise tra doveri familiari e lavorativi, le donne di oggi vanno avanti strenuamente, senza abbandonare il proprio senso del dovere se non in casi straordinari. A dirci che è giunta l’ora di “mollare le redini” (come preconizzava Laura Doyle nell’ormai lontano 2002) è Carla Ferguson Barberini, nome d’arte di un collettivo di professioniste della comunicazione che, stanche di sottostare al logorio della vita moderna, portano avanti già da un po’ l’idea che il segreto per fare tutto senza impazzire sia… NON fare tutto! Sulle orme del fortunato Il metodo sticazzi – un manuale per “diventare invincibili, lavorare meno e guadagnare di più”, seguito da altri titoli in tema – Mamme, manager, mogli e amanti ribadisce che la felicità consiste nel delegare, e nel trovare del tempo per sé. È così possibile trasformare la giornata tipo di una mamma lavoratrice (16 ore da incubo con partenza alle 6.30 anche nei weekend, corsa a tappe forzate stile Parigi-Dakar e arrivo, o meglio crollo, alle 22.10) in una quotidianità quasi normale, con alcuni consigli ad hoc. Primo fra tutti, farsi aiutare. Che sia da una colf a ore, da un marito volenteroso, dai nonni o dai figli recalcitranti, quel che conta è non essere più l’unico angelo del focolare. Il principio della solidarietà, naturalmente, vale anche in ufficio e più che mai in vacanza. Conquistata almeno in parte la tanto agognata indipendenza, la mamma manager del Duemila può finalmente dedicarsi alla cura del suo aspetto (“ti senti un befanone di sessant’anni quando ne hai a malapena quaranta e potresti essere un fiore”, incitano le autrici), riprendere i contatti con le amiche e riconquistare infine l’intimità di coppia, in modo da sostituire le routinarie conversazioni “Vado a prendere la bimba a scuola, tu chiama l’idraulico” in romantici dialoghi. Possibilmente in camera da letto.

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Il manuale del Perfetto Marito

Il manuale del Perfetto marito - Elisabetta Belotti
Il manuale del Perfetto Marito
Elisabetta Belotti, Sesat Edizioni, 2012
Pagg. 125, € 10, € 0,99 ebook, ISBN: 9788897822127, e-ISBN: 9788897822134

Quando le luci della festa si spengono e gli sposi si ritirano, stanchi ma felici, nella loro intimità, per iniziare un nuovo percorso di vita insieme… La conclusione non è, come vi piacerebbe immaginare, “e vissero per sempre felici e contenti”. Dopo che gli invitati vanno a casa e lui e lei restano, finalmente, da soli… È proprio allora che il meglio deve ancora venire.
E non parliamo della prima notte di nozze.
A raccontarci tutti i retroscena della vita matrimoniale qualche anno dopo il fatidico “Sì!” è il divertentissimo manuale di Elisabetta Belotti, blogger, docente, madre e soprattutto moglie. Partendo dal presupposto che l’arte di far durare un matrimonio sia un gioco a due, in cui la prima regola è “conosci il tuo partner”, Elisabetta cataloga, con molto garbo, ironia e impareggiabile capacità di osservazione della natura umana, bel 15 “specie” di marito. Per nulla in via d’estinzione; anzi, molto comuni.
Apre la rassegna il Marito Pignolo (Vir Diligens: ad ogni ‘specie’ è abbinato il suo nome latino): se le avvisaglie durante il fidanzamento non ve lo avranno fatto evitare, può darsi che sia proprio il vostro. Soprattutto se siete delle inguaribili disordinate.
Non vi andrebbe meglio, però, con il Marito Raffinato (Vir Elegans): se siete sopravvissute al viaggio di nozze tra i geyser di Reykjavik e alle serate di cinema alternativo birmano, può darsi che a minare la vostra felicità coniugale sia quel sottile, continuo paragone tra voi e le sue icone della perfezione: Audrey Hepburn e naturalmente Grace Kelly.
Ma non rifugiatevi nel suo opposto, il Marito Trash (Vir becerus et incultus): sia pur diffuso in tutte le classi e ad ogni latitudine, potrebbe crearvi imbarazzo sin dai primi approcci, del tutto privi di cavalleria. Senza contare che il suo ideale femminile resterà sempre un mix tra Valeria Marini e Sabrina Ferilli, con “la compostezza e il sottile umorismo della Sora Lella, la modestia di Simona Ventura e la spontaneità di Barbara D’Urso” – oltre che il look di una cubista di Riccione.
Gli imprevisti non fanno per voi? Potrete sempre rifugiarvi nel Marito Ovvio (Vir Taediosus) o nel Marito Marito (Vir Vir), le cui caratteristiche, rispettivamente, di prevedibilità e di ipocondria-mutismo-mammismo costituiranno una solida base di cui lamentarsi con le altre mogli.
Sì, perché alla fine tutte le tipologie di marito, persino quello Equo e solidale, quello Trendy o quello Sportivo, possono venire a noia anche alle donne più pazienti.
E allora, cosa fare? Per ognuno, saggiamente, Elisabetta propone due alternative: sopprimerlo, o rieducarlo. Per trasformare, ad esempio, un Marito Cinefilo a vostra immagine e somiglianza, si può somministrargli una dozzina di film di impegno decrescente, da Tempi moderni di Chaplin al più tragico Fantozzi. Insomma, qualunque sia la tipologia di marito che vi è capitata, un rimedio c’è sempre.
Senza contare che prevenire si può: alla fine del libro, l’autrice inserisce un utile quiz per l’individuazione del partner; se, dunque, in viaggio di nozze vi ha portate per ville palladiane e poi a Vinitaly e alla sagra dei fagioli di Lamon, si tratta indubbiamente di Marito Gourmet. Per sapere come gestirlo, andate a pagina 27. E se proprio vi ha stufato, potrete sempre liberarvene con una cena a base di junk food.

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Borgo Propizio

Loredana Limone - Borgo Propizio
Borgo Propizio
Loredana Limone
Guanda, 2012
Pagg. 288, €16,50

A Borgo Propizio, un piccolo paese in collina come tanti in Italia, la vita scorre al ritmo di sempre: lento, regolare, forse un po’ sonnacchioso. Ma quando Belinda, ragazza di città un po’ viziata, decide di trasferirsi lì per realizzare il suo sogno di aprire una latteria, per gli abitanti – o almeno per alcuni – di Borgo Propizio le cose cominciano a cambiare radicalmente. Soprattutto per Mariolina, che, dopo una vita di castità in comunione con la sorella Marietta, vede sconvolgere le sue abitudini dall’arrivo di un principe azzurro un po’ sui generis. Si chiama Ruggiero, non è proprio un ragazzino (ma è pur sempre molto più giovane di lei), fa l’operaio, guida la Mercedes e il Kangoo e con i congiuntivi non ha molta confidenza.
Mentre la storia d’amore si dipana tra passione, romanticismo, equivoci, dubbi e speranze per il futuro – non ultima quella degli anziani genitori di Ruggiero di accaparrarsi una nuora ‘perbene’ che possa assisterli – e suscita curiosità incontenibili tra le comari di Borgo Propizio, dalla latteria di costruzione emergono antichi segreti che paiono confermare la presenza leggendaria del fantasma del borgo.
Ma l’amore, a Borgo Propizio, ha anche il volto di Cesare, il padre di Belinda, che cerca di riconquistare la sua Claudia con la complicità della zia Letizia…
Con tocchi leggeri, garbato umorismo e grande simpatia per i suoi personaggi, Loredana Limone – già autrice di libri gastronomici e per bambini e conduttrice del laboratorio di scrittura creativa “Sapori letterari” – dipinge il ritratto di un luogo che è nell’immaginario di tutti noi: un buen ritiro dove coltivare i propri sogni, condurre una vita più sana, costruire una cerchia di amici che sia quasi una famiglia.
E il bianco del latte, distribuito, tra chiacchiere e dolcetti, nella latteria “pop” arredata con mucchette e un jukebox anch’esso bianco, diventa metafora di una nuova vita fatta di cose vere, semplici, buone; le cose di una volta, quando il G.M., il Gran Musicante (idolo di Belinda e zia Letizia), cantava: Fatti mandare dalla mamma…

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Le alghe di Posillipo

Le alghe di Posillipo- Giovanna Mozzillo
Le alghe di Posillipo
Giovanna Mozzillo
Edizioni La Conchiglia, 2011
Pagg. 128, € 13

A distanza di quasi un ventennio dalla sua prima pubblicazione, esce di nuovo, per i tipi delle Edizioni La Conchiglia di Capri, Le alghe di Posillipo di Giovanna Mozzillo, autrice napoletana già nota per La signorina e l’amore (finalista al Premio Morante 2002), La vita come un gioco (finalista al Premio Melfi 2008) e molti altri romanzi. Ed è l’occasione per (ri)scoprire non solo la splendida prosa di questa scrittrice, ma anche una Napoli d’altri tempi che, almeno in parte, vive oggi solo nei ricordi. Se c’è un posto, però, che mantiene intatto il suo fascino come se il tempo non fosse trascorso questo è la collina di Posillipo; e proprio al suo fondale marino, “ammantato di verde alga trinata che sotto la spinta del mare ondeggiava lieve come erba al vento”, intitola il suo libro Giovanna Mozzillo.
Sono il mare e la natura, infatti, i protagonisti della prima parte del libro, che comincia con le passeggiate nei boschi, nei parchi, nella campagna di Gragnano, rifugio durante la guerra, e continua con le scorribande dell’autrice bambina (il libro è dichiaratamente autobiografico) nel magico mondo costituito da Villa Maisto a capo Posillipo:

“Sotto la masseria il sentiero si faceva scosceso. C’erano ancora terrazzi di pomidori, ma più stretti e dirupati, e olivi, e fichi d’India, e schieramenti di canne. Noi ne prelevavamo qualcuna: divenivano lance per le battaglie. […] E finalmente il mare! Ma, attenzione: non un unico mare, cioè una sola spiaggia, o una sola scogliera. Erano tante, diverse postazioni sul mare, ognuna con una sua fisionomia, ognuna con una sua potenzialità di gioco e di avventura.”

Avventura è, ad esempio, arrampicarsi con perizia sulle erte più franose degli scogli per stanare i granchietti dai loro anfratti o catturare con le mani i gamberetti rosa; ma anche, in villa comunale, volteggiare sui pattini senza travolgere balie e bambini, o sfidare correndo il ripidissimo canalone in Floridiana; o, tornando a casa da una passeggiata, vedere per la prima volta un lenzuolo di lino ricamato, sotto cui si cela, con le braccia conserte, un morto.
Accanto all’autrice, bambina vivacissima fisicamente e intellettualmente, la cui fervida fantasia viene sollecitata parimenti dalla mitologia teutonica come dai misteri che può celare una casa piena di mobili, quadri antichi e angoli segreti, sfilano una serie di figure di contorno, simboli di un’epoca: la bella e composta signora Volpicelli, amica della mamma; le tante zie e cugine in visita, con i lavori a maglia in borse di picchè; le amiche altoborghesi della zia, divise tra i tavolini di bridge e il ricordo degli antichi amori. E la vecchia Lia, in casa da sessant’anni, con i suoi “capelli bianchi, fini fini, raccolti in una treccia”, che racconta la storia della sua vita mentre impasta pizzelle al pomodoro.
Quello descritto da Giovanna Mozzillo è un affresco della Napoli (e dell’Italia) del dopoguerra, ma anche il ritratto di un mondo scomparso e spesso, nel ricordo, rimpianto. Alla fine della lettura, viene voglia di ricominciarla da capo, per rivivere ancora, con la forza e l’immediatezza delle parole dell’autrice, quelli che in fondo sono i ricordi d’infanzia di ciascuno: i tronchi carichi di nocelle, i torrenti fiancheggiati dal capelvenere, i giardini coltivati a piselli e violacciocche “brulicanti di lombrichi lunghi e grassi”, le ghiande delle querce sul lungomare, “coi loro cappellini ruvidi”. E, naturalmente, le alghe di Posillipo: “Fresche, fragranti, trasparenti. Deliziose che nulla più”.

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Madri

Madri - Maria Grazia Giordano Paperi

Madri
Maria Grazia Giordano Paperi
Amazon, 2012

Con il suo Madri (in vendita su Amazon in formato e-book per Kindle), Maria Grazia Giordano Paperi affronta, in maniera delicata, un argomento quanto mai difficile: i vari modi di essere mamme, quando la realtà non è fatta solo di gioie, ma anche di (tanto) dolore. Attraverso i brevi capitoli, si alternano infatti figure di donne-madri, ma soprattutto donne, alle prese con le incertezze, le difficoltà, gli imprevisti del loro ruolo.
C’è Margherita, che desidera un figlio più di ogni cosa, al costo di ricorrere a un viaggio della speranza in Spagna per averlo; e c’è Stefania, nonna di Lara sospesa in bilico tra la vita e la morte, ma anche lei mamma. C’è Giovanna, che resta inaspettatamente incinta nonostante l’età, e scopre che la maternità, alla fine, conta di più di carriera e vita di coppia. C’è Ambra, che lotta per tornare alla vita e dalle sue figlie, che la guardano impotenti spegnersi. E c’è Monica, che dopo la fecondazione assistita resta vittima di una violenza: se nascerà un figlio, potrà amarlo come totalmente suo?
Le storie raccolte da Maria Grazia Giordano Paperi sono racconti di vita vera, che alcune donne hanno voluto donarle. Sono storie dolorose che fanno commuovere, ma anche storie di speranza e di lotta per la vita, a tutti i costi, con un finale a sorpresa che non sempre è quello che vorremmo. E sono anche l’occasione di ricordare, come fa l’autrice, che nel campo della maternità e della salute, nel nostro Paese, dal punto di vista legislativo ci sono ancora molti passi da compiere. Per non lasciare le donne sole, come Margherita che non può concepire suo figlio in Italia, o come Giovanna, sottoposta a un’amniocentesi che dentro di sé sa di non volere, o Ambra, che come Eluana Englaro vorrebbe andarsene, ma non può.

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La regina della casa

La regina della casa Sophie Kinsella

La regina della casa
Sophie Kinsella
Mondadori, 2010
Pagg. 352, € 8,50

Samantha Sweeting, 29 anni, è un promettente avvocato in uno dei migliori studi legali di Londra. Alla Carter Spink, il lavoro è tutto ciò che conta: ed è così anche per Samantha, il cui sogno è entrare a far parte dell’élite di soci dello studio. Come, del resto, desidera sua madre: donna in carriera come e più di lei.
Il destino, però, ha in serbo per Samantha una sgradita sorpresa, pronta a rivoluzionare una vita fin troppo programmata. Alla Carter Spink non ci si può permettere di sbagliare, soprattutto se in ballo ci sono milioni di sterline. Certa di aver perso il posto di lavoro per cui si è sacrificata per sette anni, Samantha, per la prima volta in vita sua, lascia da parte la razionalità e parte senza meta. Un altro imprevisto la farà imbattere in un mondo diverso, quello della campagna inglese, con i suoi ritmi lenti, il suo amore per i giardini ben curati; un mondo in cui il massimo divertimento è una passeggiata lungo il fiume, una serata al pub o un pranzo di beneficenza. In una villa da favola, accettata per equivoco come la nuova governante dai cordiali proprietari, Samantha si trova alle prese con ciò che ha sempre evitato: il lavoro domestico, e soprattutto la cucina. E sceglie di abbracciare con gioia la sua nuova vita, benché per i servizi di casa non sia assolutamente tagliata. Ma si può sempre imparare…
In questo romanzo avvincente, ricco di imprevisti e colpi di scena, ma anche di gag comiche e di momenti romantici, Sophie Kinsella si conferma regina indiscussa della chick lit, lanciando nello stesso tempo un messaggio alle donne dei tempi moderni: ogni tanto, almeno per un po’, fermarsi a riscoprire se stesse fa bene.

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Caffé Trieste

Caffé Trieste - Olga Campofreda
Caffè Trieste
Olga Campofreda
Giulio Perrone Editore, 2011
Pagg. 128, € 10

Se, nella giornata di metà marzo prevista per il loro incontro, Lawrence Ferlinghetti si fosse recato all’appuntamento con la giovane scrittrice che era impaziente di conoscerlo, forse questo libro non sarebbe mai stato scritto. Invece, questa “è una storia che deve essere raccontata”.
E lo fa con garbo, passione, entusiasmo, tenerezza Olga Campofreda, autrice e insieme protagonista di questo viaggio letterario nella San Francisco del duemilaundici, a caccia dei miti della ‘Frisco’ anni Cinquanta. O meglio di un mito: Lawrence Ferlinghetti, poeta laureato della beat generation, amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac, editore delle loro opere nella casa editrice da lui fondata nel 1953 a North Beach, City Lights. Dopo aver scoperto casualmente i suoi versi tra gli scaffali della libreria Feltrinelli di Napoli, Olga si appassiona ai poeti e alla cultura beat, finché le si presenta un’occasione fin troppo facile per conoscerlo: Ferlinghetti è di passaggio a Roma, praticamente sotto casa. Ma, per un imprevisto, l’incontro non andrà a buon fine.
Così, Olga decide di raggiungerlo lei. A San Francisco. Da sola, perché quello è il “suo” pellegrinaggio.
Nonostante il jet lag, il pensiero della scrittrice sbarcata, novello Cristoforo Colombo, alla scoperta del continente americano è uno solo: “Domani vedo Lawrence Ferlinghetti”. Ma il destino sarà beffardo ancora una volta, e il poeta ormai 93enne si farà attendere una settimana, rimandando l’incontro per un viaggio. Per fortuna: perché il tempo dell’attesa sarà per Olga il tempo della scoperta; e l’autrice-esploratrice, come Colombo – che l’America “non l’ha cercata e alla fine l’ha trovata” – riuscirà a entrare fortuitamente in un mondo che, a cercarlo di proposito, forse non si sarebbe rivelato.
È il mondo del Caffè Trieste di North Beach, il quartiere sede degli artisti della beat generation, ieri come oggi. E così, Olga Campofreda si ritrova ad abbracciare Jack Hirschman, sua moglie Agneta (Aggie) Falk e i loro amici; a bere alcolici in loro compagnia alle feste e ad ascoltarne dalla viva voce i componimenti poetici; per poi farsi riaccompagnare in hotel da Neeli Cherkovski, amico e biografo di Charles Bukowski.
Registratore alla mano, Olga incide sul nastro, ma ancor di più nel suo cuore, le conversazioni avute al Caffè Trieste di Vallejo Street con i poeti beat e, finalmente, con Lawrence Ferlinghetti, mentre il juke box suona la colonna sonora del suo viaggio: un mix di sound storico e underground che simboleggia la città stessa. Una San Francisco che, insieme ad Olga, è altrettanto protagonista delle sue avventure, con le sue salite e discese, i tram d’epoca provenienti da tutto il mondo, il molo, i giganteschi negozi di dischi, il museo beat… Luoghi dell’anima dove tutto può succedere; dove un imprevisto si può trasformare in una sorpresa, dove ci si siede a prendere un caffè con il Mito, o con uno sconosciuto con cui in un attimo scopri di avere qualcosa in comune.
Ma, perché le cose succedano, bisogna essere disposti ad andar loro incontro. The answer is not blowing in the wind, scrive in versi Ferlinghetti parafrasando Bob Dylan; le risposte, dice Olga Campofreda, non arrivano dal vento: devi avere il coraggio di guardare le cose negli occhi. E qui si torna al “marinaio italiano”: “quello che troppo spesso si dimentica, è che Colombo ha avuto il coraggio di mettersi in mare”.

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Piccoli principi

Piccoli principi - Samuele editore

Piccoli Principi
a cura di Erica Alberti
Samuele Editore, 2011
Pagg. 99, € 13

– Lorenzo, perché non provi a dormire nel tuo letto?
– Sai papà, è che io ho un problema con il buio. Ho paura.

– Piccola, lo sai che oggi è la Festa della Mamma?
– Sì, è il tuo compleanno?
– No, è la Festa della Mamma…
– Ma se è la tua festa allora è il tuo compleanno…

La logica dei bambini è stringente. Nel loro piccolo universo, non c’è spazio per le sovrastrutture: tutto è semplice, immediato, è quel che appare, ma anche ciò che loro vorrebbero che fosse. A raccontarci il mondo come lo vedono, e interpretano, i più piccoli è Samuele Editore, che in questo delizioso libro curato dall’antropologa Erica Alberti ha pensato di raccogliere le frasi più belle e divertenti pronunciate dai bambini fino ai sei anni. Conosciamo, così, l’immaginazione di Samuele (quattro anni), che quando appoggia un cannone su una macchinina crea una sparatobile; o l’affettuosità di Carlotta (tre anni), che ringrazia la mamma che la cambia dicendole “Sei stata molto gentile”, e quando la sente parlare in pubblico esclama: “La mamma ha ragione!” O ancora le certezze di Lorenzo (sei anni), che ha risolto i problemi economici dei genitori perché, se si va al bancomat, “pigi i tasti e i soldi ti sbucano fuori…”. E l’irrefrenabile vivacità di Emma (quattro anni), che incita la mamma a girare nuda per casa perché possa sentirsi “libera”, e quando fa un capriccio poi si mette “in castigo da sola”.
Suddivise per argomenti – frasi buffe e tenere, pensieri, frasi poetiche, sul corpo, sull’amore, su libri e favole, sulla luna, su Dio, sulla morte, su fratelli, sui nonni – le frasi di questi 55 bambini di tutta Italia, da Castellammare di Stabia a Pordenone, offrono innumerevoli spunti di riflessione sulla vita, sull’infanzia e soprattutto sul ruolo di genitori. E può darsi che, dopo la lettura, quando vostro figlio vi chiederà perché non può venire a dormire con voi nel lettone, non ve la caverete con un “Ormai sei grande”: potreste sentirvi rispondere “Ma, allora, perché tu e il babbo che siete grandi dormite insieme e io devo dormire da solo?

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