Filosofia in giardino

Filosofia in giardino - Iacobelli editore

Filosofia in giardino
Damon Young
Iacobelli Editore, 2015
Pagg. 192, € 16

George Orwell si dedicava alacremente alla terra, nonostante l’assai precaria salute: armato di falcetto e piccone, dava vita a un paesaggio di “frutti di bosco, azalee, mele, rododendri, fucsie, campanule e iris selvatici”, dove prima c’erano solo “le zolle pietrose e ossificate di polvere e cardi dell’isola di Jura”, nelle Ebridi scozzesi. A partire anche lui da pietre, quelle del tempio buddista di Ryoan-Ji a Kyioto, assemblate secondo l’arte giapponese del karesansui, il giardino di roccia, il drammaturgo Nikos Kazantzakis rifletteva, a occhi semichiusi, su quanto un insieme di sassolini inanimati e di muschio potesse trasmettergli energia, quell’élan vital di cui aveva scritto il filosofo Bergson e che il poeta greco decise di far suo nelle sue opere.
Come Orwell, anche Leonard Woolf, marito della più celebre Virginia, lavorava incessantemente al giardino di Monk’s House nonostante il freddo implacabile del Sussex, pur di ottenere, nella giusta stagione, “file e file di alberi da frutta, piselli, carciofi, patate e lamponi”. “Lo perdo continuamente in giardino”, scriveva sua moglie, ammirandone la tempra che lo spingeva a piantare e potare anche dopo tempeste e grandinate. Ma per qualcun altro la natura non era un conforto, bensì il termine di paragone con la sua imperfezione di uomo: per l’esistenzialista Sartre, la bellezza del mondo vegetale andava negata e, mentre la compagna Simone de Beauvoir passeggiava in luoghi pittoreschi, Jean Paul anelava a un appartamento cittadino. Il giardino di Homestead ad Amherst era invece l’unico luogo per il quale Emily Dickinson rinunciava a restar chiusa nella sua stanza a scrivere: “allevata in giardino”, come ammetteva lei stessa, alle superiori aveva studiato botanica, raccolto e catalogato in un erbario cinquecento specie di fiori e ne coltivava di comuni e tropicali anche in serra, sporcandosi le mani personalmente.
Anche Jane Austen, seduta al suo tavolinetto di noce a dodici lati, scriveva in solitudine opere immortali; ma, quando desiderava fare una pausa, usciva all’aria fresca e luminosa del giardino di Chawton Cottage, ritrovando energia nei “petali lussureggianti del fiore d’angelo” dal profumo dolcissimo, nelle peonie, nei pruni e nei lillà. E Marcel Proust, pur apparentemente disprezzando i “tre orribili, tristi alberelli giapponesi” che gli tenevano compagnia nella stanza da letto polverosa e buia dove lavorava, non si faceva ispirare solo dalla madeleine, ma anche dai bonsai. Per gli illuministi, l’uomo doveva ridurre all’ordine il caos del mondo naturale, ma la razionalità aveva qualche eccezione: per Jean-Jacques Rousseau, la botanica costituiva “una pausa dall’ansia e dai salon parigini, ma contribuiva anche a riscoprire la parte migliore di sé stesso”; per Voltaire, l’unico rimedio a una vita “irta di spine” era coltivare un giardino. Friedrich Nietzsche elaborava le sue teorie filosofiche passeggiando in un limoneto di Sorrento, e in ogni caso sempre in giardini, parchi e boschi; ma le idee migliori gli venivano sotto il cosiddetto “albero-dei-pensieri”. E persino lo “scandalo vivente” Colette, la scrittrice più spregiudicata della Francia di fine 1800, quando l’età ormai avanza non può fare a meno di ammirare “le nitide geometrie del Jardin du Palais Royal” dal suo appartamento parigino, al quale arrivano “ profumi di glicini, portati lì dalla casa dell’infanzia, le api che si posano sul davanzale e il chiasso dei bambini che giocano”. Ed è proprio qui che desidera affrontare la fine: “sotto la protezione di un pergolato che un tempo dava ombra a delle suore”.
Filosofia in giardino, del poeta, filosofo, giornalista e scrittore australiano Damon Young, Honorary Fellow del Dipartimento di Filosofia di Melbourne, nella splendida traduzione di Marina Vitale con illustrazioni di Mariella Biglino, è, come si annuncia in copertina, “un gioiello di libro”. Forse, però, non “da leggere tutto di un fiato”. È un libro prezioso, perché l’attento lavoro di ricerca dell’autore ci permette di scoprire i lati più intimi e nascosti> della personalità di undici tra gli autori più amati della letteratura e della filosofia mondiale. È un libro da assaporare lentamente, magari immersi nella natura di cui si parla, per poter godere della prosa bella e artistica di Young, per approfondirne le citazioni culturali, per cercare sulla mappa geografica i luoghi incantati di cui scrive, per iniziare a scoprire il lato migliore della filosofia, se non la si è amata, o riscoprire la letteratura, osservando gli scrittori che si è abituati a leggere in una luce nuova. Ed è anche il libro a cui ispirarsi se, nel movimento incessante della vita quotidiana, sentiamo il bisogno di qualcuno che ci indichi come trovare la serenità. In un giardino.

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