Difendersi dai narcisisti

Difendersi dai narcisisti - Les Carter

Difendersi dai narcisisti
Les Carter
TEA “Pratica”, 2010
Pagg. 224, € 12

Vi è mai capitato di imbattervi in una persona affascinante, accentratrice, totalizzante, con cui avere un rapporto inizialmente ricco di emozioni e di entusiasmo, ma alla fine doloroso e distruttivo? Se avete risposto sì, probabilmente siete il tipo di persona che può fare la felicità di un narcisista e, nel contempo, essere resa infelice da lui. Il disturbo narcisistico di personalità, infatti, è una patologia psichiatrica ben conosciuta e studiata; magari ne abbiamo sentito parlare, ma, quando incontriamo un narcisista nella vita reale, sappiamo riconoscerlo in tempo?
Per tutti coloro che, dopo aver subito il fascino manipolatore di un narcisista, vogliono riprendere in mano le redini della propria vita, lo psicoterapeuta americano Les Carter (fondatore della Southlake Psychiatry and Counseling Clinic) scrive questo manuale, che ha per sottotitolo “Come non farsi rovinare la vita da chi pensa solo a se stesso”. Tra le caratteristiche principali del narcisista c’è infatti un profondo egoismo, un vero e proprio egocentrismo che gli impedisce di provare empatia verso i sentimenti altrui e, quindi, di costruire relazioni sane e paritarie.
Come riuscire, dunque, a convivere con un capo, un genitore, un partner affetto dal disturbo narcisistico di personalità, considerato che ne sarà sempre inconsapevole e che, in ogni caso, non sarà mai disposto a mettersi in discussione, e quindi a cambiare i suoi comportamenti? Per prima cosa, Les Carter definisce il narcisista e ne descrive le caratteristiche; una volta stabiliti i fondamentali, invita il lettore a riconoscerne le varie tipologie. Diversamente da Umberta Telfner, che nel suo Ho sposato un narciso ne tratteggia alcune varianti, Les Carter riduce sostanzialmente i narcisisti a due tipologie: quelli con un bisogno di controllo e i passivi-aggressivi, molto diversi tra loro ma accomunati dai tratti caratterizzanti del disturbo.
Dopo aver analizzato le regole, anzi le pretese, imposte dai narcisisti, l’autore spiega come sia possibile trattare con queste persone, quando risulti impossibile liberarsene definitivamente. È questa la parte più interessante ed utile del libro, perché chiarisce senza mezzi termini che, poiché il narcisista non cambierà mai e continuerà a sostenere le sue ragioni con qualsiasi mezzo, combatterlo è perfettamente inutile: tanto vale puntare a ritrovare la propria serenità interiore e, con essa, la capacità di perdonare. Sulla base dei suoi precedenti studi sulla rabbia, Les Carter insegna quindi a dominare i sentimenti negativi; suggerisce poi come rimuovere la paura e come rinforzare le difese interiori (in primis l’autostima). Lo scopo è che la vittima del narcisista impari finalmente a sostenere le sue ragioni con assertività, a confrontarsi in maniera pacifica (evitando l’aggressività, che farebbe il gioco del suo dominatore) e ad accettare che, probabilmente, il narcisista non comprenderà le sue ragioni, ma non per questo esse saranno meno valide o dovrà rinunciare a vivere secondo le sue convinzioni.

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La casa dipinta

La casa dipinta - John Grisham

La casa dipinta
John Grisham
“I miti”, Mondadori, 2002
Pagg. 335, € 9.50

A sette anni, le uniche occupazioni di un ragazzino di campagna dovrebbero essere giocare libero tra i prati, guardare il papà mungere le mucche della fattoria e scendere ogni tanto in paese con il camioncino del nonno a comprare un gelato o una coca cola. Per Luke Chandler, solo il sabato è un giorno di riposo: dal lunedì al venerdì, per alcuni mesi all’anno, deve raccogliere nei campi il cotone, unica fonte di reddito della famiglia, alzandosi quando è ancora notte e lavorando duramente insieme agli adulti, finché non cala il sole. Unica alternativa, aiutare la mamma a cogliere gli ortaggi da mettere sotto vetro, sostentamento per un inverno di stenti. Mentre si affanna sotto la calura asfissiante, Luke sogna di poter trascorrere un giorno intero semplicemente a giocare a baseball davanti casa, imitando il suo eroe, il giocatore Stan Musial, in attesa di diventare un campione come lui nella squadra dei Cardinals. Ma non saranno le faticose incombenze domestiche a rubare a Luke la sua innocenza di bambino, bensì il confronto con un mondo molto più grande di lui: quello dei messicani e dei montanari assoldati dalla famiglia Chandler per la raccolta del cotone, braccia forti per lavorare ma anche per fare del male.
In questo splendido romanzo, che si distacca nelle tematiche dalla consueta produzione del ‘re’ del legal thriller, John Grisham descrive magistralmente la vita di una fattoria dell’Arkansas, con le sue gioie e i suoi dolori, e ci pare di vedere la famiglia Chandler riunita sulla veranda, dopo la cena a base di pollo fritto, per ascoltare alla radio la partita serale di baseball, mentre la nonna prepara conserve e il taciturno nonno Eli, detto da tutti Pappy, commenta il tempo, fonte di preoccupazione per il raccolto del cotone. Non è solo in momenti come questi che Grisham ci trasmette il senso dell’unità familiare. Nelle traversie della vita di campagna, influenzata impietosamente dal maltempo, si scopre la vicinanza con i propri simili, e chi ha poco divide con chi non ha niente. Nelle disgrazie familiari sopportate insieme, nell’attesa condivisa delle lettere di un figlio soldato in Corea, nell’accoglienza pietosa dei messicani trattati di solito in maniera disumana, nelle pennellate di vernice suddivise tra tante mani, c’è tutta la solidarietà corale di una società agricola che forse in alcune parti dell’America esiste ancora, paradigma comunque di un mondo che, dovunque condivida questi valori, non dovrebbe scomparire.

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Scrittrici in giardino

Scrittrici in giardino - Adele Cavalli

Scrittrici in giardino
Adele Cavalli
ePubblica, 2014
pp. 147, € 2,99 (e-book)
ISBN 9788868621162

Emily Dickinson che si raccoglie a comporre poesie alla scrivania della piccola camera al primo piano, dalla cui finestra osserva un alto pino scuro, “un mare su uno stelo”, nella casa in mezzo al verde di Amherst. Marguerite Yourcenar che lavora a Memorie di Adriano nel suo studio fino al tramonto, alla luce di una lampada, dopo aver iniziato la giornata passeggiando nel bosco e rastrellando il prato, nella tenuta di Petite-Plaisance davanti alla costa del Maine. E Jane Austen che scrive quasi in segreto Orgoglio e pregiudizio, sul tavolinetto di noce in salotto, nascondendo i foglietti all’arrivo di figli e nipotini, nella casa di mattoni rossi di Chawton Cottage.
Questi, e altri sette ritratti di autrici tra Ottocento e Novecento, ci regala Adele Cavalli nel suo Scrittrici in giardino: un piccolo, prezioso, libro che ci conduce con discrezione nelle case, ma soprattutto negli spazi verdi, dove sono nati alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura. Filo conduttore, l’amore incondizionato che accomuna dieci scrittrici per il loro giardino: spazio verdissimo curato con passione e sforzi, costruito con attenzione al dettaglio; ambiente per il riposo, l’oblio degli affanni, la meditazione; luogo interiore ancor prima che esterno e soprattutto grande fonte di ispirazione. Tanto da far dubitare, a lettura ultimata, che possa esistere un afflato creativo senza la Natura, e da far pensare che solo la sua potenza creatrice conceda quella serenità d’animo che predispone alla contemplazione e alla scoperta, e quindi alla produzione della letteratura.
È un amore, quello per le piante e i giardini, che si tramanda attraverso le generazioni; e se Colette lo apprende guardando la madre Sido coltivare fiori e preparare con i prodotti della natura infusi, liquori e conserve, se Eudora Welty assorbe dalla madre Chestina non solo la passione per la lettura, ma anche quella per il giardinaggio e la classificazione delle specie botaniche, Adele Cavalli racconta di aver osservato da bambina la nonna, le cui “mani nodose tagliavano fiori appassiti, strappavano erbacce dalla terra, seminavano e zappettavano”, e di farlo oggi lei stessa. Una parte dei valori con cui l’autrice è cresciuta sono racchiusi nel sito Album di Adele, in cui ci offre le sue creazioni per la casa, insieme ai profili delle donne della sua famiglia, con le foto d’epoca.
La letteratura, sembra dirci Adele, si accompagna sempre all’arte e alla creatività. Karen Blixen scrive La mia Africa nella residenza ottocentesca di Rungstedlung, a nord di Copenaghen, e lì – dopo aver dipinto quadri a olio, tempera e carboncino nel suo soggiorno lontano – crea composizioni di fiori, che con i loro petali, foglie e steli le offrono fantasiose tavolozze di colori. George Sand (che, come Emily Dickinson, raccoglie fiori e piante in erbari ordinatamente rilegati) scrive articoli e romanzi “in un armadio che si apre come un secretaire” e, nella grande casa di Nohant dove invita Delacroix, Balzac, Flaubert, suona l’arpa come sua nonna e confeziona abiti per le marionette dei figli, oltre a cappelli, addobbi e decorazioni per il teatro. Ed Eudora Welty ritrae le terre aride e i lavoratori neri del Mississippi con il bianco e nero della sua Kodak.
Le dimore delle scrittrici si animano di vita per il lettore, grazie alle belle fotografie concesse dagli ammiratori, che Adele ha scoperto sul Web. Visitiamo così la magnifica residenza Tudor di Sissinghurst Castle, di cui Vita Sackville West progetta il giardino, insieme al marito Harold Nicholson, descrivendone le fasi di ristrutturazione in articoli sul giardinaggio e in lettere all’amata Virginia Woolf; così come Mary Annette Beauchamp (in arte Elizabeth Von Arnim) trasforma il giardino incolto della tenuta del marito in Pomerania, dove riaffiorano i ricordi della sua infanzia, ora quella dei suoi cinque figli (il cui istitutore è niente di meno che l’E.M. Foster autore di Camera con vista, Passaggio in India, Casa Howard). Edith Wharton, infine, crea nella casa di The Mount, nel Massachusetts, un altro dei suoi capolavori: un immenso parco-giardino da lei stessa progettato e curato nei minimi dettagli, che deve coordinare l’armonia degli interni, dedicati alle attività più amate, con quella degli esterni, incastonati tra il lago e le dolci colline del Berkshire.

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Racconti di Cuba

Alessandra Riccio - Racconti di Cuba

Racconti di Cuba
Alessandra Riccio
Iacobelli, 2011
pp. 128, € 10, ISBN 9788862521284

Paquita la nera stira e inamida indumenti con precisione britannica, nella Cuba degli Anni Cinquanta, per stare al passo con la concorrenza delle lavanderie cinesi. Una bambina angolana, mutilata di un braccio, con l’altro corre ad abbracciare Fidel Castro ogni volta che il lider maximo compare in pubblico. Claudia Grace Uushona viene dalla Namibia, ma è scappata dall’Angola dopo essere sopravvissuta a un massacro, e a Cuba ha trovato una ‘sorella’ e una nuova famiglia. Roberto Fernadez Retamar è nato e vive all’Avana, ma ha attraversato mezzo mondo – Stati Uniti, Messico, Europa – per ampliare i suoi orizzonti culturali e letterari.
Questi, e molti altri, personaggi affiorano con le loro storie variegate nei Racconti di Cuba di Alessandra Riccio, per non essere mai, però, protagonisti, bensì tasselli di un puzzle che, anche grazie a loro, si ricompone pian piano: quello di un’isola dalla popolazione multietnica e dalla storia tormentata, fatta di dittatura e rivoluzione, di povertà economica e di grande ricchezza culturale e artistica; un’isola difficile ma tanto amata dai suoi abitanti che, anche quando sarebbe meglio andarsene, ci ritornano, o ci restano, a vivere.
Come Dulce María Loynaz, che si arrocca nella sua villa fuori del tempo, mentre assiste ai mutamenti che stravolgono il suo Paese, che la ricompenserà infine con il prestigioso Premio Cervantes. O lo storico Eusebio Leal, che ha conseguito master, dottorati, lauree e onorificenze e ha vinto numerosi premi in tutto il mondo, pur di acquisire le competenze necessarie per restituire all’antico splendore il centro antico della sua bella città coloniale, l’Avana, dichiarato dall’Unesco nel 1982 Patrimonio dell’Umanità.
Alessandra Riccio a Cuba ha vissuto, al numero 464 della Calle 11 nel quartiere Vedado, come corrispondente per L’Unità: tre anni in cui ha imparato a conoscere e ad amare le meraviglie e le contraddizioni dell’isola. Oggi le restano i ricordi, ma anche tanti amici che negli anni l’hanno visitata a Napoli, dove ha insegnato Letteratura Spagnola e Ispanoamericana all’Università degli Studi L’Orientale. Traduttrice e critica letteraria di numerosi autori di lingua spagnola (tra cui Ernesto “Che” Guevara); fondatrice, tra le altre, della Società Italiana delle Letterate; direttrice, con Gianni Minà, della rivista Latinoamerica; attenta frequentatrice delle attività del centro culturale cubano Casa de las Americas, Alessandra Riccio non poteva che dare un’impronta letteraria a questa carrellata di storie di vita vera che si leggono come un romanzo: il romanzo di una Cuba svelata finalmente nel suo lato più puro e meno oleografico.

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La visitatrice

Maeve Brennan - La visitatrice

La visitatrice
Maeve Brennan
BUR, “Scrittori contemporanei original”, 2005
Pagg. 112, € 7,90

ISBN 17007023
Se è vero che il genio si accompagna spesso alla sregolatezza, non fa eccezione la vita di Maeve Brennan, scrittrice irlandese apprezzatissima dalla critica ma dall’esistenza inquieta, rovinata dall’alcolismo, dai problemi psichici e dall’interesse per gli uomini sbagliati.
Forse proprio la sua vita tormentata, terminata in solitudine in una casa di riposo a 77 anni, nel 1993, spiega come in letteratura la Brennan ricercasse (e riuscisse a ottenere) quella perfezione formale che nella realtà le mancava, e che fece parlare di lei come una delle più grandi scrittrici di racconti del Novecento, anzi “la miglior scrittrice irlandese vivente” nelle parole di William Maxwell, editor di Salinger e Updike.
Autrice di racconti brevi, la Brennan ci ha lasciato, con La visitatrice (rinvenuto nel 1997 in un archivio della Notre Dame University dell’Indiana e pubblicato nel 2000) il suo unico romanzo.
La ventiduenne Anastasia, dopo la morte della madre, torna da Parigi – dove si era trasferita sei anni prima in seguito alla separazione dei genitori – per ritrovare, almeno nei suoi pensieri, il calore e l’affetto di una famiglia nell’unica parente che le è rimasta: la nonna. Le aspettative di Anastasia, però, sono destinate a scontrarsi con la realtà: l’anziana signora King, che vive in un mondo cristallizzato fatto di tazze di tè e di letture davanti al caminetto, persa nel ricordo del figlio scomparso, che ritiene ingiustamente abbandonato da moglie e figlia, non dimostra alcuna affettuosità verso la giovane nipote. Che, anzi, vorrebbe vedere andar via il prima possibile.
In una Dublino ghiacciata dai rigori invernali, che ben rappresentano il gelo interiore del rapporto della nonna con Anastasia, Maeve Brennan orchestra un piccolo dramma familiare gestito con borghese compostezza, destinato a concludersi con quella che è apparentemente la sconfitta della ragazza, ma in realtà costituisce per entrambe le protagoniste la perdita di un bene prezioso: la possibilità di ricreare una famiglia.

“Gli alberi attorno a Noon Square si fecero più grandi alla luce smorzata del crepuscolo. L’oscurità uscì silenziosa fuori dai tronchi che si ispessivano, fuse tra loro le sottili ringhiere di ferro che circondavano le case e dilagò rapidamente nei giardini, annerendo l’erba e rubando i colori dei fiori. Il buio della notte piombò sul verde parco che occupava il centro della piazza ed emerse rapido, a inghiottire le alte e pazienti case circostanti. I lampioni disegnarono attorno a sé piatti cerchi di luce e si prepararono per la notte.”

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Nonsolodue

Nonsolodue - Claudia De Lillo

Nonsolodue
Claudia De Lillo
Tea, 2010, Pagg. 306, € 12

Lei era una giornalista finanziaria full time, con un marito barese, economista marxista e workaholic part time, una casa a Wisteria Lane e due hobbit. Oggi, Claudia De Lillo è ancora una giornalista finanziaria, ma part time; ha sempre un marito barese workaholic diviso tra Londra e Milano, vive a Felicity Place e gli hobbit, nel frattempo, sono diventati tre. E continua a raccontarci la sua vita con il garbo e la leggerezza di sempre, in questo Nonsolodue, sequel richiesto a gran voce dai suoi ammiratori dopo il successo del precedente Nonsolomamma, tratto dall’omonimo blog che, con milioni di visitatori, l’ha resa famosa.
Ritroviamo così lo hobbit grande, con i capelli biondi a casco di banane e tondi occhi blu, con cui cerca di sedurre tutte le donne che incontra sul suo cammino: dalle compagne di scuola alla preziosa babysitter Valentina Diolabenedica. E lo hobbit piccolo, che durante il racconto diventa “medio” (“il più medio di tutti”, come si definisce orgogliosamente), con i ricci pazzi e lo sguardo a volte torvo, con le sue grasse risate e un amico immaginario, Marìotereso, che vive nel muro della cucina. Se non lo conoscete già, appena lo sentirete parlare nel suo modo irresistibile ve ne innamorerete perdutamente. Su tutti veglia, almeno nei weekend, il pater familias fiero delle origini baresi, ascetico nel vestire e nel mangiare (ha una dichiarata dipendenza da cicorie) e instancabile lettore di saggi di economia.
Con tutti loro c’è sempre Elastimamma, a volte distrutta dalle estenuanti notti hobbit, a volte piena di energia per i mille impegni quotidiani: gli accompagnamenti alla scuola materna ed elementare, le lezioni di nuoto in settimana e di rugby il sabato, le ‘gite’ al centro commerciale e, naturalmente, il suo lavoro, al centro di un open space ricco di variegata umanità. A loro, in questo secondo volume, si aggiunge alla fine il microbbit, concepito nella verde città di A negli Stati Uniti, dove gli scoiattoli corrono liberi, i bambini giocano con girini e salamandre e davanti alle case in legno c’è il patio con il dondolo.
È quella bucolica, in fondo, la vera dimensione di Elasti: come tutte le mamme in carriera, vorrebbe più tempo per sé, da trascorrere leggendo un libro, bevendo una tisana, curando il corpo tra massaggi all’hammam e palestra, trascorrendo una serata romantica con il suo Mister Incredibile. Ma, con tre hobbit, questi sono lussi che ci si può concedere molto raramente. E allora non resta che coltivare la leggerezza dell’anima delle parole, attraverso un blog che, ci auguriamo, continui a farci compagnia online per tanto, tantissimo tempo. Almeno finché il microbbit non sarà all’università.

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I malamanager

I malamanager - Annalisa Puglielli

I malamanager
Annalisa Puglielli
Iacobelli edizioni, “Graffiti”, 2011
Pagg. 192, € 14

Otilia Negresco (sì, proprio come il famoso hotel, ma non chiedeteglielo troppo spesso!) è felicemente impiegata presso un’azienda di prodotti dermocosmetici, nel settore marketing internazionale. Ma, forse perché ha appena passata la boa dei quarant’anni, forse perché in famiglia è già realizzata con un marito e due figli, decide che dalla vita, e in particolare dal suo lavoro, vuole qualcosa in più; e lo chiede. Quello che, in apparenza, si presenta come un legittimo desiderio di novità e miglioramento diventa però, quasi subito, un terribile incubo. Il nuovo ruolo “dirigenziale” si rivela essere non un salto di carriera, ma un salto nel vuoto: Otilia, da donna manager iperattiva, si trasforma improvvisamente (e suo malgrado), in impiegata ‘fantasma’ priva di mansioni, pagata per non far nulla in un lussuoso ufficio. Per molti, sarebbe la situazione ideale; per lei, invece, è l’inizio di un calvario che la vede impegnata a lottare con tutte le sue forze per riconquistare l’identità lavorativa perduta. Finché, più che modificare la situazione, riuscirà – attraverso un percorso psicoterapeutico, il part-time e l’incontro con un nuovo dirigente che casualmente si chiama Hilton! – a cambiare (e a ritrovare) se stessa.
Annalisa Puglielli (che nella vita è poco più che quarantenne e, più o meno come Otilia, lavora da oltre vent’anni nel marketing internazionale per un’azienda farmaceutica) in questo libro dei temi attualissimi riesce a tratteggiare in maniera molto efficace il mondo spietato dei manager d’impresa, che vivono di vijon, miscion e fidbeck, ma accettano qualsiasi tipo di compromesso e ammettono ai vertici del potere un bel paio di gambe e una minigonna, sia pur prive di competenze. E a creare, con Otilia, un’(anti)eroina in cui è facile identificarsi, presa com’è tra il bisogno di conciliazione lavoro-vita domestica, la necessità di soddisfare ad ogni costo le aspettative aziendali, la sofferenza per una situazione lavorativa che non viene mai chiamata con il suo nome, ma che di fatto è mobbing. A starle vicino in ogni traversia, offrendole provvidenziali camomille doppie, l’anziana cuoca siciliana Cettina, unico esempio di solidarietà femminile (un valore ormai sorpassato, sembrerebbe dirci l’autrice) in un mondo in cui la migliore delle colleghe, quando non ti accoltella alle spalle, ti ignora. Ma un’ancora di salvezza, anche nelle situazioni più buie, c’è: guardarsi dentro, ripensarsi, riconvertirsi e soprattutto non arrendersi mai. Il personaggio di Otilia, alla fine, è molto diverso da quello della Mathilde di Le ore sotterranee di Delphine de Vigan: laddove quest’ultima si lascia vivere passivamente, la protagonista de I malamanager non smette mai di sperare, e di lottare.

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Il viaggiatore del secolo

Il viaggiatore del secolo - Andrés Neuman
Il viaggiatore del secolo
Andrés Neuman
Ponte alle Grazie, 2010
Pagg. 492, € 20

Si può scrivere un intero romanzo di 492 pagine, fitto di dialoghi, riportandoli tutti all’interno del discorso indiretto? È quello che fa Andrés Neuman in questo libro che, se non fosse per l’impronta da romanzo classico, sembrerebbe un esperimento di letteratura potenziale. Il tema è quello caro agli intellettuali dell’Ottocento (e del Settecento): il viaggio come esperienza, fonte di conoscenza di altri usi e costumi e di altri luoghi, ma anche di se stessi. È un viaggio attraverso l’Europa quello che porta Hans, giovane tedesco giramondo che si sostenta con le traduzioni letterarie, nella piccola città di Wanderburgo, che già nel nome è tutto un programma: wandern, in tedesco, significa “girare, girovagare, peregrinare, camminare”. E anche la città sembra non restare mai ferma: passeggiando per le sue strade, un viandante non riesce mai ritrovarle dove ricorda che siano, nemmeno con l’aiuto di una mappa. Wanderburgo, però, fa a chi la visita l’effetto contrario: è un luogo da dove nessuno, una volta arrivato, riesce a ripartire. Così è anche per Hans, che si propone di trascorrervi solo una notte, ma vi resta molto a lungo. Nel suo caso, più che merito delle attrattive della città è ‘colpa’ di quelle di Sophie, figlia unica del vedovo signor Gottlieb, che Hans ha conosciuto per caso. Il Salotto di Sophie Gottlieb si apre ogni venerdì agli ospiti colti, per intrattenere conversazioni di alto livello; a queste è ammesso quasi subito il giovane Hans, che coglie l’occasione per intrecciare non solo piacevoli discussioni filosofiche, letterarie, linguistiche, etiche, ma anche un gioco di sguardi e di segnali con la padrona di casa, che sembra desiderosa quanto lui di ricambiarli. Il gioco della seduzione non può che portare alle sue estreme conseguenze, in barba alla promessa matrimoniale che Sophie ha fatto all’insignificante, ma “per bene”, Rudi.
Descrivendoci la lotta tra passione e ragione, tra consuetudini borghesi e desideri reali, Andrés Neuman – il cognome non tragga in inganno: l’autore è argentino e insegna letteratura ispanoamericana a Granada – riesce ad affrontare temi importanti come le differenze culturali, la liberazione della donna (Sophie è certamente una pre-femminista), persino l’emarginazione sociale: Hans vive una profonda amicizia con un organista di strada che alloggia, misero ma felice, in una grotta. Filo conduttore del romanzo è il sogno, che ritorna nei riferimenti letterari (La vida es sueño di Calderòn de la Barca), nell’ansia di conoscere i sogni altrui del suonatore di organetto, nell’impossibilità, almeno in apparenza, per Sophie di realizzare le sue vere aspirazioni: quelli sono i sogni, dice.
Andrés Neuman, però, il sogno di ogni scrittore lo ha già realizzato: a soli 22 anni, nel 1999, il suo romanzo Bariloche è stato inserito dal quotidiano “El Mundo” tra i 10 migliori dell’anno; e nel 2010 questo Il viaggiatore del secolo si è aggiudicato l’importante Premio Alfaguara, più il Premio de la Crítica. In Italia, lo apprezziamo nella splendida traduzione di Silvia Sichel.

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Un giorno

Un giorno - David Nicholls

Un giorno
David Nicholls
Neri Pozza, 2010
Pagg. 487, € 18

Tra uomo e donna, può esistere soltanto amicizia? Probabilmente no, sembra suggerirci questo romanzo: per quanto Emma e Dexter, i due protagonisti, si sforzino di considerare puramente amichevole il rapporto che li lega, e non perdano occasione di ribadirlo, alla fine sembra che alla chimica dell’attrazione dei sessi non si possa sfuggire. Anticonformista, spartana, salutista, spoetizzante Emma; borghese, gaudente, dissoluto, seducente Dexter: eppure, fin dal loro primo incontro, che sembrerebbe (ma non è) una mera fusione di corpi, c’è qualcosa di speciale tra loro, che i due si ostinano a chiamare amicizia. Da quel primo 15 luglio 1988, festività di San Swithin in Inghilterra, Emma e Dexter si frequentano e si separano, flirtano con complicità o litigano, si riappacificano e si riperdono, attraverso un arco di vita di 18 anni, che li vede trasformarsi da speranzosi neolaureati (lei in Lettere, lui in Antropologia) in adulti che cercano la loro strada, e non sempre la trovano. Non sappiamo cosa abbiano fatto prima e cosa faranno dopo, ma ogni 15 luglio, puntuale, l’autore ci mostra uno spaccato delle loro vite. Emma che convive con la coinquilina Tilly e sogna di diventare scrittrice; Dexter che vorrebbe girare il mondo, ma al ritorno dai suoi viaggi si ritrova ancora indeciso. Emma che si impiega in un ristorante messicano e conosce Ian, squattrinato comico senza arte né parte, tuttavia molto innamorato di lei; Dexter che ha deciso di fare fortuna nel mondo dei media ed è diventato un presentatore televisivo di successo, con una fidanzata da sballo al fianco. Emma professoressa di scuola amante del suo preside sposato; Dexter con una carriera in declino, che cerca di consolarsi tra sigarette, alcolici e avventure femminili. Emma finalmente scrittrice, e Dexter finalmente con la donna dei suoi sogni, ma con un lavoro di ripiego. Emma autrice di successo, e Dexter padre affettuoso ma maldestro. Finché, un giorno (e non un giorno qualsiasi: è sempre complice San Swithin), l’amicizia si rivelerà per quel che è veramente.
Con questo romanzo (salutato come un capolavoro da scrittori del calibro di Jonathan Coe e Nick Hornby), David Nicholls – grazie ai dialoghi serrati, alla contrapposizione dei caratteri dei suoi protagonisti e alla trattazione mai banale di temi universali quali l’amore, l’amicizia, i tradimenti – riesce a offrirci una prova d’autore non da poco: in un libro di quasi 500 pagine, non fare mai annoiare il lettore.

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Eva dorme

Eva dorme - Francesca MelandriEva dorme
Francesca Melandri
“Scrittori italiani e stranieri”, Mondadori, 2010
Pagg. 347, € 19

“Ti senti più tedesca o più italiana?” È questa la domanda che più spesso fanno a Eva, solo perché è nata in Alto Adige. Eppure Eva, la protagonista del romanzo d’esordio della sceneggiatrice Francesca Melandri, non si sente né del tutto italiana, né del tutto altoatesina. E poi, lei è nata a “Shangai”. Non in Cina, ma là dove i masi condividono la stessa vista sulle vallate meravigliose, ma anche la stessa povertà. Sono gli anni del dopoguerra e l’Alto Adige non è ancora il paradiso del turismo sciistico invernale, delle passeggiate estive nei boschi, dello shopping nei mercatini natalizi. La cessione del Südtirol all’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale è un evento sconvolgente per le popolazioni di lingua tedesca che lo abitano; e a porre un ennesimo ostacolo all’integrazione ci si mette pure Mussolini, con la sua smania di ‘ripulire’ il territorio, lasciandolo agli Italiani. Negli anni del terrorismo altoatesino cresce Gerda Huber, figlia di un uomo schivo e rigido come solo i montanari più solitari sanno essere, ben presto orfana di madre, un fratello terrorista e un’unica ricchezza: la sua straordinaria bellezza nordica. È proprio grazie al suo aspetto che Gerda, con il benestare del padre, scenderà a valle per lavorare come sguattera in un ristorante, o meglio come matratze, donna-materasso il cui destino è già segnato. Sedotta e abbandonata dal padre della sua Eva, sfruttata nel duro lavoro di cucina e in difficoltà come ragazza madre, Gerda riuscirà tuttavia a conservare la sua voglia di lottare per dare un avvenire a sua figlia, fino al punto da proteggerla consegnandola a chi possa crescerla. Per la piccola Eva, famiglia sono gli abitanti dei masi vicini dove è cresciuta sua madre, ma padre vorrebbe chiamare Vito, l’unico uomo positivo nella vita di lei e di Gerda. È proprio per ritrovare Vito che una Eva quarantenne, anche lei disincantata dall’amore, attraversa da sola tutta l’Italia in treno, dal Nord al Sud, in un viaggio interminabile che è l’occasione per ripensare a tutta la sua infanzia.
Con questo romanzo bello e commovente, Francesca Melandri riesce a condurre i lettori, senza mai annoiarli, in una realtà poco conosciuta, quella del separatismo e del terrorismo altoatesino: l’altra faccia di una regione incantevole e incontaminataprima che sia trasformata dal turismo. E nel contempo riesce a illustrare, attraverso le figure di Gerda ed Eva, una realtà femminile coraggiosa e in evoluzione, dandoci la speranza che quello che per sua madre non è potuto essere un futuro di liberazione e di indipendenza lo possa essere almeno per Eva. Anche se, con un fondo di pessimismo, l’autrice sembra volerci dire che il vero amore e i veri affetti sono quelli più difficili da conquistare e da mantenere.

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Tutte le donne che ho dentro

Tutte le donne che ho dentro - Elisabetta Comastri

Tutte le donne che ho dentro
Elisabetta Comastri
Albus Edizioni, “Le parole per te”, 2010
Pagg. 66, € 8 – ISBN: 978-88-96099-42-1

Se scrivere di poesia non è facile, ancor più difficile è farsi pubblicare. Elisabetta Comastri ci è riuscita con questa silloge poetica, fatta non solo di parole con un bel suono ma anche di contenuti. Attraverso le pagine di questo libretto (che ha vinto il concorso letterario Poetando di Albus Edizioni) scorrono leggere tante figure di donne: la donna-madre di un figlio ormai troppo distante da lei (“È bianco come un destino/ il tuo diniego di adolescente/ e ascolto attenta le tue canzoni per dare senso/ai miei perché su cui rincalzi i tuoi niente”); la donna-vittima di violenza (“Gola di fonte riarsa/ pelle strappata ai vestiti/ pianto di sogni stuprati/ che bagna stelle e cammini”); la donna-scrittrice, “fatta di carta e di parole”; la donna che fa della Solitudine la sua ninfa. Queste e tante altre figure femminili si affiancano e si mescolano nell’opera di Elisabetta, contribuendo a formare la sua personalità di eclettica poetessa. Pur madre di quattro figli, la Comastri si dedica non solo alla lettura, alla scrittura e alla cucina, ma anche al teatro e ha tenuto corsi di formazione sulla poesia presso l’Università di Perugia. E usa la poesia anche da attenta osservatrice della realtà attuale, per raccontarci un mondo che non è quello che vorrebbe, dando il suo piccolo contributo perché possa cambiare.

Terzo millennio adolescente

Ore maliarde di lustrini
e mete confuse
da comete di lase
dalle code cadute
in trappole di strade
grovigliano illusioni
ingoiano di inganni
il peso leggero dei tuoi anni.
Giovani amori
amari di tequila
incastrata nelle gole
a millantarti che sei grande.
In questo mondo
di sogni al neon
bestemmia è il lusso
di restare bambino
per figli traditi dalla
placenta indifferente
di questo terzo millennio
adolescente
spacciatore di progressi
da pulpiti al silicone
dove chirurgica sbraita
mercificata perfezione.
Volano semi di me nei figli
dietro a sogni catodici
e a una promessa di festa
che stelle e vite in una notte
potrà portare via.
D’inchiostro rammendo
a parole una vita
che resti e somigli a poesia

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Solo il budino ascolta i miei sospiri

Solo il budino ascolta i mieie sospiri - Erma Bombeck

Solo il budino ascolta i miei sospiri
Erma Bombeck
Longanesi, 1981 (ed. originale 1967)
Pagg. 234.

Chi pensa che la chick lit inizi con Bridget Jones non ha mai letto Erma Bombeck. Portabandiera del femminismo per le casalinghe americane degli anni Sessanta, oggi questo testo (se riuscite a scovarlo in qualche libreria, in una bancarella di remainders, in biblioteca o in una edizione anglosassone: il titolo inglese è At Wit’s End, l’equivalente di “Siamo alla frutta”) vi può insegnare molte cose sulle donne e sulla letteratura al femminile. Con uno stile, per giunta, che non ha nulla da invidiare a Helen Fielding, Sophie Kinsella, Federica Bosco.
Nel libro, Erma Bombeck racconta se stessa: una “casalinga disperata” alle prese con tre figli irrequieti, un marito fanatico del bricolage e i problemi di tutti i giorni: l’impianto idraulico in panne, i conti da pagare, le riunioni di beneficenza a cui presenziare. Senza arrendersi mai, Erma cavalca la vita con piglio allegro e uno straordinario senso dell’umorismo, sorridendo per prima delle sue disavventure quotidiane.
Quando fu pubblicato negli Stati Uniti, nel 1967, At Wit’s End dette voce finalmente alla donna comune tutta casa e famiglia (la Bombeck stessa aveva lasciato una promettente carriera di giornalista per dedicarsi al marito e ai figli), che però – mettendo in discussione il mito della casalinga americana – rivendicava la sua autonomia: per la prima volta, si diceva al mondo che la vita domestica non è tutta rose e fiori, e che può anche capitare che un giorno una si svegli la mattina e scriva nel biglietto per il lattaio: “AIUTO! Sono prigioniera di un’idiota armato di chiave inglese in una casa dove manca l’acqua corrente da tre giorni. Come faccio a liberarmi?” Dalla sua ‘casalinghitudine, Erma Bombeck si liberava attraverso la scrittura, senza mai dimenticare però l’impegno ‘femminista’. In attesa che qualche casa editrice illuminata si decida a ripubblicarla anche in Italia, un assaggio delle sue parole. E poi ditemi che non è chick lit.

Diario di una dieta del lunedì

Ore 8: Eccoci qua. Operazione dieci chili. Ho telefonato a Laura e le ho raccontato che cosa ho mangiato a colazione […]
Ore 16: C’è un articolo su Calorie (la rivista per la gente abituata infilarsi in bocca qualunque oggetto commestibile nel raggio di alcuni chilometri) in cui si suggeriscono decine di fantastici menù per persone che devono stare attente alla linea. […] Stasera per cena avremo carne magra, piselli freschi e un cestino pieno di fette biscottate e frutta.
Ore 16.30: Ha telefonato mio marito per dire che farà tardi per cena. I piselli freschi avevano un’aria un po’ squallida e così ho aggiunto qualche fungo fritto e un po’ di panna liquida. Dopo tutto, chi ha detto che i bambini debbano soffrire solo perché hanno una mamma volitiva? […]
Ore 17: beh, forse quella stupida frutta nella fruttiera potrebbe andar bene per Robinson Crusoe ma a me piace solo sopra una bella crostata. Tra 50 minuti esatti sarà pronta, con un bello strato di crema sopra. Chi crede di essere, mio marito? Paul Newman? […] Ho aggiunto alla cena due contorni e una grossa pizza capricciosa. Quella stronza di Laura ha avuto il coraggio di telefonarmi per chiedermi se può avere anche la camicetta del tailleur grigio. Ho detto ai bambini di dirle che non potevo andare al telefono. Stavo ascoltando i dischi della Dieta lampo.
Ore 18.30: è arrivato mio marito. Gli sono andati incontro sulla porta e gliene ho dette quattro. Se non fosse per quella sua abitudine di voler mangiare, quando torno dall’ufficio, potrei essere ancora la silfide che ha sposato alcuni anni fa. Ha avuto il coraggio di far finta di non sapere di cosa stessi parlando.

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Lo spazio bianco

Lo spazio bianco - Valeria Parrella

LO SPAZIO BIANCO
Valeria Parrella
Einaudi “Supercoralli”, 2008
Pagg. 120 , € 14.80

Quanto è grande lo spazio che separa un bambino appena nato, sospeso tra la vita la morte, dal futuro dell’uomo o della donna che potrebbe diventare? E’ uno spazio immenso che si dilata nell’attesa, fino a diventare tempo: un tempo che non finisce mai. Proprio come le ore interminabili che Maria, la protagonista di questo primo romanzo di Valeria Parrella, è costretta a trascorrere nella sala di attesa di un ospedale, aspettando di poter vedere Irene, la sua bimba nata prematura.
Giorno dopo giorno, per tre mesi (quelli che Irene avrebbe dovuto trascorrere nella sua pancia), Maria, senza mai perdere le speranze, si reca in ospedale, disposta ad attendere ore pur di poter stare per pochi minuti, tre volte al giorno, accanto alla culletta di sua figlia. Intorno a lei, tante altre mamme che condividono lo stesso “spazio bianco”: quel limbo di attesa e speranza dal quale qualcuna esce con un neonato in braccio, e qualcun’altra con una culletta oscurata da un lenzuolo. Nel microcosmo dell’ospedale, però, non c’è posto per il dolore; anche questo è composto, quasi congelato nella dimensione spazio-temporale dell’incertezza.
“La bambina nascerà sicuramente viva, ma potrebbe morire subito, o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?” Alla domanda del medico Maria prova a rispondere ogni notte, ogni volta in maniera diversa, finché il tempo dell’attesa non si trasformerà nella risposta che Maria non sa, e non vuole, dare.
Con il tocco minimalista che la contraddistingue, Valeria Parrella ci consegna un romanzo lieve e intenso, da non leggere tutto d’un fiato ma da meditare pagina per pagina; un romanzo che, anche se divulgato sul grande schermo (nel film omonimo, la protagonista è interpretata da Margherita Buy), resta un piccolo tesoro da custodire nel privato delle proprie emozioni.

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Mosca più balena

Mosca più balena - Valeria Parrella

Mosca più balena
Valeria Parrella
minimum fax, “I Quindici” 2009 (ed. originale “nichel” 2003)
Pagg. 134, € 13
ISBN 978-88-7521-218-6

Valeria Parrella è la scrittrice che tutti vorremmo essere: parte dalla sua realtà, dalla sua città, dalla sua lingua e con pochi tocchi produce il libro che tutti avremmo voluto scrivere. Perché Valeria Parrella è semplice, ma allo stesso tempo grande; è napoletana, ma allo stesso tempo universale. Mosca più balena, la sua prova d’esordio edita nel 2003, ha vinto i premi Campiello Opera Prima, Procida e Amelia Rosselli: minimum fax ce l’ha riproposta quindi nel 2009 in una nuova edizione rilegata, con la bellissima prefazione di Loredana Lipperini. Quasi tutte donne, le protagoniste di questa raccolta di racconti si muovono in una Napoli popolare, trafficata e a volte abbandonata, tra la Sanità, la Tangenziale uscita Capodimonte e una Bagnoli che nessuno risanerà mai. È la Napoli in cui Valeria si è trovata a vivere, il cui spirito comprende, il cui dialetto fa parlare ogni tanto ai suoi personaggi. La bambina che vive il terremoto del 1980, le cui scosse vengono previste dalla maga di quartiere, e quando cresce lotta tra i suoi desideri e quelli dei suoi genitori; Guappetella, che dai quartieri popolari riesce ad arrivare in quelli alti, perché vuol diventare una “signora”; Vera, moglie, madre, casalinga, che cerca a modo suo di esorcizzare la prima ruga; la dottoressa Adriana, inflessibile con se stessa sul lavoro, che sogna un mare pulito che non avrà mai; la protagonista de Il passaggio, che in palestra incontra la donna della sua vita ma con un uomo qualsiasi fa un figlio. Con l’eccezione di Asteco e cielo (per il cui titolo la scrittrice ringrazia Enzo Avitabile, autore dell’omonima canzone), le protagoniste di Mosca più balena sono tutte donne; in ognuna, lo intuiamo, c’è un po’ di Valeria; ma in tutte, anche, un po’ di ciascuna di noi.

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Acciaio

Acciaio - Silvia Avallone

Acciaio
Silvia Avallone
Rizzoli, “La scala”, 2010
Pagg. 358, € 18

Nella periferia di via Stalingrado a Piombino, la felicità si raggiunge con poco. Una giornata sotto gli ombrelloni nella spiaggetta davanti alle case degli operai; un pomeriggio tra adolescenti in un luogo deserto e rugginoso, ma segreto; una serata in discoteca o al pattinodromo, a caccia di ragazze da conquistare. Soprattutto, in via Stalingrado, tra i palazzoni grigi delle case popolari, quel che conta è avere un amico o un’amica con cui dividere la solitudine e quel poco che si ha, fosse anche solo una pista di cocaina o un angolo di spiaggia coperto di rifiuti, che però nessun altro conosce. Lo sanno bene Francesca e Anna, l’una bionda e l’altra mora, per il resto uguali: cresciute come sorelle nello stesso palazzo, nella stessa scuola, nello stesso cortile, a 13 anni sono ancora l’una il mondo dell’altra. Anche quando il corpo cambia e diventa un territorio da scoprire e un’arma da esibire. Consapevoli del desiderio maschile, Anna e Francesca lo provocano, ma tornano sempre a rifugiarsi nel loro microcosmo segreto, fatto di intimità, confidenze, gesti e pensieri d’amore. Un universo chiuso, il cui equilibrio può durare a patto di non condividerlo. Ma questo non sempre è possibile…
A fare da sfondo alle vicende di due generazioni della classe operaia, che inseguono sogni troppo grandi per loro (ricchezze facili, amori impossibili, la fuga dalla quotidianità, sia pure solo per attraversare i 4 km di mare che separano la terraferma dal paradiso per turisti dell’isola d’Elba), le ciminiere degli altoforni delle acciaierie Lucchini: il luogo dove tutto nasce e tutto si trasforma, dove tutti lavorano e qualcuno muore. Tra il caldo insopportabile del fuoco che scioglie l’acciaio, i carroponti, i muletti per trasportare le siviere, i furti di rame e lo squallore dei nightclub, si muovono affannosamente gli altri personaggi del romanzo: il fratello di Anna, Alessio; suo padre Arturo, che dalla fabbrica è stato licenziato; gli amici Cristiano e Mattia; il padre padrone Enrico, tutto botte e ottusità. A fargli da complemento, una serie di figure femminili rassegnate: le moglie Sandra e Rosa, incapaci di chiedere il divorzio; le adolescenti Sonia e Jessica, oggetto sessuale dei maschi del branco; la bella e agiata Elena, ormai distante dall’operaio Alessio.
La prova d’esordio di Silvia Avallone è un capolavoro premiato dalla critica e dal pubblico, secondo classificato al 64° Premio Strega e vincitore del Premio Campiello 2010 Opera Prima, la cui scrittura potente ti entra dentro, come il calore dell’acciaio sciolto, e non ti lascia più.

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Il gusto proibito dello zenzero

Il gusto proibito dello zenzero
Jamie Ford
Garzanti, 2010
Pagg. 380, € 18.50

Henry e Keiko hanno entrambi occhi allungati, capelli scuri e sono nati negli Stati Uniti. I genitori di Henry, però, sono cinesi, mentre quelli di Keiko giapponesi: un ‘dettaglio’ che, negli Stati Uniti del 1942, può fare una grande differenza. Per gli americani, infatti, i giapponesi – anche quelli naturalizzati – rappresentano “il nemico”; e che Keiko sia nata negli Usa e si senta americana non conta proprio nulla. Anche Henry, del resto, è straniero in patria: “diavolo bianco” per i cinesi perché frequenta la scuola degli anglosassoni, muso giallo da emarginare per i suoi compagni bulletti. Nella Seattle della seconda guerra mondiale, dove si suona jazz in strada e nei nightclub e l’alcol proibito viene sostituito con lo zenzero fermentato, Henry e Keiko si conoscono, si piacciono, diventano amici. Anche se non se lo dicono, a loro modo si amano; ma, almeno per una tradizionale famiglia cinese come quella di Henry, se c’è una regola da non infrangere è quella di non avere alcun rapporto con gli odiati giapponesi. Che, del resto, a un certo punto vengono allontanati dagli americani stessi, e – dopo aver nascosto i loro beni nel vecchio Hotel Panama – portati “per il loro bene” in veri e propri campi di concentramento, di cui sui libri di Storia non si parla ma dai quali, per fortuna, un giorno si potrà fare ritorno. Ad Henry e Keiko non resta che accettare la realtà dei fatti: a 13 anni un ragazzino in Cina è già abbastanza grande per sposarsi, ma negli Stati Uniti deve ancora sottostare alla volontà di un padre di poche parole, con cui la comunicazione è resa ancora più difficile dall’obbligo di parlare inglese, e non cantonese, anche in casa.
Proprio per esplorare il rapporto con suo padre e il periodo storico in cui è cresciuto, Jamie Ford, per metà cinese, decide di scrivere questa storia: una vicenda di guerra e di razzismo in cui però gli orrori bellici non fanno mai capolino ed anche le vicende più tristi sono accettate dai protagonisti con dignità tipicamente orientale. Con un linguaggio delicato, descrizioni minuziose e un ritmo forse un po’ troppo lento per il lettore occidentale, Il gusto proibito dello zenzero ci porta attraverso le strade di Seattle, tra il 1942 e il 1986, fino a concludere il viaggio nell’Hotel Panama dove tutto è iniziato e dove tutto può risolversi. Deus ex machina un altro giovane cinese, che con suo padre Henry non dialoga molto, ma, come lui, pensa che l’amore possa superare i confini dello spazio, del tempo e della razza.

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Quando la notte

Quando la notte - Cristina Comencini

Quando la notte
Cristina Comencini
“I narratori”, Feltrinelli, 2009
Pagg. 256, € 16
EAN 9788807017902

Fino a non molto tempo fa, parlarne era tabù. Oggi, la difficoltà di essere madri, con le sue luci e le sue ombre, arriva sugli scaffali delle nostre librerie, attraverso donne coraggiose che la raccontano: dalla Concita De Gregorio di Una madre lo sa a Cristina Comencini, con questo suo romanzo da cui è stato tratto anche un film. La madre ‘imperfetta’ è Marina, moglie di Mario e madre di Marco. Ma non basta avere le stesse iniziali perché una famiglia sia felice: un bambino può dividere impercettibilmente una coppia, creando un confine sottile ma difficile da superare. E può anche creare profonde fratture nella psiche di chi dovrebbe amarlo più di tutti, e che invece vorrebbe inconsciamente lasciarlo andare. E a volte lo fa.
Durante una vacanza in montagna, Marina è sola con il suo bimbo. Che apparentemente le fa compagnia, le riempie le giornate; in realtà, la fa sentire ancora più sola di fronte alla fatica di crescerlo. Anche Manfred è solo, perché la sua donna l’ha lasciato, portandosi via anche i figli. La montagna e i traumi dell’infanzia (nel suo caso, l’abbandono materno c’è stato realmente) l’hanno indurito, quasi quanto il legno che intaglia nel tempo libero. Eppure, forse per la loro complementarietà – Manfred possiede quella capacità di gestire l’infanzia che a Marina manca – due anime diverse e apparentemente inconciliabili si attraggono. Verranno unite dagli eventi e separate dal destino, ma ad esso non si arrenderanno, nemmeno tra i ghiacci delle montagne. Al lettore il compito di scoprire il finale, e di trarre le conclusioni: vale la pena di inseguire un sogno, o è meglio che resti sempre tale?

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Come piante tra i sassi

Come piante tra i sasssi - Mariolina Venezia

Come piante tra i sassi
Mariolina Venezia
Einaudi, “I coralli”, 2009
Pagg. 260, € 17,50

Il sostituto procuratore Immacolata Tataranni nel mondo della lotta al crimine potrebbe apparire come un pesce fuor d’acqua: alta neanche un metro e mezzo (il che la costringe a portare tacchi vertiginosi anche sui più impervi luoghi del delitto), continuamente presa dai problemi familiari – una madre anziana un po’ svanita, una figlia in piena crisi adolescenziale, un marito da accudire – e soprattutto donna in un mondo di uomini, laddove la femminilità può essere solo un motivo di debolezza. Eppure, quando passa Imma Tataranni, alla Procura della Repubblica di Matera sono in molti a tremare. Prima fra tutti l’archivista assenteista Maria Moliterni, che per Imma è un punto d’onore incastrare. Ma, prima o poi, anche i malviventi, perché è certo che lei li scoverà. Accanita nella ricerca di indizi, con la testardaggine che solo le sue umili origini e la sua voglia di farcela in un mondo più grande di lei possono spiegare; accompagnata dal fido (e figo) attendente Calogiuri, che la segue e la protegge come un figlio, pur scatenando in lei ben altri turbamenti, Imma conduce le indagini senza mai arrendersi di fronte agli ostacoli. Un ragazzo è stato ucciso, e lei vuole, deve, scoprire chi è stato. Anche quando, dopo ricerche, interrogatori, sospetti e fermi, il caso le viene tolto a un passo dalla verità. Ma Imma, da brava donna meridionale che nella vita dovuto sempre faticare, considera questo solo un dettaglio, e alla fine riuscirà a scoprire il colpevole. Sullo sfondo di una Basilicata campestre e fascinosa, tormentata dal problema dei rifiuti radioattivi (sulla statale 106 scorre la protesta contro lo smaltimento delle scorie nucleari a Scanzano Jonico, facendoci rivivere gli eventi accaduti nel 2003), Mariolina Venezia tratteggia con abilità e originalità un ritratto di donna dei nostri giorni: imperfetta, assillata dai problemi quotidiani (“il maxiprocesso, il cambio di guardaroba…”), circondata da una realtà difficile, che però ha imparato ad affrontare. Il linguaggio e l’ambientazione meridionale potrebbero far pensare a un Montalbano in gonnella; con la differenza che, per una detective donna, ogni conquista costa molto di più.

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Come posso farcela

Come posso farcela - Elena DepaoliCome posso farcela
Elena Depaoli
Neftasia Editore, 2009
Pagg. 346, € 16,
ISBN 978-88-6039-113-1

Ah l’amore, o come dicono i francesi l’amour! Chi non lo sogna? Chi non lo desidera?
Sembrerà strano, ma non tutti i single assegnerebbero all’amore il primo posto nella loro lista dei desideri. Ad esempio, Melissa, l’eroina di Come posso farcela, è una di quelle single che vanno controcorrente: è alla ricerca di un lavoro che le permetta di mantenersi libera ed indipendente, nel suo adorato monolocale, il più lontana possibile dall’umiliante ritorno alla casa paterna circondata da parenti ossessionati dall’idea del “buon matrimonio”.
Del resto, però, l’amore si incontra proprio quando non lo si sta cercando e nell’ultimo posto in cui lo si sarebbe mai cercato: Melissa, assunta come assistente personale del vicepresidente di una nota agenzia letteraria padovana, si renderà ben presto conto che se sognava una vita tranquilla ha sbagliato bersaglio. Eppure anche gli errori ci conducono da qualche parte e, nel caso di Melissa, dritta in braccio ad un amore all’apparenza sbagliato e, proprio per questo, ancora più affascinante.
Come posso farcela è il romanzo d’esordio di Elena Depaoli che, sin dalle prime battute, non disattende le aspettative di un pubblico appassionato di chick lit e romanzi d’amore in cui non è la più bella del gruppo a vincere la partita, ma la sfigatella, la ragazza della porta accanto che nei romanzi si riscatta impalmando il bel principe azzurro.
E’ forse questo il sogno di tutte le donne? No, urlerebbero le femministe, ma è pur vero che non tutti condividiamo gli stessi sogni ed è giusto lasciare ad ognuno il proprio.
Contraddistinto da un buon ritmo che tiene il lettore avvinto alla storia, Come posso farcela è un romanzo d’esordio riuscito, che rende merito all’autrice, considerando la sua giovane età; un romanzo molto gradevole che riesce a far parlare bene di sé.

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Cinema e ceci

Cinema e ceci - Sofia Scandurra

Cinema e ceci
Sofia Scandurra
Iacobelli, “Frammenti di memoria”, 2010
Pagg. 288, € 16.50

Se il cinema si ispira alla vita, questa è la storia di una vita ispirata dal cinema; e mai vissuta da semplice spettatrice, ma sempre da protagonista. A raccontarcela è Sofia Scandurra, che il cinema l’ha fatto in prima persona: come (aiuto) regista, sceneggiatrice, documentarista… E poi ha insegnato ad altri a farlo.
Ma se pensate di trovar tracce dettagliate, in questo libro, della sua lunghissima carriera di autrice (non solo cinematografica, ma anche televisiva e teatrale), vi sbagliate: in Cinema e ceci Sofia ‘dimentica’ – molto volutamente – di citare uno per uno i suoi innumerevoli lavori e i suoi tanti successi, per parlarci dei suoi amori. Il marito, le figlie, ma soprattutto il cinema, con i suoi momenti belli e quelli brutti, con la sua allegria e la sua tristezza; insomma, il cinema come la vita vera. E non lo fa, come ci si aspetterebbe da un’autobiografia, in prima persona, ma con lo sguardo distaccato di chi racconta la vita di un’altra, che chiama Michela. Poco importa che la vita di Michela coincida, momento per momento, con quella di Sofia: Michela è personaggio, e Sofia può parlarne senza abbandonare l’innata modestia che la spinge a non mettersi mai in mostra; e lo spettatore-lettore può (far finta di) credere che quello che legge sia in fondo solo fiction, finzione. Ma, recita il sottotitolo, questo è un “romanzo verità sul mondo dello spettacolo”: e i personaggi sono reali. A cominciare dai ‘mostri sacri’ con cui Michela/ Sofia lavora, come preziosa aiuto regista, sin dagli inizi della sua carriera: Luigi Zampa, Nino Manfredi, Mario Camerini, Dario Argento, Adriano Celentano… E poi c’è Lui, che avrà un nome solo alla fine del libro, quando Michela riuscirà ad elaborare ventitré anni di vita vissuta insieme, di profondo amore, di intensa passione, ma anche di differenze (a cominciare dai 24 anni che li separano), tradimenti e soprusi, per rievocare i momenti più intimi e carichi di dolcezza. Con Lui Michela condivide tutto: la casa, le tre figlie, la vita bohémienne, l’amore per un mestiere comune, ma anche la Libera Università del Cinema, fondata insieme a Zavattini e Blasetti perché diventi la fucina di giovani cineasti talentuosi. Obiettivo a cui Michela dedica, dal 1983, gran parte delle sue forze, mettendo la sua casa, i suoi mobili, la sua cucina e il suo cibo a disposizione degli artisti, per aiutarli a emergere attraverso i loro lavori.
Ma non ti va di fare un altro film tutto tuo?, la sollecitano le figlie. Michela/ Sofia esita; l’esperienza di Io sono mia (un film femminista con una troupe al femminile, tratto da Donne in guerra di Dacia Maraini) le è bastata per un po’. Da indispensabile aiuto regista Michela ha imparato a preordinare ogni dettaglio; ma a volte succede l’imprevedibile. Come quando, sulla spiaggia spagnola in cui sta girando il suo film, Maria Schneider irrompe nuda, e armata di coltello, per vendicarsi di Stefania Sandrelli, pagata il doppio di lei. O quando, durante la lavorazione di Yuppi du di Celentano, la pesante macchina da presa affonda la zattera di fortuna su cui poggia, costringendo tutti a un bagno nell’acqua ghiacciata, in cui scompare un compagno. Ed è la stessa Michela a rischiare di non tornare più a casa quando, dal piccolo scoglio su cui è stata traghettata per girare, vede innalzarsi di sera l’alta marea, e all’orizzonte non c’è nessuna barca che la venga a prendere. Ma gli imprevisti possono essere anche comici, come quando il “gigante buono” Carlo Cucchi, dopo una lauta cena sulla terrazza di Michela, non riesce più ad alzarsi dalla poltrona, costringendo la poverina a smontarla fino a tarda notte.
Dalle pagine di Cinema e ceci esce un ritratto del mondo del cinema sincero e appassionato, mai scontato, in cui gli eroi sono dietro la macchina da presa e spesso i deboli sono proprio le star: chi preoccupata della propria virilità, chi troppo attaccata al denaro, chi egoisticamente incapace di amare.
Sofia/ Michela si fa piccola tra i grandi, resta in secondo piano, crede che neanche suo padre possa apprezzarla per il suo lavoro. Ma quando lui scompare trova, in un cassetto segreto, il segno del suo immenso affetto. E qui si ritorna al vero leitmotiv del libro: a fare da sfondo alla vita di Sofia Scandurra è stato sempre, anche quando non si vedeva, l’amore.

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Resta con me

Resta con me - Elizabeth Strout

Resta con me
Elizabeth Strout
Fazi, 2010
Pagg. 372, € 18.50
ISBN 978-88-6411-124-7

Nella tranquilla cittadina di West Annett, nel Maine, la vita potrebbe scorrere in maniera bucolica, e i suoi abitanti dedicarsi soltanto a passeggiate in campagna, pattinate sul ghiaccio e visite di cortesia tra vicini, con l’immancabile torta di mirtilli. Soprattutto quando, a mantenere unita la comunità, c’è un uomo eccezionale come il reverendo Tyler Caskey: mite, paziente, sempre cortese e pronto a tendere la mano a chiunque, secondo il principio, trasmessogli da suo padre, di “pensare sempre prima al prossimo”. Ma la quieta provincia americana non è mai quel che sembra, e basta scavare (neanche troppo in profondità) sotto la patina di perbenismo per scoprirne i lati oscuri.
Non sono solo i mirtilli, contaminati dai sottoprodotti industriali, a non essere più quelli di una volta; a West Annett molte anime sono inquiete, inclusa quella del pastore che dovrebbe salvarle.
Duramente provato dalla prematura scomparsa della moglie (troppo bella e vanitosa per piacere alla comunità, ma anche per adattarsi alla vita casalinga legata al suo ruolo), il reverendo Caskey cerca di andare avanti come meglio può, sorretto dalla fede e dall’affetto dei suoi parrocchiani, oltre che da quello delle piccole figlie Katherine e Jeannie. Sarà proprio una delle sue bambine, però, a incrinare il delicato equilibrio che lo tiene in piedi faticosamente. E che non sarà facile ripristinare.
Con il linguaggio suggestivo e la straordinaria descrizione degli ambienti che l’hanno resa scrittrice pluripremiata – finalista nel 2000 all’Orange Prize con Amy e Isabelle, vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 con Olive Kitteridge – Elizabeth Strout, in questa sua seconda prova narrativa, ci offre uno spaccato della società americana di provincia negli anni della guerra fredda e della corsa agli armamenti nucleari, vicende però vissute come un’eco lontana del mondo. È a West Annett che, per i protagonisti del libro, avviene tutto ciò che conta: nel loro piccolo mondo ogni accadimento diventa un evento e l’unica arma – potente a volte come una deflagrazione nucleare – è il pettegolezzo.
Ma l’umanità, pur debole e traviata, imperfetta e peccatrice (senza eccezioni: dallo stigma del male non si salvano nemmeno le creature più giovani, più timide, più pure), è capace di pentimento e può quindi salvarsi. È questo il messaggio che vuole darci Elizabeth Strout: in un mondo in cui è facile sbagliare, se solo lo vogliamo c’è sempre qualcuno pronto a tenderci la mano e a farci riscoprire l’amore per gli altri, ma in primo luogo per noi stessi.

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Non ti voglio vicino

Non ti voglio vicino - Barbara Garlaschelli

Non ti voglio vicino
Barbara Garlaschelli
Ed. Frassinelli, 2010
Pagg. 341, € 17.50

1939. Lena ha i capelli ricci e gli occhi scuri, una sorella e vive con la mamma nella campagna lombarda.
Lorenzo ha i capelli ricci e gli occhi scuri, una sorella e un fratello e vive con i genitori in città, a Milano.
Mentre Lorenzo, però, trascorre un’adolescenza come quella di tutti i ragazzi della sua età in tempo di guerra, tra le passeggiate con l’inseparabile amico Pietro e le fughe improvvise nei rifugi anti-bombardamento, Lena, tra le mura del collegio di suore in cui la mamma con sacrificio la fa studiare, nasconde un terribile segreto, che le ha rubato per sempre la spensieratezza dell’infanzia.
Lorenzo, coraggioso, sensibile e altruista, e Lena, bellissima, intelligente ma ‘diversa’, complici i bombardamenti sono destinati a incontrarsi. E, fin da bambini, ad amarsi. Anche se per Lorenzo il suo sarà l’amore totalizzante che “tiene in pugno la sua vita”, mentre per Lena “quel ragazzo è la sua possibilità”.
Il segreto inconfessabile di Lena, infatti, non le permette più di amare, né di rendere felice chi le sta vicino. Neanche quando si tratta della creatura che per lei dovrebbe essere più amabile: sua figlia Prisca.
In una Milano fatta a pezzi dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale, che è casa per Lorenzo e luogo sognato e desiderato per Lena (che riuscirà a trasferircisi e sarà sempre affascinata, come da un obiettivo irraggiungibile, dall’alta Torre Velasca), si muovono silenziosamente i personaggi di questo romanzo di Barbara Garlaschelli, ruotando intorno all’indiscussa protagonista: Lena. È lei, infatti, il catalizzatore degli eventi; è lei che, con la sua forza quasi selvaggia, con i suoi silenzi profondi come l’oscurità, con il suo negarsi o concedersi quando vuole, regola la vita della timida sorella maggiore Lucetta, della rassegnata madre Anna, dei cognati, delle sue ‘vittime’ designate e innocenti: il marito Lorenzo, la figlia Prisca. Sarà proprio quest’ultima a pagare il prezzo più alto, diventando suo malgrado specchio delle paure inconfessate della madre, strumento per esorcizzarle e preda di una violenza che, in modi diversi, si trasmette attraverso le generazioni. Attraverso una ricostruzione fedele del clima politico e sociale del secondo conflitto mondiale e le emozioni dei protagonisti, Barbara Garlaschelli ci consegna un bellissimo romanzo dai temi non facili, ma trattati sempre con delicatezza, che coinvolge e stupisce in ogni pagina.

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Le ore sotterranee

Le ore sotterranee - Délphine de Vigan

Le ore sotterranee
Délphine de Vigan
Mondadori, 2010
Pagg. 216, € 19
EAN: 9788804601326

Possono due vite scorrere parallele, incontrandosi casualmente per pochi attimi, senza riconoscersi l’una nell’altra come due anime con gli stessi desideri? Possono trovarsi più volte sul punto di congiungersi, per poi divergere comunque, come se il destino non permettesse la loro fusione?
È quel che succede ai due protagonisti di questo romanzo di Délphine de Vigan – autrice francese già nota al pubblico per il successo internazionale de Gli effetti secondari dei sogni – che, in un’unica giornata (il 20 maggio), che sembra durare settimane intere, si sfiorano negli stessi spazi sotterranei, per non incontrarsi mai fino alla fine, anche se basterebbe una telefonata per favorire il destino, anche se tutto fa capire che sarebbero fatti l’uno per l’altra.
Mathilde ha compiuto da un po’ quarant’anni, ma già dai trenta non ha più un marito al suo fianco: di lui gli restano i tre figli maschi, e i ricordi di un amore felice, che non ha voluto più ritrovare. Thibault ha la stessa età ed è faticosamente riuscito a lasciare Lila, che lo teneva in pugno con la sua sensualità prorompente, ma era incapace di ricambiare il suo amore.
Sullo sfondo di una Parigi molto diversa da quella turistica, intasata dal traffico, solcata nelle sue profondità da inaffidabili treni metropolitani dei nomi improbabili, Mathilde e Thibault vivono le vite che hanno scelto, che un tempo amavano, ma che ora non sentono più appartenergli.
Thibault avrebbe potuto restare un rispettabile medico di campagna, benestante e stimato, con una bella moglie. Ha scelto di vivere nel caos della città e di girarla da un arrondissement all’altro in una vecchia utilitaria sporca, per portare conforto agli ammalati delle Urgences Médicales.
Mathilde è ‘quadro’ in una grande azienda di marketing, ma il suo lavoro non le piace più. Da quando ha avuto un contrasto con il suo capo, infatti, è vittima di un processo di allontanamento e di esautoramento. Recarsi al lavoro, un tempo routine che riempiva la sua vita, oggi è soltanto un orribile incubo.
È proprio su Mathilde, e sulla sua storia di mobbing (perché di questo si tratta, anche se non viene mai esplicitamente nominato) che si concentra la narrazione, quasi che tutto il resto fosse solo un pretesto per far riflettere i lettori su un argomento ‘scomodo’, troppo a lungo ignorato dai narratori.
Ma se, per Thibault, la speranza di un miglioramento c’è, nel suo sguardo che si posa di nuovo su altre donne, nel suo affrontare le situazioni anche quando prevale il caos, in Mathilde il dramma lavorativo sembra provocare danni irreparabili, ed anche quando le cose si stanno per aggiustare è solo un’illusione.
Assistendo da spettatore alle vite parallele dei due protagonisti, avviluppati in un tempo che scorre con lentezza esasperante, il lettore si aspetta che, in questo 20 maggio in cui qualcosa deve accadere (l’ha predetto una chiromante a Mathilde), qualcosa infine accada. Ma non è così; e tutto (i pazienti e gli amori di Thibault, il malessere e il trasferimento di Mathilde) resta in sospeso, in attesa di una soluzione che ognuno potrà immaginare in un modo diverso.

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Non tutti i segreti dormono in soffitta

Non tutti i segreti dormono in soffitta - Lara Marzo

Lara Marzo
Non tutti i segreti dormono in soffitta
e-book ARPANet, 2010
Pagg. 55, € 4,50

Il detective Milla Girardi è un’investigatrice sui generis: trentenne, carina e ancora alla ricerca dell’anima gemella, non abita in un fumoso monolocale ma a casa del nonno materno, un affabile vecchietto con cui ha un rapporto di affettuosa complicità. E’ proprio il nonno Anselmo a commissionare alla nipote il caso di cui la vediamo protagonista: un caso non di omicidio, ma di “ricordicidio”. La ‘vittima’ – di cui si sono perse le tracce, i ricordi, gli scritti – è John, cittadino britannico morto prematuramente e padre naturale della mamma di Milla, che però ne ignora l’esistenza.
All’insaputa di sua madre (con cui ha un rapporto non proprio idilliaco, e che continua a chiamarla Camilla nonostante le proteste), la giovane detective inizia a svolgere un’indagine in piena regola, partendo dagli unici punti fermi che ha: il fratello di John, l’anziano Albert, e la sua famiglia, alla quale – con l’eccezione di qualche componente – Milla si affeziona subito.
Aiutata dalla fida amica bibliotecaria Irma, Milla scava tra i ricordi che porteranno a galla la personalità di John, ma trova anche il tempo per incontrare l’Amore della sua vita. E per ricostruire, grazie alle scoperte fatte, il rapporto con sua madre, sia pure nelle pagine finali.
Scritto in uno stile brillante e originale, a metà tra il poliziesco umoristico e la chick lit (non per nulla il romanzo è stato selezionato dalla casa editrice ARPANet in occasione del concorso ChickCult 2010), Non tutti i segreti dormono in soffitta ci rivela un’autrice fresca ma non alle prime armi (se questo è il suo primo romanzo, Lara Marzo non è affatto nuova alle esperienze letterarie), che viene voglia di leggere ancora.

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Il ballo

Il ballo - Irène Némirovsky

Irène Némirovsky
Il ballo
Adelphi, PBA 527, 2005 (ed. orig. 1930)
Pagg. 92, € 8
ISBN: 8845919714

Irène Némirovsky pubblicò per la prima volta il racconto Il ballo (Le bal) in edizione francese, nel 1930; in Italia, dopo una prima edizione di Feltrinelli nel 1989, Adelphi lo ha stampato nella Piccola Biblioteca nel 2005, trasformandolo in un piccolo classico.
In Francia (paese che la scrittrice, ebrea ucraina, conosceva bene, per avervi vissuto e lavorato), la famiglia Kampf vuol dimostrare al mondo intero la sua recentissima scalata al successo economico attraverso un fastoso ballo, il quale, nelle intenzioni dei coniugi Kampf, dovranno partecipare ben duecento persone. Esclusa dalla lista degli invitati è però la giovane Antoinette, figlia quindicenne della coppia, del resto trascurata anche durante gli altri momenti familiari e affidata alle cure di una governante inglese (una chiara reminiscenza dell’infanzia della Némirovsky, la cui madre poco attenta aveva preferito delegarne la cura a una governante francese).
Timida, introversa, taciturna come molti adolescenti, Antoinette non riesce ancora, per la giovane età, a trovare un suo posto in una famiglia in cui i valori principali paiono essere l’apparenza e l’ostentazione del proprio denaro, per mascherare l’insicurezza di una posizione sociale da poco raggiunta. Insicura è anche la ragazzina, che mostra un “corpo debole, infantile… I piedi grandi e quelle lunghe bacchette con all’estremità due mani arrossate, dalle dita sporche di inchiostro, che magari un giorno diventeranno le più belle braccia del mondo… Una nuca fragile, capelli corti, incolori, secchi e leggeri…”.
Tenuta in disparte dagli adulti, rimproverata continuamente per motivi futili, Antoinette accetta la sua posizione di inferiorità, che include come unica compagnia la governante e non le permette non solo di prendere parte al ballo, ma la costringe anche a dormire, per quella sera, in uno stanzino buio, come la più umile delle lavoratrici della casa.
Il destino, però, fa sì che, per una volta, Antoinette, per pochi istanti, abbia in mano la situazione. E ne approfitta. Dal suo gesto deriverà il fallimento del programma in cui si erano riposte tante speranze; forse la giusta nemesi – sembra volerci fare capire la scrittrice –per una famiglia in cui i valori più autentici si sono persi, in favore di quelli esteriori. L’unico momento di intimità lo produrrà, alla fine, proprio Antoinette, nel momento in cui, a causa del suo segreto, risulterà essere la più forte dei familiari: forse, da quella sera, le cose un po’ cambieranno.

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Bruciante segreto

Bruciante segreto

Bruciante segreto
Stefan Zweig
Adelphi, PBA 561, 2007 (ed. orig. Williams Verlag, 1976)
Pagg. 116, € 9
ISBN: 8845922138

Lo scrittore austriaco Stefan Zweig (1881-1942) – autore prolifico di poesie, racconti, drammi, biografie, traduzioni, con decine di libri in catalogo nell’editoria italiana – ci consegna, con “Bruciante segreto”, un piccolo capolavoro di introspezione psicologica, che, pubblicato dapprima in Svizzera nel 1976, viene riproposto da Adelphi nel 2007.
Nella stazione di villeggiatura di montagna del Semmering, in Austria, si incrociano i destini di tre persone: un giovane barone a caccia di emozioni, la cui preoccupazione principale è non rimanere da solo (“Non aveva alcuna inclinazione a fare i conti con se stesso in solitudine […] Sapeva d’aver bisogno degli altri come smeriglio su cui dar esca ai suoi talenti, al calore e all’euforia del suo cuore, mentre da solo era frigido e inutile a se stesso come un fiammifero nella scatola.”); una ricca e annoiata signora ancora piacente, apparentemente ben disposta alle avventure; suo figlio dodicenne Edgar, l’unico di cui conosciamo il nome.
Contrariamente a quanto potremmo pensare all’inizio, è infatti Edgar il vero protagonista del lungo racconto: entra in scena ben presto e diviene il personaggio chiave della narrazione. Tutto ruota intorno a lui: la conoscenza tra il barone e la madre, lo scorrere delle giornate, l’azione delle serate.
Trovandosi nella delicata fase di passaggio tra l’infanzia all’adolescenza, al ragazzino non sembra vero di poter ottenere le attenzioni (che ancora non sa essere interessate) di un adulto: il barone, che lo tratta da pari a pari. Sviluppa così, in poche ore, un fortissimo attaccamento al suo nuovo amico, che lo prova a portare sentimenti di ardente adorazione, ma anche di bruciante gelosia. Da acuto osservatore, Edgar, una volta capito che degli adulti non ci si può totalmente fidare, nota le schermaglie tra la madre e il suo corteggiatore, pur senza capirne il vero senso: cosa sarà mai quel segreto che gli adulti custodiscono, e che pare essere ovunque, nell’aria, nelle coppie che passeggiano, negli sguardi?
Quando il tarlo del sospetto si insinua a lui, da ingenuo fanciullo Edgar si trasforma, consapevolmente, in persecutore degli adulti, che non riusciranno ad arginarlo, arrivando a trasformare persino l’amore materno in odio.
L’epilogo, però, rimetterà tutto a posto, ripristinando i valori della famiglia e della maternità, così come si conviene nella società austriaca borghese, della quale Zweig (vissuto nella sicurezza economica di un padre industriale ebreo e nel microcosmo artistico e intellettuale della Vienna di fine Ottocento) fa profondamente parte.

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L’amore non fa per me

L'amore non fa per me

L’amore non fa per me
Federica Bosco
Newton Compton, 2010 (ed. orig. 2007)
Pagg. 240, € 6,90
ISBN 8854117021

Dopo il fortunato esordio di Mi piaci da morire, Federica Bosco ritorna con il secondo capitolo delle avventure di Monica, single ormai 32enne sempre alle prese con i problemi d’amore. Stavolta dovrà destreggiarsi tra un ex newyorkese, strafigo ma inaffidabile, che la corteggia appassionatamente, e un fidanzato scozzese, dolcissimo ma poco presente, che però ha più di un difetto…
Lasciando i grattacieli della Grande Mela per le brume gelide di Culross (non senza una puntatina familiare a Roma, che le fa decidere solo di ripartire al più presto), Monica si prepara ad affrontare una nuova vita, che nella sua fantasia è avvolta da un alone romantico: un’antica dimora nella campagna scozzese, tanti libri da scrivere davanti a una tazza di the bollente, ma soprattutto intime serate da condividere con il suo uomo. Che però, ben presto, si rivela molto diverso da come lei si aspetta… E, in più, dotato di una madre inappuntabile e onnipresente, oltre che di un ‘fantasma di famiglia’: quello della perfetta fu moglie Rebecca.
Ma lo spirito di adattamento di Monica sembra avere la meglio, guadagnandole pure un posto di spicco nel giornale locale, dove porta una ventata di modernità grazie alle sue conoscenze enciclopediche su Paris Hilton (spunto per una delle parti più divertenti del libro), e le simpatie dei locali, inizialmente ostili.
Con un linguaggio in puro stile chick lit, “l’autrice italiana più amata dalle italiane” ci consegna un romanzo godibile, che sale in un crescendo fino alle pagine finali, e che riesce a essere ‘leggero’ senza però mai rinunciare all’introspezione.

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Un gruppo di allegre signore

Un gruppo di allegre signore - Alexander McCall Smith

Un gruppo di allegre signore
Alexander McCall Smith
Tea Due, 2008
(1a ed. it. Guanda, 2007)
Pagg. 250, € 8.60
ISBN 978-88-502-1739-7

Precious Ramotswe è una tranquilla signora del Botswana, amante della tranquillità casalinga, madre adottiva di due bambini e moglie felice del miglior meccanico di tutto il paese: il signor JLB Matekoni, marito amabile e devoto. La signora Ramotswe, però, è anche titolare di una delle più importanti agenzie investigative dell’Africa: la Ladies detective Agency n° 1, che conduce con successo insieme alla segretaria Grace Makutsi.

Sullo sfondo di un Botswana incontaminato, oltre che nel territorio, nell’anima ancora ingenua dei suoi personaggi, attaccati a una scala di valori fuori del tempo perché universali (l’onestà a tutti i costi, la correttezza, la sincerità, l’aiuto disinteressato agli altri), i protagonisti del romanzo si muovono con leggerezza, affrontando con la stessa nonchalance sconosciuti che sbucano di sera da sotto un letto, zucche abbandonate di notte fuori la porta di casa, ex mariti che ritornano improvvisamente dal passato, apprendisti meccanici sedotti da donne misteriose, incidenti di vario tipo.
Da brava detective, Precious Ramotswe non si scompone mai; almeno finché non le scompare l’amato, decrepito, furgoncino bianco, cui è affezionata quasi quanto al marito, e non compaiono i fantasmi di un passato rimosso perché troppo doloroso.

Con lo stesso stile “politically correct” dei romanzi dedicati ai casi investigativi di Isabel Dalhousie, Alexander McCall Smith conduce i suoi protagonisti attraverso le loro quotidiane, forse banali, intricate vicende: a risolversi, alla fine, non sarà un solo eclatante caso, ma più casi: in fondo, quelli della vita.

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Il club dei filosofi dilettanti

Il Club dei filosofi dilettanti - Alexander McCall Smith
Il club dei filosofi dilettanti
Alexander McCall Smith
Tea Due, 2009
(1a ed. it. Guanda, 2006)
Pagg. 264, € 8.60
ISBN 978-88-502-1373-3

Isabel Dalhousie vive a Edimburgo, è una single poco più che quarantenne e ha denaro quel tanto (molto) che basta per permettersi di condurre un’esistenza agiata, il cui unico impegno fisso è dirigere una rivista di etica applicata.

Trascorrere il proprio tempo libero tra conferenze accademiche, serate culturali (Isabel ha fondato il Club dei Filosofi Dilettanti), musei d’arte e serate all’opera sembra un’innocua attività, ma sarà proprio alla fine di un concerto alla Usher Hall che Isabel assisterà a una scena da brivido: un ragazzo in smoking precipita davanti ai suoi occhi dal loggione.

Sembrerebbe un incidente, ma Isabel, che tra una lettura di articoli di etica e l’altra si interroga spesso sulle questioni morali della vita, decide che è suo dovere (in quanto testimone oculare) indagare sull’accaduto. Chi era il giovane morto? La sua caduta è stata veramente accidentale?

Per una coincidenza – forse un po’ troppo fortuita per un giallo – Isabel riesce a raccogliere subito informazioni, grazie alla nipote Cat, la cui gastronomia era frequentata dal ragazzo. Altrettanto casualmente, Isabel conosce il giovane broker Paul Hogg, scoprendo che il morto lavorava proprio con lui.
Tra una tazza di tè preparata dalla fida governante Grace e una cena con la nipote Cat (fidanzata con Toby, ma desiderata dal suo ex Jamie, per cui la zia ha a sua volta un debole), Isabel trova il tempo di condurre le sue indagini nell’high society, fino a scoprire una fuga di delicate informazioni finanziarie.
In un gioco di sospetti (a cui, per altre ragioni, non sfugge nemmeno il “fedifrago” Toby), il lettore viene condotto nelle dimore dell’alta società scozzese, in una Edimburgo in cui tutti sanno tutto di tutti e in cui conoscere testimoni chiave per la sua inchiesta è facile, per Isabella, come bere un bicchier d’acqua. Anzi, di whisky.

Ma all’autore ben si perdonano alcune semplificazioni narrative, perché ci regala una lettura avvincente, garbata, in cui alla fine niente è ciò che sembra.
Il male, per McCall Smith, non viene necessariamente punito.
Una questione su cui riflettere, magari al Club dei Filosofi Dilettanti.

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Il ghostwriter

Il ghostwriter - Thomas Harris

Il ghostwriter
Thomas Harris
Mondadori Oscar Bestseller, 2009
Pagg. 321, € 9

La vita di un ghostwriter non è facile: mesi di lavoro in clausura, per far emergere i ricordi altrui; un bel rimpasto per renderli credibili (soprattutto, ben accetti al loro autore) e poi l’oblio: né il nome in copertina, né gli inviti ai party, né la celebrità. I soldi, però, possono essere tanti: ed è proprio la prospettiva di un allettante guadagno che convince il protagonista del romanzo (di cui non sappiamo il nome nemmeno alla fine, fantasma fino in fondo) ad accettare un incarico sui generis: continuare a scrivere l’autobiografia dell’ex primo ministro inglese Adam Lang, lasciata a metà dopo la tragica scomparsa del suo ghostwriter.

Dando un taglio alla vita quotidiana (e con essa alla relazione con Kate, ormai agli sgoccioli), il nostro ghostwriter impacchetta pochi abiti in fretta e vola alla volta degli Stati Uniti, nel cuore di Martha’s Vineyard, per incontrare – nella lussuosa villa in cui è blindato, ospite di un miliardario americano – il Primo Ministro, che fa base lì per un giro di conferenze negli States.

L’atmosfera non è delle più rilassanti: ogni movimento dello scrittore è rigidamente regolamentato dall’algida e bellissima Amelia Bly (segretaria di Lang e anche qualcosa in più) e scrutato dagli occhi penetranti di Ruth Lang, la moglie ufficiale. Che però per il nostro prova subito simpatia (difficile non essere d’accordo con lei).

Fatte da contratto molte promesse, il ghostwriter, pur di andare a fondo il suo lavoro, decide subito di infrangerle. Non sarà facile: dovrà vedersela con un dattiloscritto segretissimo, con l’ombra del suo predecessore Michael McAra (di cui a un certo punto è costretto aoccupare la stanza, ancora piena dei suoi effetti personali) e del suo cadavere ritrovato sulla spiaggia; ma anche con i paletti imposti dall’affascinante Amelia per proteggere il suo Adam – che comunque, a causa di imprevisti internazionali, si troverà in guai ben più gravi che non la scomparsa del suo primo ghostwriter o la crisi coniugale con Ruth.

Coinvolto, suo malgrado, nel turbinio di eventi, il nostro protagonista mantiene sempre il sangue freddo, arrivando ad avvicinarsi il più possibile ai pericoli, ma riuscendo sempre a cavarsela per il rotto della cuffia. Fino all’epilogo inaspettato, ingiusto forse sia per il Primo Ministro che per il suo ghostwriter, ma anche, dal punto di vista del lettore, per Amelia e Ruth.

Un thriller molto avvincente che, mentre tiene col fiato sospeso, non tralascia mai di mostrare il lato più umano dei personaggi. In tutti i sensi, un must da leggere per chi vuole diventare scrittore. Anzi, ghostwriter.

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Il diario di Lara

Il diario di Lara

Il diario di Lara
Chiara Santoianni
ARPANet, 2009
Pagg. 204, € 10
ISBN 978-88-7426-059-1; Arpabook.com

Il diario di Lara. Una single “Cosmocomica” alla ricerca della felicità è il secondo titolo della collana “Chickcult” di ARPANet, dedicata al genere della chick lit.

Cosa succede quando una single 30enne – sempre in lotta con la bilancia e alla ricerca della sua indipendenza, del lavoro ideale e dell’anima gemella – applica un po’ troppo alla lettera i consigli della sua ‘bibbia’: la rivista femminile più letta nel mondo, “Cosmopolitan“?
Ne possono accadere di tutti i colori, come succede a Lara, eroina chick lit alla Bridget Jones, quando mette in pratica i Cosmo-consigli in tema di lavoro, di beauty & wellness, ma soprattutto di seduzione.

Impegnata invano nella riconquista di Oscar, fidanzato storico impigrito e distratto, ma anche nella ricerca del lavoro giornalistico dei suoi sogni, Lara (accompagnata da un terzetto di fedelissimi amici, che sopperiscono alla famiglia piuttosto assente) si butta a capofitto in avventure di ogni tipo, che la porteranno a ritrovare l’autonomia nella vita da single, attraverso un percorso da romanzo di formazione in rosa.

Districandosi tra una rivale in amore, una flatmate cinefila alquanto particolare e una collega di scrivania un po’ troppo raccomandata, e viaggiando tra Parigi, Londra e i fiordi norvegesi, Lara si caccia continuamente nei pasticci, ma alla fine ne esce sempre vincitrice, guidata dal principio di contare sulle sue sole forze e di inseguire i suoi sogni, perché si possono realizzare.

Un estratto: “Dritte cosmiche”

Quando Oscar è rincasato dal lavoro, un’aria di perdono era stampata sulla mia faccia.
“Ho riflettuto a lungo su noi due…”, ho esordito.
“Anch’io… e ho concluso che non siamo più fatti l’uno per l’altra. Puoi tenere la collezione di francobolli, ma la tazza di Garfield, per favore, lasciala a me”.
Come buonuscita poteva fare di meglio.
Appena Oscar è andato via dalla stanza, ho afferrato la prima copia di Cosmopolitan a portata di mano e l’ho sfogliata affannosamente alla ricerca di qualche consiglio.
Non c’era nessun articolo intitolato “Sei stata lasciata? La vita continua!”, o “Meglio single che male accompagnati”. In compenso, le pagine pullulavano di “Fallo impazzire a letto”, “La cucina dell’amore” e “Organizzagli un weekend da favola”.
Se non altro, c’era qualche dritta di self-help.
Ho disposto due sedie l’una davanti all’altra, mi sono seduta su una e ho parlato. Ho detto ad Oscar (virtualmente seduto di fronte a me) tutto ciò che pensavo di lui e dei cinque anni che abbiamo trascorso insieme. Nonostante le apparenze, è stata una conversazione molto realistica: quando gli parlo, di solito non risponde. A questo punto, ho cambiato sedia e mi sono impersonata in Oscar, come diceva Cosmo, per cercare, esprimendomi come lui, di capire le sue ragioni. In questo caso, è stato ancor più facile: “Sono stanco!”, ho esclamato, e me ne sono andata.

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Lavorare part time: possibilità o utopia?

Womenomics
Womenomics
Claire Shipman e Katty Kay
Cairo Editore, 2010
Pagg. 300, € 14,50

Si sa che di puri sogni non si vive, eppure la possibilità di riuscire ad ottenere un lavoro part time quando se ne ha bisogno, in Italia più che a un sogno somiglia a una chimera.
Per un qualche misterioso motivo i lavoratori part time non piacciono e, spesso, sono anche discriminati.
Eppure, esiste forse un modo migliore per conciliare lavoro e vita familiare? Lavoro ed interessi personali?

E’ partendo da questa domanda e dall’assurdo ostracismo che ancora oggi riceve il lavoro part time, che ho letto con vivo interesse il libro di Claire Shipman e Katty Kay, Womenomics, dedicato al lavoro secondo le donne.
C’è sicuramente da considerare il fatto che l’Italia non è l’America e che il libro è ambientato in una realtà molto diversa dalla nostra. Nonostante ciò la proposta delle due giornaliste è secondo me interessante.

Immaginiamoci una giornata in cui, delle 24 ore che abbiamo a disposizione, “solo” 4 o 6 sono dedicate al lavoro: dedicate seriamente, con zelo e senza il costante pensiero di “far passare il tempo”. Così, anche se siete una manager, potete ricoprire il vostro ruolo senza lavorare 10 ore al giorno ed essere reperibili nei fine settimana.
Di sicuro per la maggior parte di noi donne è un’utopia (già il fatto di trovare un lavoro viene considerato un miracolo in alcuni casi!) eppure ciò che ci separa da quella realtà immaginata è molto meno di quanto si potrebbe pensare: nient’altro che un modo di pensare antiquato e la paura nei confronti dei cambiamenti.

Il problema fondamentale di una società come la nostra è l’idea che per essere qualunque cosa si debba prima di tutto apparire: sono capace di produrre solo se lavoro tanto. Più lavoro e più produco. Più produco e più guadagno. Più guadagno e più… sono importante. Ma è davvero così?
Per una mentalità che considera equivalenti successo, competitività e ambizione, non ci sono dubbi eppure, come dimostrano le due autrici attraverso storie e dati raccolti durante le loro indagini, il successo è qualcosa di molto più sfaccettato e la produttività non viene garantita dalle ore passate in ufficio.

La tesi su cui si fonda il libro è che si possa ragionevolmente accorciare l’orario di lavoro senza perderne in produttività, al contrario, aumentandola.
Un orario di lavoro più corto ci permetterebbe di stare di più con la nostra famiglia, i figli, il partner, gli amici, di coltivare vecchi e nuovi interessi, di trovare un equilibrio a una vita che, per come viene concepita ora, non ne ha.

Il titolo del libro è un mix tra “women” (donne) ed “economics” (economia) in quanto le due autrici partono dal presupposto che sono proprio le donne, più degli uomini, a sentire il bisogno di trovare un equilibrio tra lavoro (che consente indipendenza economica e realizzazione personale) e vita privata.
La chiave di volta, affermano, è il cambiamento di una mentalità che, ora, si basa e valorizza esclusivamente i tratti maschili del successo, svalutando se non negando quelli femminili.

È un libro che si legge bene, scorre senza intoppi e offre spunti interessanti su cui riflettere anche se, obiettivamente, poco applicabili nella realtà aziendale italiana (spesso guidata da giovani-vecchi felici di sposare filosofie arcaiche e non scatenare alcuna rivoluzione).
In Italia sentiamo sempre più spesso dire che “stiamo tornando indietro, invece di andare avanti”, per questo ritengo che idee come quella promossa da questo libro siano molto interessanti: mostrano una prospettiva diversa e innescano nelle persone, donne e uomini, il tarlo del cambiamento, di un possibile nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata.
Perché, alla fin fine, un’utopia non è qualcosa di irrealizzabile, bensì una realtà che ha semplicemente bisogno di un luogo per esprimersi. E di qualcuno abbastanza coraggioso per concederglielo. Saremo forse noi donne? Chissà… il tempo farà da testimone.

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Il palio di Sherlock Holmes

Il palio di Sherlock Holmes di Luca Martinelli

Il palio di Sherlock Holmes
Luca Martinelli
Alacrán Edizioni, 2009
Pagg. 175, € 12,50
ISBN 978-88-6361-010-9

A volte capita di fare piacevoli scoperte. E’ il caso di Il palio di Sherlock Holmes, del giornalista senese Luca Martinelli, edito da Alacràn (Milano, http://www.alacranedizioni.it/) nel 2009.

Martinelli, che appartiene all’associazione italiana degli sherlockiani “Uno studio in Holmes” (http://www.unostudioinholmes.org/) e non è nuovo a esperimenti letterari sul celebre personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle, con scrittura magistrale fa rivivere nelle sue pagine l’investigatore inglese, che, creduto morto, riappare invece in Toscana sotto il falso nome di Sigerson, un giornalista norvegese. Con l’incarico, affidatogli dal governo britannico, di portare avanti una delicata missione politica (si è all’epoca del trattato della Triplice Alleanza, 1891), nel corso della quale, però, Holmes/ Sigerson si imbatterà in ben due delitti, di cui naturalmente scioglierà ogni mistero.

Il libro, che ricostruisce perfettamente il carattere di Holmes, come pure la Siena del tempo, con i suoi vicoli e i suoi intrighi, è senza dubbio una piacevolissima lettura. Vogliamo citarlo qui, però, perché nelle sua pagine, tra un delitto e l’altro, viene citato un tema a noi caro: quello della violenza familiare. Martinelli, infatti, propone uno Sherlock Holmes paladino della giustizia anche quando si tratta di difendere le sorti di donne e bambini all’interno delle mura domestiche, contro gli abusi del padre-padrone, impersonato dall’oste Ghigo Tozzi. Il trattore usa violenza verso sua moglie e suo figlio, il piccolo Federigo, cui impedisce persino di andare a scuola, perché continui il suo lavoro nella trattoria: “E’ col lavoro che si fanno i quattrini, non con le storielle che stanno scritte nei libri”.

“Il bambino, rannicchiato contro la parete, teneva le braccia incrociate davanti al viso, nel vano tentativo di parare i colpi menati dal padre. Singhiozzava disperatamente, ma non azzardava una paola di difesa” […] Oltre i loro colpi in lotta,[…] una donna piangeva disperata. Sul suo volto, spaurito e macilento, erano incassati due occhi di un grigio torbido e spenti dalla sofferenza”.

Ci pare di vedere davvero la scena di violenza domestica, di sentire l’odore della paura in Federigo e in sua madre, la loro disperazione, soprattutto la loro impotenza. E vorremmo che sempre ci fosse uno Sherlock Holmes a risolvere la situazione: con fermezza, l’investigatore interrompe l’oste, afferma che non sopporterà altri soprusi e dichiara di voler assumere il piccolo come suo assistente. Nella vita reale questo non accade; ma, se di fronte a ogni bambino e a ogni donna abusata ci fosse qualcuno in grado di fargli intravedere una prospettiva di vita migliore, forse sarebbe più facile cominciare a spezzare la catena della violenza.

E Martinelli ci suggerisce anche come rivolgersi alla vittima: comunicandogli, dapprima con discrezione, poi più decisamente, l’affetto che gli è venuto a mancare. In più pagine del romanzo, Holmes poggerà la sua mano paterna su Federigo per carezzarlo, abbracciarlo, consolarlo, e sempre gli ricorderà che è un ragazzo sveglio, facendo riaffiorare in lui un inizio di autostima che, si comprende, in seguito lo sosterrà, anche contro il padre.

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