Premio Napoli 2008

Divagazioni di una lettrice alla scoperta dei libri selezionati al Premio Napoli 2008.

Diego De Silva, NON AVEVO CAPITO NIENTE, Einaudi, 2007.

Non avevo capito niente - Diego De Silva

Nella quarta di copertina, il protagonista viene descritto come simpatico, intelligente, matto, un po’ Mr. Bean, uno che fa ridere. L’umorismo di De Silva, però, è forse un po’ troppo british: l’unica trovata che riesce a strapparmi un sorriso è la continua citazione dell’arredamento Ikea del protagonista, l’avvocato Vincenzo Malinconico. Il resto mi sembra piuttosto statico: troppe elucubrazioni, vorrei più azione. Scrive De Silva a pag. 9: “Un racconto deve avere un capo, una coda e soprattutto un bel po’ di carne in mezzo, se no – inevitabile – la gente si scoccia”. Infatti…
Ben presto, però, arriva una trovata divertente: Vincenzo difende un camorrista chiamato Fantasia. Qui un po’ di humour napoletano affiora e mi strappa più di un sorriso.
Andando avanti nella lettura, qualcosa accade. I personaggi si animano finalmente di vita e io vengo presa dalla trama, anche se trovo un po’ arduo seguire lo stile. Sono a metà.
La seconda parte della lettura è gradevole. Piano piano, riesco a entrare nello spirito del libro. Che è molto napoletano, anche nel linguaggio: una volta capito questo, si apprezza l’autore (più facilmente se si è napoletani; altrove molti dettagli non li coglieranno). Fondamentale rendersi anche conto che da De Silva, almeno qui, non bisogna aspettarsi una storia: questo è un romanzo fatto di personaggi. La trama leggera è solo un pretesto per dare voce alle paranoie della nostra società, attraverso le tipologie umane.
Corro, voglio arrivare alla fine. Forse un po’ prevedibile, ma in fondo la più giusta.
Chiudo il libro, con un dubbio: forse De Silva è un genio e io… Non avevo capito niente.

Alfonso Berardinelli, CASI CRITICI. Dal postmoderno alla mutazione, Quodlibet, 2007.

Casi critici - Alfonso Berardinelli
Questo libro mi incuriosisce. Non conosco l’Autore, non conosco l’editore, la copertina è completamente bianca, il titolo è criptico. Lo inizio con fiducia: tutto mi fa pensare che si tratti di un saggio di un certo spessore.
Leggo i primi capitoli. C’è molta cultura in questo testo, molto studio, molta dedizione, una perfetta proprietà di linguaggio. Nessuna improvvisazione, salvo nell’ordine degli argomenti, anzi nella mancanza di ordine: non riesco ancora a trovare un filo logico, del resto l’autore ha annunciato nella prima pagina che non è “portato a scrivere libri organici né a programmarli”.
È un libro difficile, mi ricorda i testi universitari; è fatto di definizioni. Una fra tutte: “I libri dei più giovani possono anche essere notevoli, ma più che romanzi sono post-romanzi”.
Alla fine di ogni capitolo c’è una data. Il libro, dunque, è una raccolta di saggi critici, scritti anche a distanza di anni: ecco spiegata la mancanza di organicità. Leggo con interesse il capitolo “Come insegnare letteratura moderna?”.
Quel che sto apprendendo da questo saggio è che nella critica letteraria tutto è relativo, anche le stesse definizioni.
La seconda parte del volume è intitolata “Esempi” e racchiude una serie di saggi che ogni studioso della letteratura dovrebbe tenere in considerazione. Materiale utile per tesi, da citare in articoli. Un po’ difficili da capire per il lettore comune, come del resto tutto il libro.
Nella 3° parte, il pamphlet, il saggio sulla filosofia non è per me; probabilmente anche altri lettori lo troveranno difficile. Per comprendere a fondo questo libro, bisogna aver studiato, e molto. Non si può leggerlo per farsi una cultura: essa dev’essere preesistente per poterlo affrontare.
La mia impressione finale: un libro di grande valore, ma non per tutti. Anzi, per una ristretta cerchia di studiosi (più precisamente, letterati). E in un premio, secondo me, è da preferire un testo che possa essere amato dalla maggior parte dei lettori.

Gabriele Frasca, PRIME. Poesie scelte 1977-2007, Luca Sossella Editore, 2007

Prime - Gabriele Frasca
Non conosco Gabriele Frasca, parto dalla quarta di copertina: dove scopro che il nostro Autore è relativamente giovane (sulla cinquantina) e ha scritto una marea di cose, di generi diversi: poesie, saggi critici, ma anche romanzi e un audiolibro. Ha tradotto Samuel Beckett e analizzato l’opera di Philip Dick. Vediamo come se la cava come poeta.
Ho deciso di leggere per prime tutte le parti incolonnate in rima, così da concentrarmi meglio sullo stile delle poesie vere e proprie.
Sfoglio in cerca di un’introduzione critica, che non c’è: ci vorrebbe.
Inizio dal capitolo Uno, con la poesia senza titolo. Mi piace. Il ritmo mi prende. Sono endecasillabi, me ne accorgo prima ancora di contarli perché mi ricordano qualcosa. Il pensiero va subito alla Divina Commedia, ma l’endecasillabo è il verso più amato dai poeti italiani. Anche a me piace. Mi lascio trascinare dal suono, penso poco al significato; ma, quando mi ci soffermo, penso che varrebbe la pena di ragionare su questi versi per capire il messaggio esistenziale dell’autore (non proprio ottimista).
Ad Uno corrisponde una sola poesia, a 2 due cinquine, a Trismi rime in cui ricorrono in vari modi i multipli di 3 (6 poesie di 9 sillabe), a Quarti una serie di quartine.
Nel capitolo Ramaglie c’è testo in lingua originale, e sotto la versione dell’autore (si fa vivo il Frasca traduttore!). Versione che certamente è libera e che in alcuni punti, come a p. 78 (“t’accorgi presto dalla prima ruga come carcassa e testa andranno in fuga”) mi sembra raggiungere l’optimum per sintesi ed espressività. Dopo questo buon esordio, le poesie Merrie Melodies mi deludono un po’. Il punto sarà pure un artificio innovativo, ma spezza troppo il ritmo. Prima niente punteggiatura, ora troppa. Le poesie sono in inglese, il risultato non è dei più immediati per il lettore.
In Rivi mi diverto a cercare il criterio con cui l’autore inventa le sue rime e finalmente mi giunge un’illuminazione: questa è scrittura creativa, è un esercizio di stile; di più: è letteratura potenziale. L’impressione si rinforza in Dissestina: i sei versi di ogni sestina ‘dissestata’ finiscono sempre con le stesse sei parole (in ordine alterno). Più avanti, si ritorna a una poesia più libera, e anche, ogni tanto, ai punti. In Poesie da tavola ricompare la tecnica della scrittura vincolata, anche se ora, nelle sestine, uno dei vocaboli fissi dopo un po’ cede definitivamente il posto a un’altra parola.
Dopo Rimastichi e Rivolte ho finito le poesie e passo alle ‘prose’ (ma lo saranno poi davvero?). Prima, però, scopro che alla fine del libro c’è una nota, che dice finalmente tutto sull’autore, e anche un indice, da cui scopro le date delle poesie (sarebbe stato meglio inserirle durante la lettura, o pubblicare le poesie in ordine cronologico, ma meglio tardi che mai).
Comincio con la serie degli Orologi. Ritorna una visione cupa della vita; ritornano con insistenza i punti spezza-periodo; ritornano le rime, ma questa volta sono interne alla prosa. È insistente anche il tema del corpo, citato intero o nelle sue parti, quasi simbolo della caducità della vita.
Un altro gioco di parole nel titolo di Sette. Un set per 7 video. Compare il personaggio di Ginetto/ Gigetto: qui un po’ di trama ci dev’essere, penso, ma se c’è non riesco a seguirla (anche perché, ora che ci vorrebbero, i punti mancano quasi del tutto). Altri personaggi: Nico, Rosy e Giusy con la “ypsilon d’ordinanza”; parole spinte, sembra esserci una storia di giovani, anche se ancora non mi è chiara la trama. Andando avanti, Gino cresce, si sposa e si trasforma in don Luigi; mi sembra di capire che si faccia ancora vivo Nico, nessun lieto fine però.
Finisco di leggere la prosa/poesia; posso dire, alla fine, che non sono queste le parti che mi entusiasmano di più.
Prime è un libro per certi versi difficile, per altri molto comunicativo. E’ comunque un testo in cui c’è, come già in Casi critici, vero sforzo letterario e studio, ma è comprensibile ai più; e in cui la moderna creatività, presente anche in Non avevo capito niente, non dorme sugli allori di una celebrità già raggiunta, ma si rivolge a un pubblico, sia pure di intenditori, da conquistare.

Chi indovina per quale libro ho votato?

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