Premio Napoli 2010

Recensioni di una lettrice alla scoperta dei libri selezionati al Premio Napoli 2010.

Sergio De Santis, Nostalgia della ruggine, Mondadori, 2010, pp. 205.

Nostalgia della ruggine - Sergio De Santis
La “nostalgia della ruggine (della sua vecchia casa corrosa dal tempo, in un palazzo “color torrone rancido” in un vicolo della sua città natale) è quella che spinge Davide, 46enne arrivista ormai da anni trapiantato al Nord, a tornare a cercare le sue origini, con la scusa di vendere la sua abitazione di bambino ormai vuota.
Quello che potrebbe essere un tuffo nostalgico nel passato lo fa piombare da un giorno all’altro in una realtà che gli è estranea, fatta di “barbari […] sempre più invadenti e feroci”, di scippatori in motocicletta, di degrado e spazzatura.
Superato il primo istante di straniamento, però, a quella realtà Davide si adatta, come e più degli abitanti del vicolo: beve il caffè nelle loro case, accetta di dialogare con il giovane disabile Carmine, riconosce nel boss del quartiere il suo vecchio compagno di scuola, visita un’anziana, quanto ignota, ammalata in ospedale, ama per brevi istanti una delle donne del vicolo.
Sempre con il pensiero di poter ritornare, quando vuole, alla sua quotidianità: la grigia città del Nord con il suo lavoro da squalo della finanza e l’algida, ricca, fidanzata ebrea Sara.
In realtà, però, sin dal primo giorno in cui ha messo piede nella città delle sue origini – una Napoli facilmente riconoscibile, ma mai nominata – Davide si scopre, di fatto, incapace di abbandonarla.
Lo farà solo costretto, non tanto dall’improvvisa mancanza di una stanza in cui pernottare, quanto dall’offesa fatta al vicolo seducendo la bella “barbara” Anna.
Il viaggio che lo riconduce alla sua precedente vita costituirà però un “non ritorno”: impossibilitato a riprendere le sue abitudini e il lavoro, Davide resterà sospeso, almeno nelle ultime pagine del romanzo, in un limbo, simbolo della sua incapacità di ritornare davvero a una vita che ora gli appare in tutto il suo cinismo e il suo vuoto.
Sergio De Santis riesce in un’impresa non facile: quella di condurre il lettore in un percorso senza ostacoli fino alla fine del libro, dove ogni parola è dosata per produrre una riflessione, ma anche il desiderio di scoprire le sorti del protagonista.
È solo nel finale che il lettore si smarrisce: dopo aver vissuto per cinque giorni con questo moderno Alcibiade, si aspetterebbe una conclusione.
Ad esempio, un Davide finalmente in cerca del suo vero io, che decide di restare nella casa nel vicolo per ritrovare le sue origini e provare a vivere l’affetto per Anna. Oppure un finale drammatico, ma catartico: nel suo letto d’ospedale Davide muore, convinto però di aver capito cosa conta davvero nella vita.
Nel complesso, comunque, una lettura che ci fa entrare, con un linguaggio magistrale, in un mondo in cui altrimenti difficilmente saremmo penetrati, con le sue luci e le sue ombre, ma con un’assoluta umanità.

Emanuele Trevi, Il libro della gioia perpetua, Rizzoli, 2010, pp. 276

Il libro della gioia perpetua - Emanuele Trevi
Il titolo, e gli occhioni della bimba in copertina, suggeriscono piacevoli sorprese. Ma prima di farcele scoprire l’Autore, in un lungo prologo, si presenta: ci parla di sè e di come sia venuto casualmente in contatto con il Libro.
Un viaggio Roma-Napoli per una conferenza mancata (a cui avrebbe dovuto partecipare insieme allo scrittore Franco Arminio: ricordate i suoi “esercizi di paesologia”?) si trasforma in un’occasione di incontro con un gruppo di signore letterate, ma soprattutto con un insolito manoscritto. Nel senso che è scritto davvero a mano, con la penna blu e una grafia infantile, sulle pagine di un quadernetto di scuola elementare, e non mancano le cancellature.
Qui inizia la critica letteraria sul Libro di Clara e Riki; il lettore, però, non resiste e corre incuriosito alla pagina 1 del manoscritto quadrettato, per conoscere subito i piccoli protagonisti.
Si trova così catapultato in una favola d’altri tempi, in cui i bimbi hanno un animo nobile e generoso, giocano all’aperto e ubbidiscono sempre alle mamme, che li abbracciano continuamente “con occhi pieni di amore” e gli preparano gradite minestre. A segnare l’atmosfera retrò contribuiscono i mezzi di trasporto: carrozze a cavalli, barchette a remi, un treno salutato come un prodigio tecnologico. Se a un adulto quel mondo appare irreale, per la piccola autrice del manoscritto è l’unica fantasia concepibile, ma anche una realtà desiderata, che probabilmente non rivivrà più.
Lo scopriamo tornando indietro di molte pagine, là dove avevamo lasciato Emanuele Trevi a commentare il Libro. Ora possiamo leggere quello che ci vuol dire l’Autore; e pendiamo dalle sue labbra quando ci racconta, attraverso le parole dell’aristocratica signora Mastellone, la storia di Chiara detta Saigon, troppo intelligente per comportarsi come gli altri bambini, ma anche per non capire, con la sua accentuata sensibilità, la tristezza della sua situazione familiare. Dalla quale la distrae solo l’affettuosa presenza della governante, straniera come lei, e dei suoi nuovi amici: la signora Mastellone e il marito, lo studioso professor Lucchesi. Sono gli appunti di quest’ultimo a fornire a Trevi nuovi spunti di riflessione, in un gioco di rimandi letterari e artistici che lo scrittore condivide con l’anziana vedova, in un rapporto telefonico e simbiotico quasi di madre e figlio.
I capitoli in cui Trevi dà voce alla signora Mastellone, per ascoltare da lei la storia di Chiara, la bambina reale (i momenti più poetici del libro, ed anche i più amati dal lettore) si alternano con i commenti sulla storia della bambina immaginata, Clara. Nel corso della narrazione, entrano in gioco la simbologia pittorica di Salvator Rosa, Orfeo ed Euridice e molte citazioni dotte; appaiono i personaggi di un racconto di Trevi ambientato a Roma e l’amico scrittore che nel loro palazzo ha vissuto. Ma, al di là dei tanti riferimenti, quello che ci calamita è innegabilmente Il Libro di Clara e Riki: un unicum, come unica è la sua autrice; come unica è la signora Mastellone, che scompare alla fine del romanzo, lasciando rimpianti anche nel lettore.
Che, a fine romanzo, si ritrova con un grande interrogativo: questa storia così verosimile sarà poi vera, o è solamente frutto di un’accesa fantasia?
Per toglierci ogni dubbio, l’abbiamo chiesto direttamente all’Autore:

“Nel libro, tutto è vero e tutto è lievemente falsificato. L’unica persona che non esiste è la piccola Chiara Russo, autrice del quaderno, che invece è di mia moglie, Chiara Gamberale. Ma non direi si tratta di finzione, al novanta per cento: le persone e i fatti sono tutti, come si suol dire, realmente accaduti, e hanno continuato ad accadere anche mentre scrivevo il libro, dandomi alla fine un risultato inaspettato anche per me”.

Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi, 2010

Come mi batte forte il tuo cuore - Benedetta Tobagi

Per chi di noi è nato negli anni Sessanta, Settanta o anche prima, la morte di Walter Tobagi, giornalista del “Corriere della Sera”, è un pezzo di storia: tutti ricordano la sua fine, quel 28 maggio del 1980, in un attentato terroristico dell’estrema sinistra.
Per sua figlia Benedetta, invece, la morte di Walter Tobagi è l’evento che ha segnato uno spartiacque nella sua vita: non solo la perdita, nella primissima infanzia, di un genitore amato e mai vissuto in pieno, ma una vera e propria ragione per andare avanti nonostante tutto, intraprendendo un cammino che l’ha portata, sulle orme del padre, ad esprimere le proprie idee attraverso il giornalismo (e la regia cinematografica) e, oggi, a scrivere questo libro.
Il 28 maggio del 1980, quando Walter Tobagi si avviava verso la sua auto parcheggiata presso il numero 12 di via Salaino per recarsi al lavoro, e il terrorista Marco Barbone della Brigata XXVIII Marzo impugnava la pistola per sparargli alle spalle il colpo fatale, Benedetta Tobagi era lì, in casa, a poca distanza.
Quando suo padre, riverso a terra con la testa in un lago di sangue (la foto scioccante è riportata in bianco e nero a pagina 225), veniva circondato dalla folla, la piccola Benedetta di tre anni accorreva accanto al corpo del padre, chiedendosi cosa fosse successo.
E ancora, quando l’amata moglie Stella si rinchiudeva a piangere silenziosamente, Benedetta era lì, a condividerne altrettanto silenziosamente il dolore. Poi è cresciuta; come il padre ha percorso la carriera giornalistica; come il padre ha letto, indagato, cercato, intervistato, fino a regalarci, a trent’anni dalla morte di Walter, questo suo primo libro.
Raccontare la breve ma intensissima vita di Walter Tobagi – socialista craxiano, fervente cattolico, presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, fondatore della corrente sindacale Stampa Democratica, redattore in diversi giornali e infine nel “Corriere della Sera” – non sarebbe stato facile per nessuno, soprattutto se così profondamente coinvolto come lo è una figlia. Ma Benedetta, messo da parte ogni sentimentalismo, affronta l’argomento con il rigore scientifico del giornalista, dopo aver scavato minuziosamente nello studio e nella biblioteca ancora intatti del padre, tra i suoi appunti scritti a mano, tra le lettere private, tra i suoi tantissimi scritti pubblicati sui giornali o in volume, senza lasciarsi coinvolgere dal suo dramma personale ma volendo dargli un senso, e incurante dell’avvertimento del nonno Ulderico “stai attenta a non farti troppo male”.
Passare attraverso una vita giovane e appassionata, ricca di ideali e di sogni, di coraggio e senso del dovere (al punto da trascurare il pericolo, pur presentito e temuto), non è solo un modo per raccogliere con fedeltà il materiale documentale da trasmettere ai lettori.
È anche un cammino interiore che porta Benedetta, attraverso la scrittura, a fare pace con se stessa e anche con gli assassini di suo padre (nei confronti dei quali, nei fatti riportati con obiettività, non si legge alcuna parola di astio); e a dare una spiegazione alla morte di Walter, attraverso la rilettura degli avvenimenti politici dell’epoca.
Così, il saggio di storia contemporanea si trasforma in un romanzo di formazione, in cui però a trasformarsi non è il protagonista, ma l’autrice.
Partendo dai ricordi personali, intrecciati alla ricostruzione che proviene dalle ricerche, dalle interviste ad amici, parenti e colleghi, dallo studio delle innumerevoli carte di Walter, Benedetta Tobagi ripercorre in una sua personale chiave di lettura – volta a far emergere la figura del padre, ma sempre rigorosamente obiettiva – gli avvenimenti politici dell’epoca. Sfilano così, sullo sfondo degli anni Settanta e Ottanta, figure politiche istituzionali accanto a direttori di giornali, sindacalisti e riformisti, studiosi e magistrati, vittime del terrorismo e brigatisti ‘eccellenti’. Per ciascuno, Benedetta Tobagi ha lo sguardo rigoroso del giornalista d’inchiesta. Solo alla fine si lascia andare a una piccola critica, sottolineando una ‘lacuna’ nelle indagini, che hanno trascurato un dettaglio inquietante: la copia del volantino di rivendicazione dell’attentato, trovata in una cartellina tra i documenti segreti di Licio Gelli. E un po’ di distanza la prende anche da Bettino Craxi, che, da amico di famiglia che ad ogni Natale le porta doni, si trasforma per la sua reticenza in ospite indesiderato, anche se continua a mandarle tigri di peluche.
Alla fine, la Benedetta giornalista torna figlia e dedica al suo papà questo primo libro pubblicato a 33 anni. La stessa età in cui Walter Tobagi smette di vivere, in una chiusura ideale del cerchio, in cui la morte viene sconfitta attraverso le parole scritte e si trasforma in una nuova vita.

Voi per chi avreste votato? Attendo i vostri commenti! 🙂

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