Una famiglia perfetta

Una famiglia perfetta -  Silvia Ricci lempen

Una famiglia perfetta
Silvia Ricci Lempen
“Graffiti”, Iacobelli, 2010
Pagg. 272, € 14

Un padre dedito al lavoro, per procurare il benessere dei suoi cari. Una madre bella che vive per lui, punto di riferimento solido e incrollabile. Una figlia e un figlio educati e ubbidienti, che negli studi ottengono sempre il massimo. Dietro le apparenze di una famiglia perfetta si cela, però, tutta un’altra verità: l’immagine di serenità familiare è solo una maschera tenuta su da bugie pietose e omertà, e quel che sembra rispetto e affetto filiale è in realtà timore, e a volte terrore.
A raccontare i retroscena di un’infanzia e di un’adolescenza che l’hanno profondamente segnata è, in età adulta, Silvia Ricci Lempen, che con questo bel libro autobiografico – originariamente edito in lingua francese e non a caso intitolato Un homme tragique – affronta (con un processo ‘terapeutico’ di scrittura durato alcuni anni) le molte ombre e le poche luci di una vita vissuta secondo i desideri di un padre padrone.
Diviso in due metà, separate da un significativo Intermezzo, il libro racconta, nei primi 12 capitoli in ordine sparso, alcuni episodi importanti nella vita dell’autrice, mentre nei successivi 12, in ordine cronologico, rilegge le tappe fondamentali del rapporto con il padre alla luce dei grandi temi dell’esistenza, come la separazione, l’amore, la morte, il lutto. È proprio il tentativo di rielaborare il lutto, non quello per la perdita del padre bensì il dolore di un’intera vita poco vissuta fino alla morte di lui, a spingere Silvia Ricci alla scrittura; ed è un percorso di liberazione condotto in maniera consapevole, tanto che, soprattutto nelle ultime pagine del libro, l’autrice si rivolge spesso al lettore, spiegandogli che ancora sta lottando per superare i traumi del passato e proponendogli argomenti di riflessione, quasi a voler cercare un sostegno in lui.
Attraverso le pagine di Silvia Ricci Lempen, conosciamo una famiglia come tante, unita però da un comune denominatore: la necessità di seguire le regole imposte da un’autorità maschile che conosce il solo mezzo della dominazione per ottenere dai familiari quel che vuole, che siano risultati eccellenti a scuola o la cieca sottomissione di una moglie pronta a seguirlo in tutto, in un rapporto reciproco di dipendenza caratteristico di ogni relazione basata sulla violenza psicologica. Che è ancor più opprimente di quella fisica: mio padre, scrive l’autrice, non ha mai alzato un dito su di noi; eppure, sembra concludere, ci ha rovinato la vita.
Dalle sue parole emerge, però, anche la figura di un uomo prigioniero di se stesso: delle sue insicurezze, delle sue manie, della sua debolezza, della sua incapacità di costruire relazioni umane sincere e per questo in balia degli inganni che i familiari sono costretti a portare avanti per sfuggire, almeno qualche volta, a un clima domestico soffocante. È un padre che a suo modo ama i figli, che desidera il meglio per loro; che sembra adorare la sua bambina, pur non mancando mai di sottolineare quanto sia sgraziata e inadeguata. È un idealista che trasferisce i suoi sogni irrealizzati sul figlio maschio, destinato inevitabilmente a deluderlo per il solo fatto di voler scegliere la sua vita.
Riesce, alla fine, a scegliere la sua vita anche l’autrice, che sposa felicemente un uomo straniero e mette molti chilometri fra sé e la famiglia, pur tornando sempre, quando è necessario, a fare il suo dovere di figlia modello. Solo con la morte del padre inizierà però veramente a vivere e, svanito il simulacro degli ideali di perfezione, potrà confrontarsi con la sua vita e con i suoi veri desideri. Attraverso la scrittura.

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