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Il mio lui si sentiva ‘ospite’

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FEDERICA 🙂 È STATA LASCIATA PERCHÈ AVEVA UNA CASA. E LUI NO

Da 5 giorni mi trovo in una situazione che sto cercando di affrontare nel migliore dei modi, ma davvero mi è difficile. Dopo 8 anni insieme, di cui alcuni di convivenza, al ritorno dal lavoro, trovo sul tavolo una lettera con cui lui mi lascia, dicendomi che la nostra non è la vita che vuole. Il suo disagio è dovuto in gran parte alla casa in cui abbiamo vissuto, che è di mia proprietà. Dice di essersi sentito sempre ospite, poiché non l’ha pagata lui e ciò lo ha fatto sentire assoggettato a me.
Fino al giorno prima, ho ricevuto da parte sua continue conferme di amore e di come fosse fortunato ad avermi. Parlandogli, mi ha detto che ha forzato la sua natura per piacermi e ha cercato di agire come gli sembrava che io volessi.
Sono incredula e non so che cosa fare. Lui ha proposto di ricominciare come amici, vedendoci e divertendoci insieme. Come posso interpretare questa situazione e il bene immenso che dice di volermi? Piange con me, lo sento sincero, ma sostiene che si è annullato per me e che ora non può avere legami, deve pensare solo a sé.

Cinzia Ricci, attivista, risponde

Carissima Federica, il caso che descrivi è simile a molti altri, purtroppo. Tante (troppe) relazioni stabili, apparentemente soddisfacenti e paritarie, quasi perfette, evaporano in un batter di ciglia, e spesso sono proprio gli uomini che ne determinano la fine in questo modo sconcertante.
Il quadro che emerge dalla tua e-mail ci restituisce l’immagine di un uomo immaturo, insicuro, vittima di un profondo senso di inadeguatezza tenuto nascosto anche a se stesso. Sincero lo è, non c’è motivo di dubitarne. E le sue motivazioni sono disarmanti quanto irrimediabili. Ha vinto, in lui, il condizionamento sociale, culturale, che assegna a uomini e donne ruoli preconfezionati, sostanzialmente immutati e immutabili. Qualcuno la chiama “natura”, ma non c’è niente di naturale nel credere di dover essere in un modo anziché un altro. L’uomo “vero”, che tali condizionamenti spacciano per adeguato, non vive nella casa di proprietà della compagna, non deve compiacerla per averla, non aspetta che rientri dal lavoro, non apparecchia la tavola al posto suo. Al contrario. La donna deve dipendere da lui, deve compiacerlo, aspettarlo, un passo indietro, magari piccolo-piccolo, ma sempre un po’ nell’ombra perché gli altri non possano pensare di lui che sia un uomo debole, un perdente.

Otto anni non sono otto mesi, ma talvolta il trascorrere del tempo, da solo, non basta per scrollarsi di dosso il superfluo, per trovare quei buoni motivi che aiutano a non soccombere agli stereotipi, all’ideale di amore e vita perfetta che vorremmo incarnare e realizzare. Subentra la noia, la stanchezza, la disillusione e forse, alla fine, si preferisce immaginare che vivere. Nella vita reale non possiamo che essere noi stessi, persone anche modeste con grandi limiti che non potremo mai superare, o forse persone eccellenti che il resto del mondo disdegnerà o continuerà a ignorare. Nella vita immaginaria, invece, possiamo essere chi vogliamo: uomini autorevoli, capaci e conformi, proprietari di case in cui donne accondiscendenti aspettano per premiarci del successo, dell’approvazione sociale che abbiamo guadagnato.
Arrendersi, o fingere di arrendersi al condizionamento, è solo un modo per non far fatica, per non mettersi in discussione, per non assumersi responsabilità. Si cede o si mente, perché nulla cambi. Si cerca di fermare il tempo, per non crescere. Rimanere amici, vedersi, divertirsi insieme. Un modo come un altro per non fare i conti con la realtà, le proprie scelte, le conseguenze delle proprie azioni e dei propri errori.

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